DELRIO
28 Luglio Lug 2017 1132 28 luglio 2017

Atac e l'anno zero del trasporto pubblico locale

Più di 1 migliaio di aziende. Assorbe ogni anno almeno 7 miliardi di fondi pubblici ma ne incassa meno di 12. E i biglietti coprono solo il 30% dei costi. Il Tpl non gode di buona salute.

  • Natalia Faloppa
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Bruno Rota, ormai ex dg di Atac, dalle colonne del Corriere della Sera e del Fatto Quotidiano, aveva chiesto di portare i libri della società in tribunale e di essere liberato dal giogo dei sindacati. Soprattutto le microsigle che mettono a repentaglio la produttività tra scioperi selvaggi e coperture agli sfaticati. Altrimenti il crac definitivo, già in atto, sarebbe stato inevitabile. Per tutta risposta il suo datore di lavoro - il sindaco di Roma Virginia Raggi - davanti all'allarme lanciato non ha fatto una piega. Dal mondo grillino, invece, era arrivata una scomunica contro il manager che a Milano, da capoazienda della Milano-Serravalle e di Atm, aveva tenuto testa a Ombretta Colli e Giuseppe Sala. E che infatti ha gettato la spugna dando le dimissioni.

IL M5S E QUEI NOMI DA PROMUOVERE. Il presidente della commissione capitolina Mobilità, Enrico Stefàno (M5s), aveva scritto sul suo profilo Facebook: «Magari in questi primi tre mesi poteva cominciare a dare dei segnali, per esempio rimuovendo i dirigenti responsabili di questo disastro o quelli completamente inutili, come lo abbiamo invitato a fare più volte». Parole alle quali Rota aveva replicato con un violentissimo: «So del vivo interesse del consigliere Stefàno alle soluzioni di una società che si occupa di bigliettazione e che mi ha invitato a incontrare più volte. Più che di dirigenti da cacciare, lui, e non solo lui, mi hanno parlato di giovani da promuovere. Velocemente. Nomi noti. Sempre i soliti. Suggerisco a Stefàno, nel suo interesse, di lasciarmi in pace e di rispettare chi ha lavorato. Onestamente. Sempre i soliti».

Apprendiamo dai giornali che il DG di Atac Bruno Rota denuncia una situazione disastrata dell'azienda. Ne siamo più che...

Geplaatst door Enrico Stefàno op donderdag 27 juli 2017

Con Atac potrebbe essere più generoso il governo con il ministro delle Infrastrutture, Graziano Delrio. Visto che con l'ex dg era d'accordo sulla necessità di ricorrere allo strumento della bad company e di guardare alle aggregazioni per fare uscire dalle secche il settore, ingolfato com'è di debiti e di meccaniche sindacali obsolete. Ma a dividere i due c'erano la necessità di dare il "la" a una stagione di gare di liberalizzazioni (Delrio non le vuole) e la definizione del ruolo di Ferrovie attraverso BusItalia. «È l'azionista che decide», ha messo in chiaro il ministro circa un possibile intervento di Fs in Atac. «Non siamo alla ricerca di contratti».

L'ANNO ZERO DEL TRASPORTO PUBBLICO. Il trasporto pubblico italiano è all'anno zero. È balcanizzato in una pletora di aziende, circa un migliaio; schiacciato da oltre 200 milioni di debiti per lo più spalmati sull'asse Roma-Napoli. Drena ogni anno almeno 7 miliardi di fondi pubblici, ma incassa meno di 12 miliardi, con il risultato che i biglietti coprono soltanto il 30% dei costi operativi. Se non bastasse - vuoi l'orografia del Paese, vuoi la qualità del servizio - soltanto il 14,6% degli spostamenti urbani avviene con mezzi pubblici. Secondo l'Antitrust e l'Autorità per la regolamentazione dei trasporti l'unica strada è la messa a gara del servizio. E non a caso molti sperano che la raccolta di firme lanciata dai Radicali a Roma per la liberalizzazione del servizio possa spingere verso questa direzione. Ma il ministro Graziano Delrio ha idee diverse sull'argomento.

Intanto il titolare del dicastero di Porta Pia non ha fatto alcuna pressione sui Comuni - in testa Milano - che hanno rinviato le gara, nella speranza di derogare all'infinito gli affidamenti diretti ad aziende partecipate. Perché il Tpl è per sindaci una macchina di consenso favolosa tra posti di lavoro, consulenze e commesse. La clausola sociale, inserita in manovrina e poi nel decreto Mezzogiorno, che prevede il trasferimento dei dipendenti dal nuovo al vecchio titolare della concessione non aiuta.

LO SHOPPING DI FS. Delrio, invece, guarda a una riforma del sistema basato sull'integrazione tra ferro e gomma, che passa per l'aggregazione dei player. Su scala nazionale, il ministero vuole estendere anche agli autobus i rassemblement che a livello ferroviario si sono realizzati in Lombardia con Trenord e in Campania con Eav, dove Ferrovie dello Stato ha finito per diventare il monopolista del settore. Delrio infatti non disdegna i progetti dell'ad di Fs Renato Mazzoncini che ha già fatto shopping nel settore rilevando la toscana Ataf o la calabrese Sitem e che si è detto interessato alla romana Atac. Progetto che però cozza con i piani del sindaco Raggi e pure con quelli che aveva Rota.

BAD COMPANY E INCENTIVI. Non solo: per rendere il settore appetibile bisogna prima aleggerirlo di debiti e personale. E qui sono due le mosse allo studio tra il ministero e le principali aziende. Innanzitutto per le realtà più indebitate non si esclude il ricorso alle bad company, come fatto intendere da Rota. Ma parallelamente il Mit è pronto a iniettare risorse attraverso l'acquisto di 1.633 bus e istituendo incentivi per i viaggiatori come il buono Tpl.

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