Bernabe
VISTI DA VICINISSIMO
4 Agosto Ago 2017 0800 04 agosto 2017

Da Bolloré a Donnet: sciocchezzaio francese dell'estate

Il bretone vuole 12,5 miliardi per (ri)cedere la rete Tim allo Stato. E ha affidato il dossier a Bernabé. Dall'incontro Nagel-Mustier alle manovre "in famiglia" dell'ad di Generali: le rivelazioni di Occhio di lince.

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Cari e affezionati lettori, il vostro Occhio si è concesso un lusso: weekend molto lungo in Costa Azzurra, tra Cap d’Antibes e Saint Tropez. La scelta non è stata casuale, ma d’obbligo vista la prevalenza di notizie “francesi” di questi ultimi tempi. Così ho potuto incontrare interlocutori sia nostrani che transalpini, e come al solito ho fatto il pieno di chicche per il nostro “sciocchezzaio dell’estate”. Et voilà.

NAPOLEONICO CALENDA. L’argomento più gettonato nelle ville sul mare come in quelle, più fresche, della Moyenne e della Grande Corniche, porta il nome di Emmanuel Macron e riguarda la sua guerra a Fincantieri. In realtà, ai francesi ha fatto impressione vedere il napoleonico atteggiamento del ministro Carlo Calenda, che è andato a un passo dal dichiarare guerra alla Francia. «Mais qui est-il?», continuavano a chiedermi. «Il figlio della Comencini, la regista», continuavo a rispondere, senza però riuscire a placare i loro sorrisini. Di lì a passare a parlare di Vincent Bolloré il passo è stato breve. Ci si domandava: ma se il bretone dovesse (ri)cedere la rete Telecom allo Stato, approfittando della revanche italienne che il nazionalismo dei perdenti reclama a gran voce, avrà il coraggio di chiedere i 14 miliardi che ancora sono scritti nei libri contabili o prenderà atto che il vecchio rame ai tempi della fibra non vale più un fico secco?

I PIANI DI BOLLORÉ. Per fortuna tra i miei interlocutori c’era chi ha casa a Villa Montmorency, la zona più esclusiva di Parigi situata nel cuore del XVI arrondissement, a pochi passi dalla Tour Eiffel. Ed è proprio in quello che i parigini chiamano il “quartiere dei ricchi” che abita Bolloré (a un tiro di voce dal suo amico Tarak Ben Ammar, tanto per dire): lì i miliardari s’incontrano per una passeggiata o per portare il cane a fare pipì, e si scambiano preziose informazioni. Ed è così che ho saputo che lo speculatore che si ritiene (erroneamente) padrone di Vivendi ha già indirizzato a chi di dovere la sua richiesta: 12,5 miliardi. Non sono 14, ma poco ci manca. Ed è convinto di portarli a casa, perché l’incarico di trattare lo affiderà al sempreverde Franco Bernabè, visto che che alla fine, nonostante la girandola di nomi di possibili candidati al vertice di Tim tra autocandidature (Moretti) e ballon d’essai (Gallia), sarà lui a fare l’amministratore delegato della società telefonica.

Il bretone si è convinto che Franchino, pur essendo una minestra riscaldata, grazie ai suoi rapporti con Carrai, Renzi e Giacomelli, finirà per spuntare il massimo. Peccato che il renzismo sembra finito e che se può Carletto Calenda, proprio in odio a Matteo e in uggia ai francesi, non perde occasione per mettere i bastoni tra le ruote. In realtà Franchino ha un’ambizione ancora più grande: vuole approfittare dello scontro ormai al calor bianco tra il presidente e l’amministratore delegato di Open Fiber, Franco Bassanini e Tommaso Pompei, per proporsi come l’uomo della provvidenza che può guidare la società unica delle reti di telecomunicazione che si potrebbe creare con lo spin-off della rete Tim. In questo contando (pensa lui) sull’appoggio di Cdp.

COLAZIONE DA NAGEL. A proposito, gli amici francesi mi hanno chiesto come fosse possibile che Claudio & Fabio, intesi come il presidente Costamagna e l’amministratore delegato Gallia, avessero rilasciato un’intervista congiunta al Corriere della Sera. Gli ho risposto che era dai tempi della povera Flavia Podestà che su Il Giornale aveva intervistato Mediobanca in quanto tale e non un suo specifico dirigente (in realtà Montanelli l’aveva fatta parlare con il mitico Cuccia, che però non voleva apparire) che non ricordavo una corbelleria simile. Mi tiro un po’ su, però, quando di fronte a una ricca petit déjeuner, mercoledì mattina leggo su Repubblica un articolo firmato Andrea Greco che aveva azzeccato quanto sta succedendo intorno a Mediobanca-Generali. E sì, perché proprio il giorno prima un informatissimo finanziere transalpino che vive a Londra mi aveva raccontato di una colazione domenicale nella capitale inglese tra Albertino Nagel e Jean Pierre Mustier con successivo coinvolgimento telefonico di uno spaesato Philippe Donnet, al quale i due avevano comunicato che avevano deciso di avviare il progetto di separazione tra Mediobanca e la compagnia triestina, con la progressiva cessione di quote da parte di piazzetta Cuccia, ma anche l’uscita di Unicredit da Mediobanca.

LA GRANDEUR DI MUSTIER? FANFARONNADE. Il tutto con l’obiettivo di tagliare la strada a eventuali nuove manovre di Carletto Messina, ringalluzzito dopo aver fatto fare alla sua Banca Intesa un ottimo affare prendendo le due banche venete in crisi. Come? Volete sapere se i francesi credono alla grandeur di Mustier che vuole a tutti i costi fare di Unicredit, Mediobanca e Generali tre public company senza padrone (a parte lui, ovviamente)? Ma neanche un po’: «fanfaronnade», chiosano secchi.

Philippe Donnet, ad di Generali.

ANSA

Mi prendo però una rivincita, proprio parlando di Generali e in particolare di Donnet. Dico ai miei amici: vabbè che di questi i tempi siete sopra le righe più del solito, ma quel manager dai modi un po' da satrapo, che il lungimirante “sistema Italia” ha lasciato che diventasse amministratore delegato dell’unico gruppo finanziario di peso internazionale del Paese, rischia di esagerare. Prima si è assunto un signore, tal Jason Mitchell Jacobs, che gli fa da comunicatore personale. Anzi, su Linkedin si presenta niente meno che come “Head of Ceo Communication Strategy & Planning at Generali”, che paga profumatamente nonostante che la compagnia uno stuolo di comunicatori, capeggiati da Simone Bemporad.

DONNET, MAISON ET BOUTIQUE. Ora, cosa c’entri JMJ con la finanza e le assicurazioni è difficile dirlo, visto che Donnet l’ha pescato da Italia Independent, la baracchina di Lapo Elkann, e prima ancora lavorava a Milano per Ralph Lauren e prima ancora per l’anglo-italiana Yoox Net-A-Porter Group, sempre luxury fashion. Non contento, il francese che vive da nababbo in Italia, si è stufato di andare a Trieste, e ha progressivamente spostato tutte le riunioni che lo coinvolgono a Venezia, a palazzo Morosini dove soggiorna con la sua signora. Il bello è che la di lui consorte, Helene Molinari, partecipa addirittura agli incontri della nascente Human Safety Net, un progetto che segue Bemporad (compensazione per l’arrivo di JMJ?) e che è destinato a prendere il posto della vecchia Fondazione Generali, quella da cui è stato defenestrato Cesare Geronzi l’anno scorso e che è ora presieduta da quel prezzemolino di Gabriele Galateri. Insomma, casa e bottega. Anzi, maison et boutique.

(*) Con questo “nom de plume” scrive su Lettera43.it un protagonista e osservatore delle più importanti partite del potere politico ed economico-finanziario italiano.

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