Cacciabombardieri F 35
8 Agosto Ago 2017 1800 08 agosto 2017

Caccia F-35: costi, colpe e guai di un pozzo senza fondo

Dovevano creare 10 mila posti di lavoro. Saranno forse 1.600. Dopo 3,5 miliardi spesi. E un conto lievitato. Da Prodi e D'Alema all'ammiraglio montiano Di Paola, responsabili e cifre del pessimo affare italiano.

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Siamo a bordo di un costosissimo jet in picchiata. Dal quale ormai è impossibile scendere: non abbiamo paracadute. L'unica soluzione è tentare di farlo atterrare senza schiantarsi. Metaforicamente, questo è il riassunto dell'analisi redatta dalla Corte dei conti sull'ormai annosa questione degli F-35 Joint Strike Fighter. Da quando l'Italia ha dato l'ok all'acquisto dei caccia militari statunitensi, rilevano i giudici contabili, sono già stati spesi 3,5 miliardi di euro. Solo nel 2017 Roma deve staccare all'azienda produttrice, l'americana Lockheed Martin, un nuovo assegno di 600 milioni. Troppi per interrompere tutto adesso.

USCIRNE SAREBBE UN ENORME SPRECO. Anzi, la Corte rileva come la situazione «abbia un ordine di grandezza non comparabile, per dimensioni dell’impegno industriale e finanziario e per durata, né con i precedenti programmi di cooperazione europea (Tornado, Eurofighter), né con gli altri di armamento americani». Insomma, è la prima volta che il nostro Paese si imbarca in una spesa bellica simile: uscirne prima, come è stato più volte ventilato da diverse forze politiche (da sinistra al Movimento 5 stelle) comporterebbe con ogni probabilità il più grande spreco di risorse pubbliche nella storia repubblicana.

O si va avanti o si muore: il monito della Corte dei conti

Il nostro Paese - ricordano i giudici - ha aderito al programma anche per avere un tornaconto economico: secondo la Difesa, infatti, la partecipazione alle attività industriali può garantire non solo un buon numero di posti di lavoro, ma anche il mantenimento del vantaggio competitivo in campo aerospaziale rispetto alle economie emergenti.

BENEFICI DALL'ALTA TECNOLOGIA. Ulteriori benefici sono attesi relativamente ai «contenuti tecnologici e capacitivi del progetto»: l’F-35 dovrebbe offrire alle nazioni partner la possibilità di accedere ad alcune «caratteristiche abilitanti dell'era attuale (bassa osservabilità, sensor fusion, condivisione e integrazione intelligente delle informazioni), al momento non disponibili per l’industria europea e dei Paesi alleati».

SOLTANTO FUMOSE SPERANZE. Infatti si presume «che ai partner gli Stati Uniti offrano una disclosure, pur limitata, superiore a quella potenzialmente attingibile in via autonoma, con riflessi positivi anche in termini di sovranità operativa sul velivolo». Come si intuisce dal resoconto offerto dalla magistratura contabile, la Difesa ha dato il proprio ok al progetto più sulla base di fumose speranze che sull'esistenza di certezze concrete.

Prima 6 mila posti, poi 10 mila, infine 1.600: le stime disattese

Allo stato attuale è impossibile tirare le somme e dire se Roma ci guadagnerà mai qualcosa. Però è già possibile affermare che le stime relative all'impiego sono state ampiamente disattese: nel 1996, quando il governo Prodi si imbarcò in questa impresa, si parlava della possibilità di avere in cambio circa 6.400 nuovi posti di lavoro in Finmeccanica.

CIFRE MILLANTATE DAL GOVERNO MONTI. Nel 2012, nel pieno dell'ondata speculativa che colpiva il nostro Paese minacciando di farlo fallire, quando pareva più probabile, data l'incalzante necessità di risparmio, che l'Italia uscisse dal progetto, l'ammiraglio Giampaolo Di Paola, all'epoca ministro della Difesa sotto Mario Monti, pur di non staccare la spina arrivò persino a millantare la possibilità che la partnership potesse creare un indotto di 10 mila posti di lavoro. Oggi si stima - ma nemmeno la Corte dei conti è riuscita ad avere cifre certe - che alla fine saranno più o meno 1.600.

Giampaolo Di Paola.

Il costo del risparmio: Di Paola tagliò i caccia e bruciò 3 miliardi di ordinativi

Se i benefici per l'Italia sono crollati, lo si deve proprio alla volontà dell'ammiraglio Di Paola di ridurre la commessa. Infatti, si legge nella relazione dei giudici contabili, «la decisione adottata nel marzo 2012 dal ministro della Difesa relativamente alla riduzione del numero complessivo di velivoli da 131 a 90 esemplari comportò una riduzione dei costi stimabile in quasi 5,5 miliardi di dollari. [...] A fronte di tali risparmi, va tuttavia segnalata la penalizzazione subita dall’industria nazionale in termini di riduzione degli ordinativi previsti per gli assiemi alari».

ACCORDI CON VELIVOLI SUPERIORI A 100. Insomma «gli accordi industriali strategici tra l’allora Alenia Aermacchi (oggi Leonardo-Dv) e la Lockheed Martin Aero prevedevano la costruzione di 1.215 assiemi alari fintantoché i velivoli in acquisizione da parte italiana fossero stati superiori a 100. A seguito della riduzione da 131 a 90 velivoli decisa dal governo, è stato applicato un decremento proporzionale degli ordinativi previsti (l’amministrazione stima in circa 3,1 miliardi di dollari il volume di opportunità venute meno in conseguenza della suddetta riduzione di assiemi alari)».

Sotto il governo Monti il numero complessivo di velivoli scese da 131 a 90 esemplari.

Quindi, mentre pubblicamente il ministro Di Paola parlava di 10 mila posti di lavoro sventagliando alla Camera fogli colorati, parallelamente, firmando l'accordo per la riduzione della commessa, riduceva di 3,1 miliardi di dollari i possibili profitti per Roma e di oltre 8 mila unità le probabili assunzioni sul fronte italiano.

I POCHI DATI CERTI SONO QUELLI SUI COSTI. Ma queste, naturalmente, sono solo stime. Il fatto che arrivino dalla Corte dei conti ci rassicura sulla loro attendibilità, tuttavia resta difficile capire chi abbia sbagliato e quando. Chi avrebbe dovuto porre fine alla partnership e quando. I dati certi, nell'affaire degli F-35, sono altri, e riguardano i loro costi.

L'interno di un caccia F-35.

Ogni jet doveva costare 69 milioni ai contribuenti: oggi siamo gà a 130

Nel 2001 ogni cacciabombardiere sarebbe costato ai contribuenti italiani 69 milioni di dollari. E la fase di sviluppo sarebbe dovuta terminare nel 2012. Gli F-35 dovrebbero volare da tempo sulle nostre teste assicurandoci protezione. Oggi, si stima, ogni caccia è destinato a costare 130,6 milioni di dollari e non si può avere una idea precisa di quando possa terminare la fase di sviluppo (i giudici ipotizzano per la primavera del 2018). Il progetto, insomma, ha un ritardo di sei anni e i costi dei velivoli sono raddoppiati. Per farla breve: alla consegna pagheremo molto di più per caccia molto più vecchi.

SVANITO ANCHE L'ASSEMBLAGGO IN ITALIA. Inoltre, nella fabbrica italiana di Cameri sarebbe dovuto avvenire l'assemblaggio dei velivoli destinati ai Paesi europei aderenti al progetto, ma solo l'Olanda ha accettato e, così, in Italia si costruiscono quasi esclusivamente gli F-35 acquistati da Roma, con conseguente perdita di guadagno rispetto al preventivato.

Il progetto dei caccia F-35 ha un ritardo di sei anni e i costi dei velivoli sono raddoppiati.

Occhio ai “fulmini”: se vengono colpiti possono esplodere in volo

Per gli Usa i Joint Strike Fighter F-35 saranno il non plus ultra in fatto di "morte che arriva dai cieli". In realtà, i test condotti in questi anni, a produzione già avviata, hanno dimostrato le tante carenze dei velivoli. Per quattro volte in due anni e mezzo la flotta è rimasta infatti negli hangar per problemi tecnici.

PROBLEMI A POMPA DI BENZINA E PALE. Uno studio del Pentagono risalente a prima del 2013 parla persino del rischio di «esplosione in volo» nel caso in cui l'aereo venga colpito da fulmini. Prima di farli decollare è bene accertarsi che non sia previsto brutto tempo. Altri malfunzionamenti accertati hanno riguardato la pompa di benzina del motore e le pale delle turbine.

Massimo D'Alema e Romano Prodi.

Chi li ha voluti? Tutto iniziò nel 1996 con Prodi (e poi D'Alema)

L'Italia ha aderito al progetto nel 1996: alla cloche del governo c'era Romano Prodi. La sottoscrizione del contratto che ancora ci vincola è avvenuta in data 18 dicembre 1998, sotto l'esecutivo guidato da Massimo D'Alema.

CENTROSINISTRA PIÙ VOLTE IN IMBARAZZO. Negli anni, vuoi l'esorbitante aumento dei costi di produzione, vuoi l'incalzare della crisi economica, l'affaire dei caccia statunitensi ha messo più volte in imbarazzo gli esponenti del centrosinistra (che quel progetto l'ha voluto e firmato). Le ultime discussioni rilevanti sulla possibilità di tirarsi fuori dal programma risalgono al governo Letta.

FRIZIONI NEL 2013 TRA GRAZIANO E MAURO. Il 25 giugno 2013, mentre l'esecutivo tentava di disinnescare nuovi aumenti dell'Iva, il ministro per gli Affari regionali, Graziano Delrio dichiarava: «Dobbiamo fare di tutto per recuperare risorse per l’emergenza vera che, oggi, non è certo quella della difesa, ma del lavoro per i giovani. Non ha senso spendere risorse nel comparto militare». Secca fu la replica del titolare del dicastero alla Difesa, Mario Mauro: «Non ho partecipato a nessun Consiglio dei ministri nel quale il governo abbia cambiato posizione. Che ci sia stata una crisi a mia insaputa?».

Più coerente la posizione del centrodestra, da sempre favorevole all'acquisto dei caccia. Proprio in quei giorni il capogruppo dei deputati di Forza Italia, Renato Brunetta, a Radio24 commentava così: «La polemica sugli F-35? Qui bisogna essere molto seri. Quest’impegno è del 1998, governo D’Alema, confermato da tutti i governi che da allora si sono succeduti: Berlusconi, Prodi, Berlusconi, Monti».

STORICA GAFFE DI BOCCIA SU TWITTER. Ma il vero imbarazzo al centrosinistra l'ha creato il presidente della Commissione Bilancio, Francesco Boccia, con un tweet del 25 giugno 2013 («in sostanza non si tratta di fare guerre, con gli elicotteri si spengono incendi, trasportano malati, salvano vite umane #F35») in cui ha dato prova di non avere idea di cosa stesse parlando (poi incolpò il suo staff). Forse, per come sono andate le cose, non era nemmeno il solo.

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