I 400 colpi

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8 Agosto Ago 2017 0904 08 agosto 2017

Come un diamante, anche un F-35 è per sempre

Della partecipazione al progetto si è cominciato a parlare in Italia nel 1996. A tutt’oggi sono previsti investimenti fino al 2020. E a scadenza non pare un azzardo immaginarne di ulteriori.

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Non moriremo democristiani, questo ormai è sicuro. Anche se certi sommovimenti della politica non escluderebbero del tutto un clamoroso ritorno, sotto mentite spoglie, dello scudocrociato. Sicuramente però moriremo consapevoli che del progetto degli F-35, caccia tra i più sofisticati, costosi e tecnologicamente complicati al mondo, si continuerà a parlare.

LA BOCCIATURA DELLA CORTE DEI CONTI. Che ce lo porteremo dietro vita natural durante, lo ha certificato niente di meno che la Corte dei conti, la quale per la prima volta ha introdotto nella pubblica amministrazione un concetto mutuato dalla finanza. Quello del “too big to fail”, del troppo grande per fallire, di cui a Wall Street e dintorni si parla fin dal 2008, ovvero all’indomani del crollo della Lehman Brothers che ha fatto capire, nella circostanza tardivamente, come ci siano istituzioni sistemiche che non si possono lasciar andare alla deriva pena il tracollo di un intero sistema.

Ecco, la costruzione degli F-35 è impresa troppo imponente perché si possa dar retta alle numerose voci di quanti ne mettono in discussione l’efficacia. Quindi bisogna andare avanti, non foss’altro perché lo Stato italiano ha già sin qui speso più di 4 miliardi e fermarsi significherebbe averli sborsati inutilmente. Proseguire è dunque imperativo categorico nonostante persino gli americani, padri del progetto, ne abbiano ridotto la portata preoccupati anche loro dall’iperbolico dilatarsi dei costi. Nonché del fatto che la loro costruzione sembra essere quello che fu l’analisi per Freud: interminabile.

OLTRE 109 MILIONI DI DOLLARI PER OGNI AEREO. Qualcuno ha infatti attribuito la durata monstre del programma a una mai risolta ambiguità sulla natura del mezzo, ovvero qualcosa che dovrebbe essere al tempo stesso un caccia, un bombardiere e un velivolo di supporto. Insomma un prendi tre paghi uno (ma quanto lo paghi, visto che nel 2016 il costo per unità era lievitato a 109,88 milioni di dollari) che però fa storcere la bocca agli esperti del settore che hanno impietosamente rilevato (e messo alla berlina) tutti i difetti dello stellare marchingegno.

ALTRI 10 MILIARDI DA INVESTIRE NEL PROGETTO. Tornando a casa nostra, la Corte dei conti non ha fatto altro che certificare il vicolo cieco in cui ci siamo infilati. Oltretutto, al di là dei soldi, se tutto va bene ci vorranno almeno un’altra decina di miliardi oltre ai quattro già spesi, c’è anche il ricatto occupazionale a rendere controproducente l’uscita. Meno investimenti significa che gli stabilimenti Finmeccanica di Cameri, dove si assemblano alcune parti degli aerei, e che già oggi sono sottoutilizzati, rischiano di chiudere.

L'Italia ha già speso più di 4 miliardi e fermarsi significherebbe averli sborsati inutilmente. Proseguire è dunque imperativo nonostante persino gli americani ne abbiano ridotto la portata preoccupati dall’iperbolico dilatarsi dei costi

Ergo, finanziando un progetto su cui ad averlo saputo per tempo non ci saremmo imbarcati (noi come molti degli altri Paesi coinvolti) contribuiamo al salvataggio di posti di lavoro che altrimenti verrebbero soppressi.

SERVONO RISORSE FINO AL 2020. Quindi è esercizio sterile, ancorché intenzionalmente lodevole, immaginare cosa avremmo potuto fare di alternativo con tutti quei soldi (lavoro, welfare, acquisto di Canadair, messa in sicurezza del territorio, e chi più ne ha più ne metta). Della partecipazione al progetto F-35 si è cominciato a parlare in Italia nel 1996, e a tutt’oggi sono previsti investimenti fino al 2020, e a scadenza non pare un azzardo immaginarne di ulteriori. Insomma, si è capito che, come un diamante, anche un F-35 è per sempre.

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