Amos Genish
VISTI DA VICINISSIMO 8 Agosto Ago 2017 1326 08 agosto 2017

Da Tim e il colonello Genish, fino Bizzari a Palazzo Ducale: lo sciocchezzaio agostano

Ispettori del lavoro pemettendo, il manager israeliano è piombato come un tornado sulla testa delle prime linee di Telecom. Intanto Genova si ritrova con un altro comico al potere, che si prende il gioiello cittadino della cultura. Mentre Monti lancia pizzini a Renzi sul Corriere.

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Rientrato dai bagordi del weekend a Porto Cervo e stordito dalla bellezza soave della principessa Zahra, figlia dell’erede dell’Imam dei Nizariti, la più grande branca degli Ismailiti nell’Islam sciita, Aga Khan, sul Frecciarossa che collega Milano e Roma e viceversa capita di ascoltare qualche interessante conversazione, utile per il nostro sciocchezzaio estivo. Tema molto gettonato è quello che succede a Telecom, in attesa di sapere se il governo ascolterà i saggi suggerimenti di Franco Bassanini, forse non casualmente notato come assente alla performance capalbiese di Matteo Renzi.

ISPETTORI DEL LAVORO PER GENISH. Scopro così che gli uffici Tim al settimo piano di Corso d’Italia a Roma, proprio vicino alla storica sede della Cgil, che pure ne hanno viste di tutti i colori nel corso degli anni – liti furibonde, scalate ostili, intercettazioni autorizzate, cimici messe per controllare i dirigenti – stanno per assistere nelle prossime ore a un vero e proprio inedito. Infatti, stanno per arrivare gli ispettori del lavoro per controllare se il nuovo direttore generale Amos Genish sia in regola con tutti i permessi. E pare proprio che l’ex ufficiale dell’esercito israeliano, a parte i problemi legati al patto di concorrenza con gli spagnoli di Telefonica, non abbia ancora tutti i requisiti per poter lavorare in Italia.

Mancata regolarizzazione della sua posizione a parte, Genish è piombato come un tornado sulla testa delle prime linee, con l’intenzione di farne saltare subito qualcuna. A sentire i rumors interni, il primo della lista a fare le valigie sarà il vecchio capo del personale Francesco Micheli, pupillo di Corrado Passera dai tempi di Banca Intesa, il quale, non sapendo una parola di francese e inglese, non riesce a interloquire con il nuovo direttore generale. Ma molte altre teste cadranno: Genish ha già seminato il terrore, facendo chiaramente capire a Bolloré che non ne vuole sapere di avere un amministratore delegato italiano sopra di lui.

LA GUERRA SILENZIOSA A BERNABÈ. Un chiaro messaggio di avversione all’ipotesi, che il vostro Occhio vi ha raccontato per primo, che su quella poltrona possa andarsi a sedere Franco Bernabè, vecchia volpe di molte battaglie, che ora torna buona in vista della difficile trattativa con il governo per lo scorporo della rete di cui, cari lettori, il vostro Occhio ha già fornito abbondanti retroscena. Compresi quelli sulle candidature civetta di Mauro Moretti (in questo caso auto-candidatura) e Fabio Gallia di Cdp (non vede l’ora di andarsene, a dispetto delle interviste in duplex con il presidente Claudio Costamagna).

IN TIM A RISCHIO ANCHE CIURLI E FERIGO. Il “colonnello” Genish, come è già soprannominato fin dal giorno in cui ha messo rumorosamente piede in Tim, vuole mettere subito mano alla gestione della rete di accesso, la cosiddetta whole sale, e la parte tecnologica che considera largamente inadeguata (non a torto). Tremano quindi, oltre a quella di Micheli, le poltrone di Stefano Ciurli, dal 2015 responsabile della Funzione Wholesale, e di Giovanni Ferigo, capo della divisione Technology del gruppo. E per non farsi mancare nulla, e come era ampiamente prevedibile, Genish è subito entrato in rotta di collisione anche con il vicepresidente Giuseppe Recchi, che ha la delega per Sparkle. Il colonnello avrebbe individuato un ex generale che da poco ha lasciato i servizi per rafforzare la linea di comando in quella che è la struttura più delicata e strategica del gruppo. Vi terrò informati.

Un saltimbanco populista alla Fondazione Palazzo Ducale

Ma nell’executive del Frecciarossa 1000 si fanno battute anche su due idee che è il caso di definire “bizzarre” di due sindaci sotto i riflettori. La prima è quella che è venuta a Marco Bucci, neo sindaco forzaitaliota di Genova, su suggerimento di due ex Mediaset, il presidente della Regione Liguria Giovanni Toti e della sua assessora alla (si fa per dire) Cultura, Ilaria Cavo (vi ricordate, la giornalista del delitto di Cogne e altre efferatezze varie): nominare alla presidenza della Fondazione Palazzo Ducale, gioiello cittadino della cultura, nientemeno che Luca Bizzarri, comico (per chi ride, io no) televisivo sempre in duplex con un altro dal nome impronunciabile (tantomeno scrivibile). Ora, perché degli amministratori di centro-destra, il cui compito sarebbe di spurgare le attività culturali dal vecchio radicalscicchismo sinistrese, devono promuovere un saltimbanco populista strabico a sinistra? Semplice: se metti dei televisionari ad amministrare città e regioni, è il minimo che ti può capitare.

"Che sfida. Che onore. Mi mangeranno vivo. Un sacco di gente godrà se le cose andranno male. Accetto" Ho mandato questo...

Geplaatst door Luca Bizzarri op maandag 7 augustus 2017

Così se metti una senza né arte né parte a capo della Capitale, ti può capitare che i grillini si facciano promotori della nomina a Zetema - lo strumento inventato tanti anni fa da Walter Veltroni per controllare cultura e spettacolo a Roma e mai smontato da nessun sindaco che gli è succeduto, tantomeno Virginia Raggi - di un vecchio arnese come Giovanni Maria Flick, presidente emerito della Corte Costituzionale e ministro con Romano Prodi. Un ulivista rimasto disoccupato, che ha fatto sapere che lui il curriculum vitae non glielo dà alla Raggi – pretende, benedetto uomo, che lei sappia chi lui è – ma se lo chiama potrebbe anche darsi che le dice di sì. Da ridere, se non ci fosse già da piangere, per Roma e anche per uno che non accetta la pensione come Flick.

L'intervista iettatoria di Becchi su libero

Finisco col consolarmi con la lettura che sul Freccia si fa dei giornali. Uno, in particolare: Libero. Evidentemente stanco di ripetere sempre la stessa musica – i grillini sono cattivi da quando me ne sono andato io – Paolo Becchi, l’eccentrico professore genovese che scrive sul giornale diretto da Vittorio Feltri, già guru degli ortotteri, si cimenta in un’intervista al banchiere visionario Ettore Gotti Tedeschi. Ne viene fuori una roba allucinante, da toccare il toccabile per difendersi dalla iettatura.

SU LIBERO DIETROLOGIA A GO GO. Già il titolo è tutto un programma: «Un futuro terrificante». Poi leggendo si scopre che tutto parte da una lettera scritta dall’ex presidente dello Ior al sito di quello strampalato di Maurizio Blondet, ex giornalista che da anni ci ammorba con teorie fantasiose tipo quella contenuta nel libello 11 Settembre, colpo di stato in Usa, dove ha sostenuto che quello di New York non era un attentato islamico ma una manovra di un nuovo centro di potere (i neoconservatori, estremisti filo-israeliani della lobby ebraica in Usa) che ha detronizzato l’oligarchia storica (il Council on Foreign Relations, Rockefeller, ecc.) per lanciare la super-potenza americana nelle guerre e destabilizzazioni dei Paesi del Medio Oriente troppo potenti per i gusti di Israele. Basterebbe questo per inquadrare un’intervista che mira a sostenere che l’uscita dall’euro è questione di salvaguardia della democrazia. Caro Feltri, vabbè che ha deciso di fare il paladino del governo Di Maio-Salvini-Meloni, ma perché pubblichi ’ste stronzate?

Paolo Becchi.

(*) Con questo “nom de plume” scrive su Lettera43.it un protagonista e osservatore delle più importanti partite del potere politico ed economico-finanziario italiano.

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