Pensioni
previdenza 8 Agosto Ago 2017 1548 08 agosto 2017

Pensioni, la Ragioneria: «Se cambiano gli scatti sistema più debole»

L'ultimo rapporto sulla spesa previdenziale avverte: possibili slittamenti dei requisiti anagrafici rappresentano un pericolo per Paesi ad alto debito come il nostro.

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Dalla Ragioneria generale dello Stato arriva uno stop a eventuali interventi legislativi finalizzati a fermare, o anche solo a rallentare, l'adeguamento all'aspettativa di vita dei requisiti anagrafici necessari per andare in pensione. Misure invocate dai sindacati, che chiedono di congelare l'aumento a 67 anni attualmente previsto per il 2019. Ma simili modifiche, che hanno come obiettivo quello di dilazionare gli scatti d'età, secondo il dipartimento del ministero dell'Economia che si occupa di tenere la contabilità dello Stato determinerebbero «un sostanziale indebolimento della complessiva strumentazione del sistema pensionistico italiano», e un «peggioramento della valutazione del rischio-Paese».

Secondo la Ragioneria, al contrario, l'adeguamento automatico dei requisiti anagrafici rappresenta un parametro fondamentale per valutare la tenuta dei sistemi pensionistici, specie in Paesi «ad alto debito pubblico come l'Italia». E costituisce inoltre «la misura più efficace per sostenere il livello delle prestazioni».

NEL 2021 COMUNQUE IN PENSIONE A 67 ANNI. Ma non finisce qui. Ritoccare i requisiti anagrafici per l'accesso alla pensione sarebbe solo un palliativo temporaneo, visto che, anche in presenza di un blocco dell'adeguamento automatico alla speranza di vita, il requisito «verrebbe comunque adeguato a 67 anni nel 2021, in applicazione della specifica clausola di salvaguardia introdotta nell'ordinamento su richiesta della Commissione europea e della Bce, e successivamente mantenuto costante a tale livello».

LA CLAUSOLA DI SALVAGUARDIA DEL GOVERNO MONTI. Si tratta della clausola di salvaguardia introdotta dal governo Monti con il decreto Salva-Italia, che ha incorporato la riforma Fornero. La clausola prevede che anche in mancanza di adeguamenti automatici agganciati all'aspettativa di vita, la soglia anagrafica minima per accedere alla pensione dal 2021 in poi sia comunque di 67 anni.

Senza adeguamento, infine, la spesa previdenziale aumenterebbe in maniera inevitabile e causerebbe una significativa diminuzione del tasso di sostituzione, cioè del rapporto tra la pensione incassata e l'ultimo stipendio perecepito.

LA STIMA DELLE PERDITE. La Ragioneria stima che, con il blocco dell'età, si verificherebbe un taglio progressivo nell'arco di 50 anni a partire dal 2020, fino a raggiungere «12,8 punti percentuali per un lavoratore dipendente», da oltre il 60% a meno del 50% della busta paga, e «10 punti percentuali per un lavoratore autonomo». Mantenendo invece l'automatismo, che inevitabilmente fa salire l'età, il divario tra pensione e retribuzione non si scosterebbe di molto rispetto ai livelli attuali. Il prezzo da pagare è un addio ritardato al mondo del lavoro, che, stando alle attuali previsioni, si attesterebbe a 68 anni dal 2031 e a 70 anni dal 2057.

DAL 2001 AL 2016 AUMENTO MEDIO DI TRE ANNI. Negli ultimi 15 anni, d'altra parte, sempre secondo i dati della Ragioneria dello Stato l'età media di accesso al pensionamento per gli italiani è aumentata di fatto di 3,7 anni per l'uscita anticipata e di 3,8 anni per la pensione di vecchiaia. La media complessiva rileva un rialzo di tre anni dal 2001 al 2016, con l'asticella che resta sotto i 63 anni, precisamente a 62,4.

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