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12 Agosto Ago 2017 1637 12 agosto 2017

Pensioni, Ape volontaria in arrivo: nodo retroattività

Quasi pronto il decreto. Damiano: «Almeno per l'Anticipo bisogna bloccare l'età a 63 anni». Tutte le ultime novità politiche.

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Anticipo pensionistico volontario, ci siamo. È pronto, o quasi, il decreto che ne detta le istruzioni, consentendo a chi lo desidera di andare via dal lavoro prima, dietro un prestito, purché abbia compiuto 63 anni. Il testo originale del provvedimento è stato rivisto, raccogliendo diversi dei suggerimenti avanzati dal Consiglio di Stato. L'ultimo nodo da affrontare è la retroattività della misura, visto il ritardo accumulato.

E L'INNALZAMENTO DELL'ETÀ PENSIONISTICA? Il diritto ad accedere all'Ape dovrebbe decorrere da maggio 2017, ma solo per chi lo richiede e dimostri di averne necessità. Intanto c'è chi fa notare come tutto ciò contrasti con l'innalzamento dell'età pensionabile, che scatterebbe dal 2019. E bloccare lo scatto, soprattutto dopo i calcoli della Ragioneria generale dello Stato, sembra abbastanza arduo.

L'IDEA: CONGELARE I REQUISITI PER L'APE. L'adeguamento alla speranza di vita rischia di trattenere le persone cinque mesi in più al lavoro. Ma, seguendo il discorso della Ragioneria, sarebbe necessario per salvare i bilanci del Paese e anche le singole pensioni. L'idea che spunta è quella di congelare i requisiti almeno per le platee dell'Ape. Il presidente della commissione Lavoro della Camera, Cesare Damiano, spiega: «Tutta la materia andrebbe ridefinita agendo sull'età pensionabile, con un rallentamento dell'adeguamento all'aspettativa di vita, o dal lato dell'Ape, mantenendo fermi i 63 anni».

L'Ape volontaria è stata disegnata come puro anticipo del pensionamento, e non come "ammortizzatore sociale" per chi perde il lavoro

In ballo non c'è solo la pensione di vecchiaia. Anche quella anticipata, una volta chiamata d'anzianità, se nulla cambia, sarà ritardata: il requisito passerebbe per gli uomini da 42 anni e 10 mesi a 43 anni 3 mesi, mentre per le donne si porterebbe da 41 anni e 10 mesi a 42 anni e 3 mesi. Vista la situazione l'Ape diventa uno scivolo non trascurabile.

FIRMA DEL PREMIER ENTRO FINE AGOSTO. La versione volontaria è stata disegnata come puro anticipo del pensionamento, e non come "ammortizzatore sociale" per chi per esempio perde il lavoro. Il decreto che la rende operativa è alla firma del premier (è infatti un decreto del presidente del Consiglio). Sottoscrizione che dovrebbe arrivare entro agosto 2017 o comunque nei primi giorni di settembre per rendere operativo il tutto subito dopo.

SERVE L'INTESA FRA MINISTERI, ABI E ANIA. Anche se poi c'è un mese di tempo per raggiungere gli accordi quadro tra i ministeri del Lavoro e dell'Economa e l'Associazione bancaria italiana (Abi) e l'Associazione nazionale fra le imprese assicuratrici (Ania) e le altre imprese del settore. Intese su cui si sta comunque già lavorando. Infatti l'Ape presuppone un prestito, da restituire in 20 anni, con un tasso di interesse e un premio assicurativo. La rata complessiva lorda dovrebbe essere intorno al 5-5,5%, mentre il tasso netto scenderebbe sensibilmente (circa di due punti) grazie agli sgravi previsti dalla stessa legge di stabilità che ha lanciato l'Ape (credito d'imposta).

Per ora però i tecnici hanno lavorato soprattutto alla retroattività, sin da maggio, della misura. Il Consiglio di Stato nel suo parere ha chiesto di riconoscere l'opportunità a «chi ne faccia espressa domanda, anche eventualmente circoscrivendola a coloro che alleghino di avere perduto l'attività lavorativa o di versare in condizioni di difficoltà».

FORMULA SOFT DIFFICILE DA PROGETTARE. Insomma non si tratterebbe di «una retroazione sic et simpliciter», bensì di una formula più "soft" ma proprio per questo, dal punto di vista tecnico, non facile da mettere a punto. Dovrebbe, invece, essere stata recepita senza problemi l'indicazione a «prevedere sistemi alternativi di risoluzione delle controversie» che possono sorgere per mancata accettazione della domanda di Ape o per criticità sui rimborsi. I magistrati amministrativi propongono sistemi di «mediazioni o camere di conciliazione, direttamente gestiti dall'Inps».

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