Farina
VISTI DA VICINISSIMO 30 Agosto Ago 2017 1013 30 agosto 2017

Meeting di Rimini e dintorni, sciocchezzaio di fine estate

La corsa a sponsorizzare Cl. La troppa Farina di Poste. La faida udinese di Confindustria. E un caso Fincantieri in salsa greca. Pillole di gossip capitalista.

  • ...

Chiudo la mia estate vacanziera tra una puntata al Meeting di Rimini – giuro che l’ho fatto solo per voi, miei cari e fedelissimi lettori, per tirare su qualcosa di succoso in queste settimane in cui il potere (o quel che ne rimane) politico e finanziario ci ha lasciato senza emozioni – e il ritorno in Costa Azzurra giusto in tempo per assistere all’incendio che ha distrutto “If Only”, lo yacht di Diana Bracco, un 40 metri d’epoca andato in fiamme al largo di Nizza, confermando il periodo no dell’imprenditrice farmaceutica e confindustriale a tempo pieno, dopo la condanna a due anni per frode fiscale e appropriazione indebita.

SPONSOR ECCELLENTI PER CL. Di Rimini sapete tutto dai giornali: Comunione & Fatturazione ha mollato Matteo Renzi, che in verità non aveva mai sposato nonostante il Giglio Magico di fatturazioni se ne intenda (forse sono concorrenti), per il pio (apparente) Paolo Gentiloni e per il sempreverde (con smania di rientro in pista) Enrico Letta. Meno o per nulla evidenziati, invece, gli sponsor. Che vanno osservati per capire come gira il fumo in casa Cl. Tre sono di prima fila: Enel, Banca Intesa e Wind. E nove di seconda: Ania, Autostrade, Banca 5 (Intesa), Eni, GI Group, Nestlé-Nescafè, Nestlé-Meritene, Poste, UnipolSai. Da notare, oltre alla doppia presenza della banca dove Stefano Lucchini – da sempre contiguo a tutti i mondi cattolici, detto il Cardinale per i suoi modi curiali – fa e disfa al di là del ruolo formale, forte del suo rapporto strettissimo con Carlo Messina, e di Nestlè Italia, dove ha aperto i cordoni della borsa Manuela Kron, direttore Corporate Affairs del gruppo svizzero in Italia (non a caso sul palco giovedì 24 agosto con il presidente della Compagnia delle Opere, Bernhard Scholz), la presenza rafforzata di Bianca Maria Farina, nello stesso tempo come presidente di Poste e rappresentante dell’Ania.

LA TROPPA FARINA DI POSTE. Con lei c’è il suo fido e inseparabile scudiero e portaborse Raimondo Astarita, lobbista di Federgolf, che lei ha fatto nominare vicepresidente della Fondazione Ania e che si porta sempre anche in Poste dove però non risulta avere (o avere più, visto che con Massimo Sarmi era capo delle relazione esterne) un ruolo formale. Tra l’altro, mi permetto di segnalare all’amministratore delegato Matteo Del Fante e al suo plenipotenziario Giuseppe Lasco l’attivismo fuori misura della signora presidente. Da Poste è uscita Luisa Todini perché faceva ombra al nasone di Francesco Caio, ma ora rischia di ripetersi il conflitto. Tant’è vero – si racconta nei corridoi della Fiera di Rimini – che Del Fante a fine luglio ha deciso, in sordina, di attribuirsi il posto anche di amministratore delegato di Poste Vita dopo aver tentato senza successo di far mollare quello di presidente della stessa compagnia alla coriacea Bianca Maria, che nel frattempo era riuscita a piazzare Maurizio Cappiello come nuovo direttore generale. I privilegiati che risiedono o bazzicano la sede di rappresentanza di Poste in via dei Crociferi fanno scommesse non sul se (sono tutti d’accordo che accadrà) ma sul quando Lasco procederà a “triturare” Astarita.

A Rimini sento parlare molto della vicina Bologna. Tengono banco le vicende della Fondazione Carisbo, centro di potere molto ambito e luogo di mille contrasti, sia quando ne era presidente il super massone Fabio Roversi Monaco, sia ora che si deve trovare un successore a Leone Sibani, dal 1983 prima direttore generale e poi amministratore delegato della Cassa di Risparmio di Bologna, prima che la stessa finisse inghiottita in Banca Intesa. Sibani, che ad aprile nel giro di due giorni prima ha dato e poi ritirato le dimissioni dalla Fondazione, scade comunque il prossimo anno, e già sono partite le grandi manovre. Il nome sulla bocca di tutti è nientemeno quello di Pierferdinando Casini, che però da statuto non potrebbe per via del ruolo di parlamentare. Ma c’è chi propone di modificarlo, come peraltro è stato fatto l’anno scorso per far rientrare dalla finestra (come socio di diritto) il rettore Francesco Ubertini che era stato tenuto fuori dalla porta. Ma che la situazione sia incandescente lo si era visto a marzo, quando nel Cda della Fondazione erano entrati lo stesso Casini e il presidente degli industriali bolognesi (e già antagonista di Vincenzo Boccia in Confindustria) Alberto Vacchi mentre era stato clamorosamente bocciato Maurizio Marchesini, leader di Confindustria Emilia-Romagna.

I DOLORI DI CONFINDUSTRIA. A proposito di Confindustria, a Rimini arrivano anche gli echi della lotta senza esclusione di colpi in corso a Udine, dove non si capisce se il presidente Matteo Tonon rimane fino al 2018 (è in corso l’unificazione delle varie associazioni provinciali) o se lascia subito. Nel qual caso è già andata in scena una spaccatura tra chi spinge Piero Petrucco, indicato dall’attuale direttivo (peraltro a sua volta spaccato), che però si è ritirato (salvo ripensamenti), e il candidato indicato dalla base, Germano Scarpa. Una cartina di tornasole di quanto accade in tutta Italia in una Confindustria che, specie dopo lo scandalo Sole 24 Ore gestito coi piedi, rischia di consegnare la presidenza Boccia alla storia come la peggiore di sempre. Di questo cerco di parlarne con la Bracco, ma l’incendio della sua barca me lo impedisce. Non mi rimane che fare due chiacchiere con uno dei suoi ospiti (tutti messi in salvo dalla Capitaneria di porto di Nizza), del quale ometto il nome per correttezza.

CI MANCAVANO I GRECI... L’amico della Bracco mi fa notare come il rogo della “If Only” gli appaia doppiamente simbolico, delle difficoltà del capitalismo italiano che si riflettono nella caduta verticale di credibilità della Confindustria, e del nostro armamento. Pensavo si riferisse alla nota vicenda Fincantieri, e invece mi fa notare che le buschiamo non solo dai francesi (ci sta) ma anche dai greci. Emanuele Grimaldi, a capo dell’omonimo gruppo armatoriale napoletano, si è infatti fatto soffiare sotto il naso il controllo della Hellenic Seaways, che assicura i collegamenti marittimi nel mare Egeo, dopo essere arrivato al 48,5% del capitale. Grimaldi contava sul fatto che il 50,3% in mano alla Piraeus Bank fosse messo all’asta, mentre ora si è scoperto che è già stato assegnato al gruppo greco Attica Holding, quello che tra l’altro controlla le due società di navigazione che assicurano le rotte Italia-Grecia, la Superfast Ferries e la Blue Star Ferries. Ora Grimaldi si appella all’Antitrust europeo, considerato che la controllante di Attica, la Marfin, vede come azionista di riferimento proprio la banca Piraeus che sarebbe dunque in chiaro conflitto d’interessi. Tuttavia lo schiaffo rimane. Fregati anche dalla Grecia. L’estate si chiude qui e così.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Correlati

Potresti esserti perso