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Crisi delle banche

Unicredit: Aabar resta azionista al 5%
LO SPORTELLO 1 Settembre Set 2017 0900 01 settembre 2017

Gli ex top manager di Unicredit cadono sempre in piedi

Responsabili di errori e politiche discutibili, hanno portato il titolo ai minimi di 1,7 euro (era a 43 nel 2007). Ma da Etruria a BpVi, sono stati tutti riciclati. Come mai nessuno cerca dirigenti (davvero) efficienti?

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È un dato oggettivo: dove c'è una banca fallita o prossima al default, arriva un manager ex Unicredit, uno di quelli fatti “dimissionare” da Jean Pierre Mustier, l’amministratore delegato dell’istituto di piazza Gae Aulenti.

RINNOVAMENTO NECESSARIO. Facciamo un po’ di cronaca di ciò che è avvenuto. Il nuovo ad di Unicredit, non appena insediato, ha focalizzato la sua attenzione sulla costruzione della squadra del top management facendo fuori tutto ciò che sapeva di "passato" e di inefficiente. Era ciò che il mercato si aspettava (infatti lo ha premiato con la sottoscrizione di un aumento di capitale record di 13 miliardi di euro), visto che quei manager operativi erano lì da oltre 15 anni, responsabili quindi delle errate strategie e delle discusse politiche commerciali della banca.

Jean Pierre Mustier.

A dire il vero il cambiamento era già iniziato da mesi, ma solo perché forzato dalle indagini della procura di Firenze che aveva costretto l'allineato Federico Ghizzoni (il precedente ad) ad accantonare manager della struttura Corporate indagati per truffa, appropriazione indebita e ricettazione, reati aggravati dal favoreggiamento alla mafia.

STIPENDIO TAGLIATO DEL 40%. A ogni modo si è trattato di un ottimo e incoraggiante segnale da parte del manager francese che sta proseguendo in maniera determinata ed esemplare (si è tagliato lo stipendio del 40%) nel processo di rivitalizzazione della ex Banca di Piazza Cordusio. Ma che fine hanno fatto invece gli ex top manager che avevano portato nel 2016 il valore del titolo Unicredit ai minimi di 1,7 euro rispetto ai 43 euro circa del 2007?

La protesta dei risparmiatori di Banca Etruria.

Partiamo da Roberto Nicastro, ex direttore generale di Unicredit, nominato da Bankitalia presidente delle quattro banche fallite (Etruria, Chieti, Ferrara e Marche) nell’autunno del 2015 che, contrariamente alle sue iniziali affermazioni («in 15 giorni avremo i nomi degli acquirenti»), versano ancora nelle stesse condizioni nonostante la campagna acquisti portata avanti dallo stesso Nicastro che ha attinto a piene mani tra gli ex manager di rete della banca di piazza Gae Aulenti per riportare (in)efficienza nei suddetti quattro istituti di credito.

BERTOLA SISTEMATO IN ETRURIA. Roberto Bertola per esempio è stato sistemato come amministratore delegato in Etruria. Felice Delle Femine ha occupato il posto di n.1 di CariChieti, per poi passare, negli ultimi mesi, come direttore generale alla Banca Popolare di Torre del Greco. Ricordate la cosiddetta “bancarella” del paesino del crac Deiulemar?

PICCINI INVECE FINITO A VICENZA. Non solo. Anche Banca popolare di Vicenza, fallita nel giugno 2017 e prima dell’ingresso dei nuovi proprietari di Intesa SanPaolo, ha nominato come vice direttore generale Gabriele Piccini, ex country chairman Italy del Gruppo Unicredit e uno dei principali responsabili delle strategie commerciali degli ultimi 20 anni della ex banca di piazza Cordusio finite nel mirino.

Roberto Nicastro.

E ancora: Carige (Cassa risparmio di Genova), una delle banche prossime al default e che ha bisogno di un piano di ricapitalizzazione di 600 milioni di euro, ha nominato nel luglio 2017 come amministratore delegato Paolo Fiorentino, ex chief operating officer di Unicredit, che ha subito cooptato come direttore finanziario Andrea Soro, a sua volta ex Unicredit.

DUBBI SUL GIRO DI POLTRONE. Infine Marina Natale, ex "head of strategy business and M&A" di Unicredit, che è diventata amministratore delegato della Sga (la bad bank statale ex Banco di Napoli, ora chiamata a recuperare i cattivi crediti di Popolare Vicenza e Veneto Banca). Insomma una “unicreditizzazione” delle banche già fallite o vicine al default che lascia qualche dubbio.

SVECCHIAMENTO FRENATO. Perplessità che nasce dalla considerazione di fondo sul ritardo italiano in merito al processo di cambiamento e svecchiamento della classe dirigente, compresa quella bancaria naturalmente. In altre parole: se i nuovi manager erano stati giudicati anziani e superati (se non inadeguati) dalla loro stessa banca e rimossi dagli incarichi (con la formula dell’invito alle dimissioni), come mai, poi, li si chiama a dirigere banche sull'orlo del crac o reduci da un fallimento, e che continuano a rivelarsi inefficienti?

Perché dopo i crac nessuno ha pensato di andare a fare campagna acquisti di manager efficienti da quelle banche (anche piccole) che funzionano?

Il processo di “unicreditizzazione” delle banche malate ha a che fare anche con un altro aspetto che lascia perplessi. Perché dopo gli scandali e i crac bancari nessuno ha mai pensato di andare a fare campagna acquisti di manager efficienti da quelle banche (anche piccole) che funzionano e che fanno buoni risultati?

ECCELLENZA SPESSO IGNORATA. Della cultura delle best practice, di come si raggiunge l’eccellenza, ci si riempie la bocca. Come cercare e diffondere le best practice è una materia che si insegna nelle Università e nei corsi più diffusi ed elementari, anche per chi fa il mestiere della banca. Ma come mai, dunque, quando l’eccellenza c’è, ed è a due passi da noi, nel nostro territorio, nessuno va a vedere come è stata raggiunta e chi l’ha raggiunta?

I CACCIATORI DI TESTE COSA FANNO? Perché in questi anni nessuno dei cacciatori di teste che lavorano per le grandi banche (e che hanno avuto e hanno tuttora un “gran da fare” per cercare dei manager capaci che sappiano rimediare ai disastri spesso causati da chi li ha preceduti) non si sono mai interessati a quei manager (di solito di banche piccole) che fanno funzionare ciò che i “soliti nomi” hanno distrutto e possono ancora distruggere? O almeno cercare di capire se sono davvero bravi oppure magari solo fortunati?

Chi è bravo... meglio nasconderlo: sia mai possa raggiungere posizioni più alte e scalzare dalle poltrone i soliti noti della finanza

In Italia si tende a non voler vedere i casi di eccellenza, che pure ci sono, perché si preferisce appiattire tutto verso il basso. I bravi e i competenti rompono il sistema. Il guaio italiano è che non solo l’ascensore sociale, ma anche l’ascensore professionale, l’ascensore delle competenze, si è inceppato. Chi è bravo... meglio nasconderlo: sia mai possa raggiungere posizioni più alte e scalzare dalle poltrone (che non meritano) i soliti noti, quelli che fanno il giro di promozioni e premi, i protagonisti del nostro, ben noto, “gioco dell’oca” della cabina di pilotaggio delle segrete stanze.

IPOCRISIA E STATUS QUO. L’ipocrisia del potere è uno strumento pericoloso nelle mani di chi preferisce lo status quo gattopardesco a danno dall’efficientamento di un sistema che ha messo in ginocchio intere comunità di cittadini risparmiatori.

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