Pensioni
7 Settembre Set 2017 1806 07 settembre 2017

Pensioni, ipotesi di sconto sull'Ape social per le donne

Sei mesi in meno di contributi per ogni figlio, per un massimo di due anni. La proposta al tavolo con i sindacati al ministero del Lavoro.

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Il governo ha confermato la volontà di tornare, a partire dal 2019, al sistema di rivalutazione delle pensioni per l'adeguamento degli assegni al costo della vita, antecedente alla stretta imposta con il Salva Italia, la cosiddetta riforma Fornero del 2012. Così si alzerebbero, diventerebbero più generose, le percentuali per l'aggancio ai prezzi. A prendere l'impegno, davanti ai sindacati, è stato il ministro del Lavoro, Giuliano Poletti. Al tavolo dedicato alla 'fase due' sulla previdenza è anche stata avanzata una proposta precisa per allargare la platea delle donne che possono accedere all'Anticipo pensionistico social: uno 'sconto' di sei mesi di contributi per figlio, per un massimo di due anni.

SINDACATI SCETTICI SULLA PROPOSTA. «Sull'Ape social c'è un numero di domande da parte delle donne significativamente più basso rispetto agli uomini», ha spiegato il ministro. Ma ai sindacati la soluzione non convince, perché limitata al bacino dell'Ape social, ovvero ad alcune categorie svantaggiate: disoccupate (che vedrebbero scendere da 30 a 28 l'anzianità necessaria) e quelle impiegate in attività gravose (da 36 a 34 anni). Tanto che Cgil, Cisl e Uil rilanciano, mettendo sul tavolo l'ipotesi di rivedere, allargandone le maglie, la legge Dini, che consente un anticipo sull'uscita di quattro mesi a figlio per un massimo di un anno a chi ricade interamente nel sistema contributivo.

FAR RIVIVERE IL MECCANISMO PRODI. La proposta sindacale, che il governo si è riservato di valutare (anche perché deve essere ancora ufficializzata), fa valere lo sconto per tutte, anche se nel sistema misto e per un totale di due anni. Per ora quindi si raccoglie l'apertura sull'indicizzazione: «è sostanzialmente confermato l'impegno», ha detto Poletti. Si tratta di riportare in vigore il meccanismo Prodi, messo a punto nel 2000, che, rispetto all'inflazione, rivaluta al 100% le pensioni sotto i 1.500 euro (3 volte il minimo), al 90% quelle tra i 2 mila e i 2.500 (da quattro a cinque volte) e al 75% quelle che vanno oltre. Tutto ciò in base a un calcolo basato sugli "scaglioni", come accade con le aliquote Irpef, per cui il ricalcolo avviene solo per la parte che eccede i vari scalini. Oggi invece invece c'è un sistema basato su più "fasce", erede della riforma Fornero anche se significativamente ammorbidito a confronto con il 'modello puro', che adeguava ai prezzi solo le pensioni sotto i 1.500 euro. Ora la rivalutazione è al 90% tra tre volte e quattro volte il minimo e la percentuale scende al salire dell'importo fino ad attestarsi al 45% per gli assegni superiori a sei volte il trattamento di base.

ADEGUAMENTI PIÙ PESANTI. Tornare al sistema che c'era prima del Salva Italia, introdotto da Prodi nel 2000, consente adeguamenti più pesanti, con una particolare convenienza per i redditi medio-alti. C'è da ricordare che il blocco della manovra Monti-Fornero è stato giudicato incostituzionale dalla Consulta. Sentenza da cui è scaturito un primo cambiamento delle regole. Ma anche un rimborso, che però adesso è oggetto di appello alla Corte. Il tavolo al ministero si aggiornerà al 13 settembre ma per il momento «siamo ancora in un quadro di incertezza, abbiamo chiesto di esplicitare le risorse» da destinare al capitolo pensioni «ma non ci sono state dare risposte», dice la leader della Cgil, Susanna Camusso, secondo cui l'intervento sulle donne non basta: «amplierebbe la platea solo di 4 mila unità» se l'obiettivo è passare dal 29% al 40% sul totale di domande per l'Ape social.

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