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11 Settembre Set 2017 0800 11 settembre 2017

Trasporto pubblico locale, le debolezze del sistema italiano

Parco mezzi malandato, partecipate in rosso, disservizi. Ma soprattutto l'attaccamento all'auto nonostante il traffico ci faccia perdere fino al 3% del Pil. Senza contare inquinamento e incidenti. Fotografia di un Paese in ritardo.

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Se la ripresa economica stenta a farsi vedere, forse è perché è rimasta imbottigliata nel traffico. Non è una battuta, ma il risultato della ricerca sul «Futuro della mobilità urbana» presentata a Cernobbio. Mentre nel resto d'Europa si punta sempre più sul trasporto pubblico locale per liberare le grandi arterie di comunicazione, in Italia continua a prevalere la logica individualistica. Va detto però che non sempre la colpa è di un servizio che non funziona (anche se in Italia gli esempi non mancano), ma anche della nostra mentalità. E le ricadute sono enormi: dalla qualità della vita fino all'inquinamento e ai costi sociali.

Gli ingorghi ci costano tra il 2 e il 3% del Pil

L'inefficienza logistica pesa sulla nostra competitività.

ANSA

Ogni minuto speso in un ingorgo stradale fa ticchettare un tassametro invisibile che grava sul Pil. Nelle città italiane, nelle ore di punta, ci si muove a passo di processione: 7 chilometri all'ora. Siccome il 79% degli spostamenti avviene su gomma, questo vuol dire che, oltre agli impiegati e ai professionisti, nelle code sulle tangenziali e lungo le autostrade restano intrappolate anche le merci in attesa di lavorazione o di distribuzione.

DANNO ALLA COMPETITIVITÀ. Le congestioni del traffico costano al Paese dal 2 al 3% del Pil (tra i 30 e i 50 miliardi di euro), il doppio della media europea, secondo una ricerca che The European House Ambrosetti ha realizzato per conto di Finmeccanica. Sempre nel report si legge che le inefficienze logistiche influiscono notevolmente sul nostro appeal in quanto a competitività, con un costo di 40 miliardi annui. «Solo dimezzando i tempi di spostamento in linea con i principali Paesi europei», ha dichiarato a Cernobbio l'amministratore delegato di Ferrovie, Renato Mazzoncini, «l’Italia potrebbe risparmiare tra 5,5 e 7 miliardi all’anno, ovvero tra lo 0,34% e lo 0,44% del Pil». Se a tutto questo aggiungiamo che i nostri mezzi pubblici impiegano un'ora per coprire una tratta di 5 chilometri (la metà esatta della media europea), si intuisce perché la ripresa economica tardi ancora ad arrivare.

Incidenti stradali: 54 morti per milione di abitanti

Nonostante la mortalità in strada si sia ridotta del 5% l'Italia è ancora tra i Paesi Ue col tasso più alto.

ANSA

Un trasporto pubblico locale poco efficiente si traduce in un maggior numero di auto in strada e questo aumenta non solo i livelli di CO2 nell'aria, ma anche la possibilità di incidenti. Il nostro Paese paga ogni anno un tributo altissimo di vite spezzate sull'asfalto. Secondo il più recente rapporto della Commissione Ue sulla sicurezza stradale, tra il 2015 e il 2016 si è registrata una significativa riduzione della mortalità in strada: -5%. Tuttavia, continuiamo a essere uno degli Stati europei dove il tasso rimane più elevato, complice sopratutto la scarsa attenzione mentre si è al volante (la maggior parte degli incidenti continua a essere causata dall'uso del cellulare).

COSTO SOCIALE PARI A UNA LEGGE DI BILANCIO. I Paesi Ue con il tasso più basso di mortalità per milione di abitanti sono: Svezia (27), Gran Bretagna (28), Olanda (33), Spagna e Danimarca (37), Germania (39), Irlanda (40) e Austria (49). Noi ci fermiamo a 54 morti ogni milione di abitanti, a pari merito con la Francia e il Portogallo. Segue il Belgio con 56. Peggio solo i Paesi dell'Est Europa: Bulgaria (99), Romania (97), Lettonia (80), Polonia (79), Grecia (77), Repubblica Ceca (59). Il costo sociale resta altissimo: per fare un esempio, i 173.892 incidenti stradali del 2015, oltre a causare la morte di 3.419 persone, secondo Aci-Istat sono costati al sistema Paese 17,5 miliardi di euro. L'equivalente di una delle ultime leggi di Bilancio.

Italia al terzo posto nella classifica degli inquinatori Ue

In Ue la Germania è il primo inquinatore, seguono Regno Unito e Italia.

Stando ai dati Eurostat relativi al 2016, siamo e restiamo tra i più grandi inquinatori del Vecchio Continente. Precisamente il terzo Paese, davanti a noi il Regno Unito. Dunque, se non invertiamo la tendenza, saremo presto i secondi, visto che, con la Brexit, probabilmente le emissioni d'Oltremanica non verranno più calcolate nelle classifiche diffuse dalle istituzioni comunitarie.

IL 27% DELLE EMISSIONI VIENE DALLE AUTO. La maglia nera, nerissima, come i fumi che escono dalle sue ciminiere e dai tubi di scappamento, spetta alla Germania, responsabile da sola del 22,9% delle emissioni inquinanti nel 2016. Il problema, però, è che la Germania è anche la locomotiva d'Europa, e questo è il prezzo da pagare quando si ospita sul proprio territorio un gran numero di industrie. L'Italia insegue nella classifica degli inquinanti ma non è altrettanto ben piazzata in quella della produttività. Le nostre emissioni hanno dunque origine soprattutto in strada, negli ingorghi (27%, 3 punti sopra la media Ue), nelle case e nei negozi, a causa degli impianti di riscaldamento.

Più auto in circolazione e meno autobus

Dal 2005 al 2015 il parco autobus si è ridotto del 13%.

L'immagine stereotipata che hanno di noi all'estero ci vuole amanti delle belle donne, del buon cibo e delle belle automobili. Che gli italiani tra l'autobus o la propria vettura scelgano quest'ultima lo dice anche il rapporto di Legambiente «Mobilità In-sostenibile. Obiettivi pubblici e ruolo dei privati per cambiare la situazione delle città italiane», pubblicato nel mese di luglio 2017.

PARCO MEZZI ANZIANO. Negli ultimi anni è aumentata la quota degli spostamenti in auto, passata dall’8,1% del 2014 al’8,3% del 2015 (Fonte Cdp, Asstra). Parallelamente, nel rapporto, si evidenzia che «dal 2005 al 2015 si è registrata una riduzione del 13% del parco circolante degli autobus che è passato da 58.307 a 50.576 mezzi in circolazione. Senza contare che l’Italia vanta il parco mezzi più anziano d’Europa con una media di età, in aumento, di 11,38 anni contro i 7 anni dell’Ue».

LO SPREAD DELLA ROTAIA TRA NORD E SUD. Non solo. «Nel trasporto ferroviario regionale», continua il rapporto, «l’età del materiale rotabile è, invece, di 17,2 anni, ma con significative differenze tra Nord e Sud. L’età media dei convogli nel Meridione è di 20,3 anni rispetto ai 14,7 del Nord e ai 17,2 della media nazionale. Inoltre, su alcune linee ferroviarie, come la Roma-Ostia Lido e la Circumvesuviana, a causa di degrado e tagli, il numero dei passeggeri è diminuito di oltre il 30% costringendo decine di migliaia di persone a spostarsi sui mezzi privati».

Ogni giorno sui mezzi quasi 20 milioni di cittadini

L'esercito dei pendolari.

A Milano il mercato dell'automobile è tornato a crescere. Può sembrare un dato incoraggiante per l'industria, non lo è per la mobilità. Milano è infatti il fiore all'occhiello del Paese per qualità del trasporto pubblico locale (almeno all'interno della città, più deludente la situazione dei collegamenti con le periferie e l'hinterland). Tra bus, tram, metro, car e bike sharing, i cittadini hanno a disposizione alternative valide ed economiche all'acquisto dell'auto. Eppure, dopo anni di calo costante del numero delle vetture in circolazione, nel 2016 la quantità di veicoli privati è tornata a crescere: 690.824 contro i 686.922 dell'anno precedente. In strada si sono contate quasi 4 mila auto in più, un incremento dello 0,6% in linea con il trend nazionale in gran parte legato al miglioramento dell'economia.

L'ESERCITO DEI PENDOLARI. Insomma, gli italiani non si erano rivolti al trasporto pubblico locale per una presa di coscienza dei problemi legati al trasporto privato, ma perché costretti dalla crisi. Ora che l'economia sta ripartendo, anche i motori delle automobili sono tornati a riaccendersi. Da elogiare, dunque, quell'esercito minoritario che ogni giorno in Italia si affida al trasporto pubblico sfidando ritardi, inadempienze e scioperi: sono 2 milioni e 830 mila i passeggeri sulla rete ferroviaria regionale, 2 milioni e 650 mila i fruitori della rete metropolitana, 14 milioni i cittadini che usufruiscono del trasporto pubblico di superficie.

In 4 anni il settore si è "mangiato" 1,1 miliardi di euro

Anche se non è dato sapere le percentuali esatte, è evidente che una delle concause principali della nostra arretratezza in fatto di trasporto pubblico sia il cronico cattivo stato di salute in cui versano le aziende municipalizzate.

I CONTI IN ROSSO DELLE PARTECIPATE. La romana Atac, indirizzata al concordato per evitare il fallimento, tra il 2011 e il 2015, ha generato da sola il 70% delle perdite dell’intero comparto del trasporto pubblico locale, ovvero 765 milioni di euro. Senza contare il suo debito complessivo che ha toccato la cifra monstre di 1,38 miliardi di euro. La partenopea Anm, costretta a dimezzare le sue flotte (350 mezzi contro 900 di 15 anni fa) ha chiuso il bilancio 2015 con una voragine di 34 milioni di euro. Conti in rosso anche per la palermitana Amat, che fatica a pagare gli stipendi agli autisti. Al Nord soffre soprattutto la torinese Gtt in crisi di liquidità emersa nell'estate 2017. Secondo l’indagine Mediobanca sulle principali partecipate locali, questo settore registra perdite drammatiche (-1,1 miliardi di euro tra il 2011 e il 2015) nonostante gli oltre 14,8 miliardi di trasferimenti pubblici.

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