Kim Jong Un

Minaccia nordcoreana

Bitcoin Collage
13 Settembre Set 2017 1843 13 settembre 2017

Così la Corea del Nord cerca di aggirare le sanzioni con i Bitcoin

Pyongyang cerca di procurarsi moneta digitale. Secondo FireEye, tramite attacchi hacker. Per convertirla in denaro contante. E alleviare l'embargo internazionale. 

  • Francesco Bertolino
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«Il Bitcoin è una frode, una bolla finanziaria destinata ad esplodere»: Jamie Dimon, il presidente di Jp Morgan, non ha usato mezzi termini nel suo intervento del 13 settembre a un convegno di investitori organizzato a New York. A suo parere, la moneta digitale è utile solo a «narcotrafficanti, assassini o Paesi come la Corea del Nord».

BITCOIN PER AGGIRARE LE SANZIONI. Dopo le parole di Dimon, il Bitcoin, che a inizio mese aveva toccato quota 5 mila dollari, ha perso l’8% del suo valore tornando ai livelli di agosto, poco sopra i 3.800 dollari. Il cosiddetto oro digitale, però, continua ad essere scambiato a un prezzo di tre volte superiore a quello del corrispondente reale. Normale, perciò, che la «valuta creata dal nulla», come l’ha definita Dimon, possa attirare l’attenzione di Paesi alla disperata ricerca di fondi. Come la Corea del Nord che, secondo l’azienda americana di sicurezza informatica FireEye, nel Bitcoin potrebbe aver trovato un comodo sistema per aggirare le sanzioni delle Nazioni Unite per i test atomici.

Per il numero uno di Jp Morgan, Jamie Dimon, «chi investe in bitcoin è fuorilegge e stupido».

Nel rapporto pubblicato l’11 settembre, i cyber-esperti di FireEye accusano il regime di Kim Jong-un di essere la mente dietro una serie di attacchi hacker che fra aprile e giugno 2017 ha colpito tre siti sudcoreani dove i Bitcoin vengono scambiati. Una di queste incursioni informatiche sarebbe andata a segno, ma non si sa con quali frutti. Una coincidenza appare sospetta: il 22 aprile Yapizon, un portale per la compravendita di valuta digitale con sede a Seul, ha denunciato il furto di 3.800 Bitcoin che, al valore attuale, corrispondono a quasi 15 milioni di dollari. Ma per i ricercatori di FireEye «al momento non ci sono chiari indizi di un coinvolgimento» dei gruppi di hacker di cui il governo nordcoreano abitualmente si avvale come armi per la sua guerra cibernetica.

UN ESERCITO DI 6 MILA HACKER PER KIM. Gli esperti americani sono invece certi che una ciurma di pirati informatici al soldo di Kim Jong-un - nome in codice Lazarus – sia stata l’artefice del malware Wannacry che nel maggio 2017 ha infettato più di 300 mila computer nel mondo. Alla vittima veniva chiesto un riscatto di 300 dollari per sbloccare il pc. Da versare, naturalmente, in Bitcoin. Wannacry ha fruttato un bottino relativamente magro ai suoi autori, poco più di 100 mila dollari, ma ha messo in evidenza (se confermata l'origine dell'attacco) la potenza di fuoco della Corea del Nord. Un rapporto del 2016 pubblicato dall’International Cyber Policy Centre stima che il regime impieghi più di 6 mila persone nello spionaggio e nel sabotaggio informatico. Un esercito di hacker che, secondo l'azienda di sicurezza informatica FireEye, Kim starebbe utilizzando per fare incetta di Bitcoin, «un bene diventato, in virtù del suo valore, obiettivo di un regime che sotto molti aspetti agisce come un’impresa criminale».

La richiesta di riscatto apparsa sui computer infettati da Wannacry.

Attraverso il furto di moneta digitale la Corea del Nord avrebbe trovato il modo di mitigare l’effetto di sanzioni internazionali sempre più stringenti e di resistere al quasi-embargo deciso dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu. Secondo il rapporto, talvolta i Bitcoin sottratti vengono subito rivenduti su altri siti di exchange. Più spesso, però, vengono prima scambiati con altre criptovalute che garantiscono più anonimità e maggiore protezione dal tracciamento, come Ethereum o Monero. E solo allora convertiti in dollari. «Per il regime nordcoreano è un modo molto economico di importare denaro contante e le sanzioni non fanno che aumentare la frequenza di queste attività criminali», conclude Luke McNamara, uno degli esperti di FireEye.

UNA MONETA SENZA BANCHE. Le preoccupazioni di Dimon sembrano perciò trovare conferma. Benché fondato, però, l’allarme del numero uno di Jp Morgan potrebbe non essere del tutto disinteressato. Bitcoin e le altre valute digitali rappresentano una sfida per il sistema bancario nel suo complesso. La loro impostazione peer to peer, fondata sulla tecnologia della blockchain, ha infatti come scopo l’eliminazione di qualsiasi intermediario nello scambio di danaro fra privati. Un'idea che pare aver conquistato il favore di molti investitori, grandi e piccoli, soprattutto in Cina, Corea del Sud e Stati Uniti: negli ultimi 12 mesi il Bitcoin ha più che quintuplicato il suo valore, raggiungendo una capitalizzazione di mercato di 90 miliardi dollari. Niente di fronte ai 650 miliardi di capitalizzazione di Google o agli 800 di Apple, ma abbastanza per attirare l'attenzione delle banche centrali e delle istituzioni finanziarie preoccupate dalle speculazioni sulla moneta digitale. Secondo Dimon, la bolla delle criptovalute dovrebbe risultare evidente a tutti gli operatori finanziari. Ma altrettanto evidente è chi ha interesse a farla scoppiare al più presto.

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