Getty Images 89018679
13 Settembre Set 2017 1810 13 settembre 2017

Giovani in fuga, un trend che costa all'Italia 10 miliardi all'anno

Ogni emigrato rappresenta un investimento perso per il Paese. A tutto vantaggio degli Stati di destinazione. Europei (Germania e Gran Bretagna in primis), ma anche sudamericani. I numeri.

  • ...

Nel primo dopoguerra l’emigrazione italiana è stata fortissima, e annualmente superava le 250 mila persone. Dagli Anni 70 il fenomeno si è ridimensionato, fissandosi sulle 40 mila unità annue, per poi riprendere, in maniera quasi progressiva, dalla crisi del 2008. Nel 2016 gli italiani che hanno trasferito la residenza all’estero sono stati 114.000, contro i 102.000 dell’anno precedente, mentre i rientri sono ammontati a circa 30 mila unità. Il Dossier Statistico Immigrazione 2017 elaborato dal Centro Studi e Ricerche Idos e Confronti specifica che a emigrare sono sempre più persone giovani con un livello di istruzione superiore. Tra gli italiani con più di 25 anni, registrati nel 2002 in uscita per l’estero, il 51% aveva la licenza media, il 37,1% il diploma e l’11,9% la laurea ma già nel 2013 l’Istat ha riscontrato una modifica radicale dei livelli di istruzione tra le persone in uscita: il 34,6% con la licenza media, il 34,8% con il diploma, il 30,0% con la laurea, per cui si può stimare che nel 2016, su 114 mila italiani emigrati, siano 39 mila i diplomati e 34 mila i laureati.

UN INVESTIMENTO PERSO. Come risulta dalla ricerca congiunta condotta ancora nel 2016 da Idos e dall’Istituto di Studi Politici “S.Pio V” sulla base di dati Ocse, ogni italiano che emigra rappresenta un investimento perso per il Paese. Queste le stime dei costi per portare un giovane a un livello scolastico: 90 mila euro per un diplomato, 158 mila o 170 mila per un laureato (rispettivamente laurea triennale o magistrale) e 228 mila per un dottore di ricerca. Il numero di 114 mila emigrati, ridotto delle entrate, 30 mila, dà un saldo effettivo di 84 mila. Solo contando diplomati e laureati, la perdita netta che colpisce l’Italia, relativamente alle spese di mantenimento agli studi, è consistente e ammonta a 10 miliardi (39.000 x 90.000 + 34.000 x 170.000 = 3,5 + 5,8 miliardi = 9,3 miliardi) cui aggiungere il differenziale per i dottori di ricerca e per le altre persone; si arriva così a superare i 10 miliardi di euro.

CONSEGUENZE SUI REDDITI FUTURI. I figli degli italiani sono stati allevati, si sono formati, hanno frequentato scuole, e alla fine erano giustamente pronti per il loro futuro, ed ecco che tutta questa spesa interna viene buttata. A tutto vantaggio dei Paesi di destinazione, che si trovano dei ragazzi preparati (le scuole italiane sono ancora tra le migliori del mondo, nonostante tutto) senza averne sostenuto i costi. Facciamo così dei grossi regali all’estero; ma possiamo permettercelo? È benvero che nello stesso tempo, ci sono stati gli immigrati stranieri, ma non possono essere fatti confronti per la diversa composizione formativa, almeno in generale, che casi particolari ce n’è di sicuro. In conclusione, stiamo buttando al vento 10 miliardi di euro all’anno, con conseguenze anche sui redditi futuri e sulle pensioni future, in Italia. Il Paese così invecchierà ancor più; già le nascite sono in calo, se poi i giovani migliori lasciano, le generazioni future troveranno un mix di italiani poco vivaci e per nulla giovani.

Le destinazioni europee più ricorrenti sono la Germania e la Gran Bretagna; a seguire l’Austria, il Belgio, la Francia, il Lussemburgo, i Paesi Bassi e la Svizzera

Recentemente è stato calcolato che, per il Veneto, la popolazione diminuisce di circa 1.000 persone al mese, essendo calate drasticamente le nascite, aumentati i decessi e nonostante i forti flussi immigratori. Qualcosa andrebbe fatto, per ridurre queste fughe, spinte dalle scarse possibilità di crescita che il mercato interno offre, anche in questo momento di fugace ottimismo. In ogni caso solo un terzo dei giovani crede nel lavoro in Italia, ma per andare all’estero serve un’offerta economica alta. Ma i dati potrebbero essere ancora più allarmanti. Infatti, come ha ribadito il dossier, i flussi effettivi sono ben più elevati rispetto a quelli registrati dalle anagrafi comunali, come risulta dagli archivi statistici dei Paesi di destinazione, specialmente della Germania e della Gran Bretagna (un passaggio obbligato per chi voglia inserirsi in loco e provvedere alla registrazioni di un contratto, alla copertura previdenziale, all'acquisizione della residenza e così via).

PERDITA UMANA ED ECONOMICA. Il centro studi spiega che, rispetto ai dati dello Statistisches Bundesamt tedesco e del registro previdenziale britannico (National Insurance Number), le cancellazioni anagrafiche rilevate in Italia rappresentano appena un terzo degli italiani effettivamente iscritti. Pertanto, i dati dell'Istat sui trasferimenti all'estero dovrebbero essere aumentati almeno di 2,5 volte e di conseguenza nel 2016 si passerebbe da 114 mila cancellazioni a 285 mila trasferimenti all'estero, un livello pari ai flussi dell'immediato dopoguerra e a quelli di fine Ottocento. Peraltro, si legge ancora nel dossier statistico, non va dimenticato che nella stessa Anagrafe degli Italiani Residenti all'Estero il numero dei nuovi registrati nel 2016 (225.663) è più alto rispetto ai dati Istat. Naturalmente, andrebbe effettuata una maggiorazione anche del numero degli espatriati ufficialmente nel 2008-2016, senz'altro superiore ai casi registrati (624 mila). Come si nota, una fuga ininterrotta, che ci impoverisce di persone capaci e che comporta anche una perdita di oltre 10 miliardi di euro all’anno.

LE NUOVE AMERICHE. Quali sono le nuove Americhe degli italiani degli Anni 2000? Le destinazioni europee più ricorrenti sono la Germania e la Gran Bretagna; a seguire l’Austria, il Belgio, la Francia, il Lussemburgo, i Paesi Bassi e la Svizzera. E l’Europa è destinazione per tre quarti dei migranti italiani. Oltreoceano gli italiani scelgono l’Argentina, il Brasile, il Canada, gli Stati Uniti e il Venezuela. Secondo l’Ocse, l’Italia è ottava nel mondo nella classifica dei Paesi di nuova emigrazione. «Gli studi dell’Ocse dicono che due terzi degli italiani che sono andati a lavorare all’estero poi non ritornano». Il motivo è che all’estero trovano occupazioni più adatte al titolo di studio e al percorso formativo. I dati Idos mostrano che due italiani su 10 hanno in Italia un impiego di livello inferiore rispetto a quanto il loro titolo di studio farebbe sperare. Per gli immigrati in Italia la percentuale è del 40%. Partire, però, è sempre una fonte di nuove opportunità. Questi sono i dati, allarmanti, ma nessuno si preoccupa, e tutti si sono ricacciati nell’ottimismo di facciata che è conseguito dalla ripresina in corso. Qualche ministro ha anche fatto delle affermazioni a dir poco aberranti, sul tema, ma senza alcuna conseguenza. Ma ci rendiamo conto cosa vuol dire oltre 100 mila giovani andati annualmente all’estero? E che perdita umana ed economica comporta?

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Correlati

Potresti esserti perso