Warren Wong 238678
14 Settembre Set 2017 1400 14 settembre 2017

Telefonia, i costi della "tredicesima" e le possibili tutele

L'Agcom è pronta a sanzionare quattro operatori telefonici per la fatturazione a 28 giorni. Che causa un aggravio dei costi dell'8,6% per gli utenti. Dalla legge allo studio all'ipotesi class action: le cose da sapere.

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Anche le compagnie telefoniche vogliono la tredicesima mensilità. E hanno deciso di ottenerla dagli utenti, che solitamente non reagiscono. Se siete clienti di Tim, Vodafone, Fastweb o Wind, potreste aver notato che le bollette arrivano con maggior frequenza, non più a sessanta giorni ma a 56. Non più allo scadere del mese ma dopo 28 giorni. Togli tre giorni da un mese, tre giorni da un altro e alla fine dell'anno spunta fuori la tredicesima mensilità, non sullo stipendio dell'utente ma sulla sua bolletta. Si tratta di una pratica purtroppo ricorrente, ma adesso Codacons promette battaglia (leggi anche: Agcom, bolletta mensile: pronte sanzioni per gli operatori telefonici).

L'ALTOLÀ DELL'AGCOM. Sulla questione era intervenuta, lo scorso 15 marzo, anche l'Autorità Garante delle Comunicazioni, con la delibera n. 121/17/CONS, vietando la novità della fatturazione a 28 giorni. Nel documento infatti si legge: «Ravvisata la necessità di garantire una tutela effettiva degli utenti avendo riscontrato problemi in termini di [...] controllo dei consumi e della spesa, determinati anche dal venir meno di un parametro temporale certo e consolidato per la cadenza del rinnovo delle offerte e della fatturazione, ossia il mese, per la telefonia fissa la cadenza di rinnovo delle offerte e della fatturazione deve essere su base mensile o suoi multipli, [...] per la telefonia mobile la cadenza non può essere inferiore a quattro settimane. In caso di offerte convergenti con la telefonia fissa, prevale la cadenza relativa a quest’ultima». La stessa Agcom, il 14 settembre, ha avviato procedimenti sanzionatori nei confronti di Tim, Wind Tre, Vodafone e Fastweb, rei di non aver rispettato la delibera di marzo.

1. Il danno per i consumatori: aggravio di spesa dell'8,6%

Secondo il Codacons, accorciare il mese a soli 28 giorni si traduce, per le tasche degli utenti, in un aggravio di spesa in bolletta dell'8,6% su base annua. Non solo: come avrete notato se pagate abbonamenti anche sul cellulare (per esempio avete attiva qualche offerta internet che si rinnova di mese in mese) le scadenze si sono ugualmente accorciate nel settore mobile. Tuttavia, il divieto imposto dall'Agcom nella sua delibera del marzo 2017 copre le sole utenze di telefonia fissa, dato che nel «settore della telefonia mobile la maggior parte del traffico è prepagato, mentre in quello della telefonia fissa il traffico è per la quasi totalità postpagato». Insomma, al netto di un aumento dei costi anche per i servizi sul cellulare, l'Autorità sostiene che su quel fronte sia comunque possibile operare un maggior controllo sulla spesa prepagando le offerte cui si aderisce.

2. L'authority ignorata: con il divieto nulla è cambiato

Le compagnie telefoniche hanno però fatto orecchie da mercante, ignorando la delibera dell'Agcom che dava loro 90 giorni di tempo per ripristinare la situazione ex ante. Anzi, se a dare inizio alle danze erano state Vodafone e Wind, dopo il divieto dell'Autorità non solo nulla è cambiato, ma in pista si sono buttate anche Tim nel mese di aprile e Fastweb in maggio. Non si può parlare di un vero e proprio cartello, punibile nel caso da un'altra authority, l'Antitrust, perché, per la fortuna del consumatore, Tiscali al momento continua a conteggiare le proprie bollette a scadenza mensile. Sempre l'Agcom ha inflitto per lo stesso motivo una maxi multa di 500 mila euro a Wind ma, a quanto pare, l'importo dell'ammenda non riesce a dissuadere i colossi del mercato dal porre in essere pratiche sleali. Anzi, proprio in questo periodo Sky sta comunicando ai propri abbonati che, dal primo ottobre 2017, intende passare al piano tariffario dei 28 giorni. Con un distinguo: il gigante televisivo ha agito con maggior trasparenza, avendo avvertito con anticipo la propria utenza, sottolineando che il nuovo calcolo comporterà un aggravio di spesa dell'8,6%, consentendo di recedere dal contratto senza incorrere nelle penali e fornendo in cambio un servizio aggiuntivo gratis.

3. La risposta legislativa: allo studio una norma che vieti la fatturazione a 28 giorni

Vista la situazione, potrebbe presto muoversi il parlamento. All'interno della maggioranza si sta infatti lavorando per inserire, nella prossima legge di bilancio, una norma che impedisca alle compagnie di ingannare il consumatore come è stato fatto finora. Capofila di questa battaglia a tutela dei consumatori la deputata del Partito Democratico, Alessia Morani. I tecnici di Montecitorio stanno cercando di capire se si possa vietare la fatturazione su scale temporali inferiori al mese o, nel caso non vi fossero appigli legali, imporre almeno un calcolo su base settimanale, così da rendere più trasparenti le bollette e permettere al consumatore di capire subito se spunta o meno la tredicesima mensilità. Probabilmente, si tenterà di formulare la nuova norma ribadendo i caratteri di “essenzialità” e “universalità” della telefonia fissa, intesa come servizio pubblico garantito a tutti i cittadini e, dunque, materia in cui lo Stato si riserva di intervenire nella contrattazione privata tra somministratore e utente per garantirne il pieno godimento. Quello su cui si muoverà la nuova legge è un terreno accidentato e le compagnie quasi certamente, per smantellarla, ricorreranno in massa alla magistratura e quindi andrà studiata a prova di ricorso.

4. La richiesta di rimborsi: valida solo per la telefonia fissa

Nell'attesa che il legislatore intervenga, anche il Codacons ha deciso di agire. È possibile, tramite una apposita pagina del suo sito, scaricare un reclamo/diffida con richiesta di rimborso di quanto versato illegittimamente in più per ogni bolletta a 28 giorni e, ancora, nel caso di risposta negativa, il “formulario Ug” per chiedere l’applicazione degli indennizzi automatici. Però bisogna fare attenzione: si può procedere solo per chiedere tutela con riferimento alle utenze di telefonia fissa. La delibera dell'Agcom ammette la fatturazione a 28 giorni nel mercato mobile. Tanto meno è ipotizzabile agire contro Sky: il telefono – e solo quello fisso – è un diritto e come tale va tutelato, la pay-tivù no. «Né le sanzioni comminate dall’Antitrust alle tre principali compagnie attive nel mercato italiano, né la delibera dell’Agcom sono servite a cambiare una delle problematiche più inaccettabili, e indigeste, per i cittadini», dicono dal Coordinamento delle associazioni per la difesa dell’ambiente e dei diritti degli utenti e dei consumatori.

5. La class action: si tratterà di una causa penale

Ma ciò che potrebbe riportare i colossi della telefonia a più miti consigli è la decisione, sempre del Codacons, di indire una “class action” (cioè una azione di categoria). La causa si avvierà in autunno e avrà l'inedita caratteristica di essere penale. L'inosservanza dei provvedimenti dell'Agcom incarna infatti il reato di cui all'articolo 650 del codice penale. In questo modo, si manleva la parte attrice (i consumatori) dall'onere di sostenere le costosissime spese di pubblicazione preliminari al giudizio civile, obbligo che il più delle volte basta a dissuadere il ricorrente dal prendere parte all'azione.

6. Le tutele offerte al consumatore: il primo step è il CoReCom

Quali sono gli strumenti che lo Stato riconosce all'utente per non essere sopraffatto dai colossi del mercato? E come ci si deve muovere quando si ritiene di aver subito un torto? A rispondere è l'avvocato del Foro di Imperia, Flavio Tovani, autore de Il diritto del consumo in Italia: «Nei rapporti fra consumatori e compagnie telefoniche è previsto un tentativo obbligatorio di conciliazione presso i CoReCom o presso le Camere di Commercio. Qualora tale tentativo di conciliazione non vada in porto, è possibile o chiedere allo stesso CoReCom di risolvere la controversia oppure rivolgersi al giudice. In questo caso, si può utilizzare la cosiddetta “azione di classe”, la quale permette di agire insieme con altri consumatori vittime di comportamenti commerciali scorretti al fine di ottenere il risarcimento del danno in casi in cui l'entità della somma pretesa dal singolo consumatore renderebbe non conveniente iniziare un'azione legale individuale».

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