Manovra: dl fisco torna in Commissione
BASSA MAREA 17 Settembre Set 2017 1400 17 settembre 2017

Ricordo dolceamaro del presalario di fanfaniana memoria

Introdotto nel 1963, fu abolito 28 anni dopo. E fu uno strumento utile, anche per capire l'Italia e gli italiani. Che non si sono ancora decisi a trattare i furbetti con quella punta, leggera ma necessaria, di riprovazione.

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Chi ha il privilegio o la condanna di avere buona e lunga memoria, e si ricorda i presalari universitari di fanfaniana memoria, ha sorriso di fronte alla notizia, rilanciata ora in apertura di anno scolastico e accademico, di un esonero dalle tasse per molti studenti universitari italiani, meritevoli e non benestanti. Sorriso di soddisfazione, prima di tutto. O non è bello vedere la comunità che aiuta giovani meritevoli, e non protetti da un certo benessere familiare? Saranno esonerati, come regola di fondo, quanti a fronte di buoni risultati di diploma per il primo anno o di esami per gli anni successivi, e fino al primo fuori corso compreso, appartengono a famiglie con un reddito Isee che non superi i 13 mila euro annui. Questa la regola di base, con varie eccezioni più generose da parte di varie università, ha altre varianti migliorative, ad esempio un tetto di 1.100 euro alle tasse a chi non supera i 30 mila euro di Isee familiare. Ma insomma, buoni voti e un Isee non superiore a 13 mila euro è la regola di fondo, e garantisce l’esonero totale.

ESONERO PER 650 MILA GIOVANI. Sulla base delle statistiche fiscali l’esonero totale o parziale, piuttosto generoso se si pensa che le tasse universitarie ormai arrivano facilmente (cambiano secondo Facoltà) a superare i 2 mila euro e anche parecchio di più, riguarderebbe circa 650 mila giovani. La misura è arrivata con l’ultima legge di bilancio e costerà 55 milioni nel 2017, e 110 all’anno a regime dal 2018, per coprire i vuoti nei bilanci universitari. Un giusto aiuto ai meritevoli o anche un regalo agli evasori? Isee sta per Indicatore della situazione economica equivalente e veniva introdotto nel marzo 98 per una migliore valutazione “della situazione economica dei soggetti che richiedono prestazioni sociali agevolate”. Era un deterrente contro gli evasori autoesonerati fraudolentemente dal pagamento del ticket in farmacia, per partire dal basso, perché considera non solo il reddito, come noto in molti casi in Italia più che altrove “truccato” e garantito solo per i lavoratori dipendenti, ma anche gli immobili e la loro tipologia, risparmi e altro. Un passo avanti che però non garantisce dalle astuzie parassitarie del vasto parco di evasori. Li costringe comunque a maggiore sagacia e a qualche rinuncia.

STESSA FAMIGLIA, NUMERI DIVERSI. Prendiamo, per valutare la credibilità fiscale ai fini della nuova “no tax area” universitaria, una famiglia di 4 persone, 2 figli a carico, redditi da lavoro 24 mila + 12 mila, un appartamentino modestissimo da 200 euro di rendita catastale, 19 mila euro di mutuo ancora da pagare, 3.200 euro di risparmi bancari o postali in due: sono a quota Isee 12.500 circa e rientrano quindi nell’esenzione delle tasse per un figlio, se ha i voti sufficientemente alti. La stessa tipologia di famiglia, casa dello stesso valore, stesso mutuo, ma monoreddito con 36 mila lordi che fanno circa 2.120 netti per 13 mesi, sfora e il figlio non ha l’esenzione totale. Un’altra famiglia monoreddito, due figli, 28 mila lordi, una cifra che nel mondo dell’evasione come indicano le statistiche fiscali molte categorie “sospette” non raggiungono, appartamento medio borghese da 1.500 euro di rendita catastale, 20 mila di mutuo, 60 mila euro in banca, rientra sia pure per poco sotto i 13 mila. Mentre una famiglia con due figli, monoreddito da 40 mila, risparmi di 10 mila, casa modesta da 400 euro di rendita, senza mutuo, è nettamente fuori a Isee 15 mila. Il reddito dichiarato pesa assai più della tipologia dell’immobile e dei risparmi.

Dopo queste considerazioni il sorriso di simpatia per i giovani della “no tax area” si smorza un po’. E certi ricordi del presalario nel lontanissimo 1965 rischiano di spegnerlo del tutto. Sia chiaro, il presalario fu in sé un’ottima cosa. Varato dal governo Fanfani (Dc-Psdi-Pri) nel 1963, fu abolito nel 1991, sostituito dai “prestiti d’onore”. Consentì ad esempio alla moglie di chi scrive, e a tantissimi altri di famiglie che rientravano nei modesti parametri reddituali previsti, di ottenere a metà anni 60 quelle 250 mila lire circa l’anno, 360 mila lire l’anno di allora per chi doveva studiare fuori sede, che fecero davvero per molti la differenza. A me la cosa è rimasta invece un poco sullo stomaco e fu una prima importante lezione su alcune caratteristiche troppo diffuse nel mio bene amato Paese. Il presalario entrò a pieno regime nel 65, l’anno in cui passai la maturità, con la media sufficiente a chiedere l’interessante cifra. Non mi fu data, e anche per me avrebbe fatto una bella differenza, perché mio padre superava di lire 5 mila l’imponibile annuo massimo, per la nostra tipologia, di quella che era allora l’imposta di famiglia, prima dell’Irpef introdotta nel 74. Bene, dura lex sed lex.

PRIMA LA VISITA, POI IL PRESALARIO. Giorni dopo però venni a sapere che a prendere il presalario era stata anche la mia compagna di banco della terza liceo. I professori mi consideravano un gentiluomo, e non ho mai capito se fosse un complimento o no, al punto da mettermi nel banco con una bella ragazza, essendo quell’anno in classe sia i maschi che le femmine in numero dispari. Ora questa cara ragazza era figlia di un noto commercialista, e abitava nel più bel quartiere in un grande appartamento; in affitto, perché così suo padre preferiva. Avevano due tivù in casa, per me la prima casa con due grandi tivù, la domestica e tutto il resto. Ora la cosa sorprese la mia ingenuità di allora perché nelle procedure la legge aveva saggiamente previsto che prima di concedere il presalario un vigile urbano facesse una visita in casa dello studente per controllare il livello di vita, perché non sempre l’indirizzo poteva bastare. Venne da noi, molto in periferia, un cortese vigile urbano della locale stazione. E mi sono sempre chiesto se un vigile urbano fosse mai andato a casa della mia compagna di banco.

UN MODO PER CAPIRE L'ITALIA. Poi venni a sapere di figli di imprenditori che avevano preso la residenza nella casa di campagna, o dai nonni chissà dove, per avere il presalario più alto, da fuori sede. E di figli di artigiani con il presalario mentre il figlio del dipendente dell’artigiano non l’aveva ottenuto perché suo padre superava il tetto massimo di reddito, ma l’artigiano no. Detto questo, il presalario è stato un’ottima cosa. A me ha aiutato molto a capire l’Italia. Credo che oggi le cose stiano un po’ meglio, nonostante tutti i pessimismi. Ma solo un po’. Gli italiani non considerano più chi prende dallo Stato ciò che non dovrebbe prendere un furbo e basta. Ma non si sono ancora decisi a trattarlo con quella punta, leggera ma necessaria, di perplessità e chiara riprovazione.

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