Uber
CONDIVIDE ET IMPERA
24 Settembre Set 2017 1105 24 settembre 2017

Londra, Uber e il ricatto della choc economy

La multinazionale si insinua nelle debolezze del sistema economico per spaccarlo dall’interno, grazie a una grande retorica e a fiumi di denaro. Così un lavoro sottopagato senza diritti diventa per i lavoratori qualcosa da difendere.

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Immaginatevi Goldman Sachs che, nel pieno della crisi, invita i cittadini a schierarsi contro le leggi che vogliono regolamentarla, firmando petizioni normalmente destinate alle buone
cause. Inverosimile, vero? Eppure Uber lo fa. E, soprattutto, ci riesce. In un solo giorno, da quando le autorità londinesi hanno deciso di sospendere alla società californiana la licenza di operare, circa 500 mila cittadini hanno firmato un appello su Change.org intitolato Save your Uber in London (nemmeno fosse il panda in estinzione) per chiedere che il provvedimento sia sospeso.

USARE LE CREPE DEL SISTEMA PER SPACCARLO. L’idea è venuta a Dara Khosrowshahi, neo-nominato capo azienda per riparare alla gestione turbolenta del suo predecessore Travis Kalanick, e che con questi almeno una cosa ha in comune: l’abilità a sfruttare le fratture sociali. Uber fa parte di quella che in America gli osservatori più attenti e di lunga data chiamano choc economy, ossia la capacità di insinuarsi nelle crepe di un sistema e di spaccarlo dall’interno, con l’ausilio di grande retorica e di una quantità spaventosa di denaro (ha bruciato 1 miliardo e 350 milioni di dollari solo nei primi sei mesi dell’anno, necessari ad avere la certezza che gli autisti siano sempre a disposizione per eventuali clienti, a loro volta sostenuti da bonus notevoli).

Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti. Da un lato, Uber ha fornito un’alternativa più veloce ed economica dei taxi (anche grazie a una gestione giuslavoristicamente spregiudicata), conquistando milioni di fan. Dall’altro, ha offerto a decine o centinaia di migliaia di persone un’occupazione – ancorché sottopagata e senza tutele – che in quel momento non l’avevano. Con velocità inaudita, agevolata dalla liquidità, si è imposta nelle città, mentre i regolatori cercavano di capire come trattare il fenomeno (con la notevole eccezione New York, dove Uber esiste ed è perfettamente regolamentata, con tanto di corsi equiparati a quelli dei tassisti).

LA STESSA STRATEGIA GIÀ USATA DA AIRBNB. Il risultato? Un esercito di sostenitori pronti a battersi per una delle aziende più ricche, meno eticamente pulite (scandali sessuali, accuse di spionaggio, iniquo trattamento dei lavoratori) e più aggressive del mondo. Il fenomeno non è isolato. Due anni fa, Airbnb adottò metodi simili per vincere il referendum con cui le autorità di San Francisco volevano restringere i limiti di affitto delle case per soggiorni brevi. Anche in quell’occasione si consumò il paradosso: strozzati dal rincaro dei prezzi degli immobili e dell’affitto scatenato dal boom delle società tecnologiche, i cittadini votarono per continuare a monetizzare le loro stanze libere. E cioè votarono in favore delle società tecnologiche stesse. In modo non troppo distante, molti italiani sperano che oggi Airbnb in Italia vinca il ricorso che ha intentato contro la cosiddetta “cedolare secca” (altrimenti detta impropriamente tassa Airbnb), che costringerebbe la piattaforma a effettuare un prelievo alla fonte su quanto guadagnato da chi affitta casa. E che quindi toglierebbe loro una forma di sostentamento (o di arricchimento, in qualche caso).

Molti italiani sperano che oggi Airbnb in Italia vinca il ricorso che ha intentato contro la cosiddetta “cedolare secca”, che costringerebbe la piattaforma a effettuare un prelievo alla fonte su quanto guadagnato da chi affitta casa

Sono tutti impazziti? No, affatto. È però impazzito il sistema. Nell’incapacità degli amministratori di capire i fenomeni e soprattutto di intervenire per rimediare gli squilibri sociali che da almeno trent’anni stanno mettendo in crisi la società occidentale, vige la legge di chi, almeno in parte, sembra offrire palliativi. E poco conta che quei palliativi altro non siano che nuovo veleno nel sistema. La on demand economy – che ha smesso di chiamarsi sharing quando è stato chiaro che la condivisione non era mai quella degli oneri – d'altronde non è Goldman Sachs. Innovazione, funzionalità e nuove opportunità sono un corredo semantico e ideologico potente. Le difficoltà quotidiane, e l’usura del vecchio sistema, sono il propellente del resto. Quanto possa allargarsi la frattura tra il giusto e il necessario è ancora presto per dirlo, ma le premesse non sono affatto incoraggianti.

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