Start Up
3 Ottobre Ott 2017 1040 03 ottobre 2017

L'innovazione parla la lingua delle start up

Il mercato digitale in Italia è in forte crescita, anche se ancora fanalino di coda a livello globale. Occorre colmare il digital divide con realtà d'avanguardia. L'esperienza di Digital Magics, incubatore di nuovi talenti.

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Il mercato digitale è in crescita in tutto il mondo e anche in Italia si profila come un’enorme opportunità per i giovani. Secondo un rapporto Assinform del 2017, nel nostro Paese gli investimenti tecnologici nel settore si concentrano nel nord ovest (25,3 miliardi di euro pari al 38,3% della spesa complessiva nazionale) e nel centro Italia (15,7 miliardi di euro investiti, pari al 23,7%). In continuo aumento il numero delle start up: quelle innovative sono 7.806 e impiegano circa 36mila addetti.

UN AIUTO PER LE NUOVE IMPRESE. In questo scenario dinamico e vivace si inserisce Digital Magics, incubatore di progetti digitali che si occupa di supportare start up e imprese del settore con una vasta gamma di servizi di consulenza e accelerazione. Fondato da Enrico Gasperini, Alberto Fioravanti, Gabriele Ronchini e Bibop G. Gresta, nel 2013 si quota all’AIM Italia, mercato alternativo del capitale dedicato alle PMI italiane ad alto potenziale di crescita. Digital Magics conquista progressivamente una posizione di leadership nell’economia digitale in Italia grazie all’ampio network di investitori istituzionali coinvolti. Lettera43 ha incontrato uno dei fondatori, Alberto Fioravanti, tra i primi imprenditori della rete in Italia.

Alberto Fioravanti, Fondatore e Presidente Digital Magics.

DOMANDA: In Italia il mercato digitale è pari, secondo un Rapporto Assinform del 2017, a oltre 66 miliardi di euro. Eppure a livello globale siamo ancora fanalino di coda. Cosa manca all’ecosistema Italia per colmare il gap di crescita del settore?
RISPOSTA:
Abbiamo un serio digital divide da colmare. Nella ricerca di Accenture Strategy “Digital disruption” le indicazioni sono chiare. Bisogna investire il più possibile in prospettiva digitale: il 40% nello sviluppo di acceleratori o fattori abilitanti (banda larga e infrastruttura), e il 60% in sviluppo digitale verso una migliore applicazione delle tecnologie nel mondo industriale, dei servizi e nel tessuto Paese per la pubblica amministrazione.

D: Si prevede che l’economia digitale nei prossimi tre anni potrà contribuire fino al 4% del PIL. Quali sono le componenti del settore per le quali è previsto il maggior tasso di sviluppo?
R:
L’industria 4.0, quindi la possibilità di portare l’industria manifatturiera a un nuovo livello di capacità, di flessibilità, di programmazione, è sicuramente l’area più grossa. Con la nuova espansione a impresa 4.0, quest’aspettativa dovrebbe addirittura salire, perché si andrebbe a toccare tutto il mondo dei servizi e dell’agricoltura, per esempio.

D: Quali strategie avete adottato per conquistare una posizione di leadership nell’economia digitale in Italia?
R:
Abbiamo puntato a creare un sistema aperto. Nel 2013 ci siamo quotati in Borsa all’AIM perché volevamo tra i nostri azionisti altri attori della filiera del mondo delle start up e dell’innovazione per noi indispensabili, come la Tamburi Investment Partners (TIP). Con Enrico Gasperini abbiamo disegnato Digital Magics per essere l’unico incubatore in Italia con un modello di business che fa leva su partnership consolidate, utili al supporto delle start up nei diversi stadi di vita.

D: E dopo che la TIP è entrata tra i vostri azionisti?
R
: L’abbiamo convinta a investire sull’idea di creare un hub per l’innovazione, facendo capire alle grandi famiglie italiane, che la TIP raccoglie, l’importanza di investire in Italia per dare un futuro ai giovani. Abbiamo fatto insieme l’investimento su Talent Garden, un altro importantissimo pezzo della filiera digital made in Italy: il più grande network europeo di spazi di co-working per i professionisti del digitale. Una rete dove i talenti, le imprese e le società dei servizi del mondo digitale si incontrano, scambiano le proprie esperienze e trovano opportunità di business.

D: Oltre la TIP chi avete coinvolto?
R:
L’anno scorso è entrata in Digital Magics Innogest, uno dei venture capital più attivi in Italia. E poi sono entrati Withfounders e Danilo Iervolino con il suo mondo delle università telematiche. L’obiettivo è dare supporto, nella loro fase di crescita, ai talenti che hanno voglia di diventare imprenditori. Concludendo, le nostre strategie sono state: il sistema aperto e la creazione della più grande piattaforma per l’innovazione aperta che c’è in Italia.

D: Attualmente quante start up avete nel vostro portafoglio?
R:
Siamo partiti dal 31 dicembre 2016 con 49 start up operative che avevano un giro d’affari aggregato pari a 26,4 milioni di euro, con una crescita anno su anno di circa il 36%. Nel primo semestre del 2017 abbiamo effettuato investimenti in 8 nuove partecipazioni. In particolare l’investimento in un veicolo che si chiama Withfounders, che a sua volta ha 9 partecipazioni operative. Quindi al 30 giugno 2017 le società operative in portafoglio sono aumentate a 66, di cui 36 start up innovative e 7 PMI innovative. La ragione per cui il portafoglio non è fatto tutto di start up innovative è che abbiamo iniziato molto tempo fa, prima che la legge ne desse una definizione.

D: Di cosa si occupano le vostre start up innovative?
R:
Sono start up digitali. Copriamo nove settori: Internet of Things, Fintech, E-commerce (Food, Fashion e Design), B2B Tech, Traveltech, Healthtech, Energytech, Digital Media, Digital Marketing e Comunicazione. Il portfolio è fatto di start up che coprono tutti questi settori del digitale.

D: Tra gli investitori coinvolti da Digital Magics ci sono alcune famiglie imprenditoriali italiane di spicco: può farci qualche nome?
R:
Essendo una società quotata in Borsa, non esiste un libro dei soci perché in qualsiasi giorno è possibile comprare e vendere azioni; per esempio questo mese (ndr ottobre) comincia il Primo Periodo di Esercizio dei “Warrant Digital Magics S.p.A. 2017 – 2022”. Posso però dire che Tamburi Investment Partners, socio che ha la quota più alta rispetto a tutti gli altri, al suo interno raccoglie 130 famiglie di imprenditori italiani.

D: I benefici fiscali concessi a partire dal 2013 hanno consentito la crescita delle start up in Italia. Ne servono altri secondo lei?
R:
La defiscalizzazione per chi investe nelle start up innovative è una leva che hanno usato da tempo anche le nazioni più avanzate. Il governo ha incrementato la quota di defiscalizzazione di anno in anno, ma siamo ancora lontani dai livelli dei Paesi più avanzati, come l’Inghilterra. Quella è quindi un’area dove auspico un ulteriore incremento nel tempo. Anche le misure che hanno consentito alle banche di fare prestiti alle start up e alle Pmi innovative con garanzie di credito statale hanno avuto un grande successo. Per chi aveva fatto impresa fino agli anni ‘90 c’era l’apertura ad avere facili prestiti dalle banche. Adesso non c’è più questa facilità, ma per una start up innovativa per fortuna la garanzia viene data dal governo, col fondo centrale di garanzia.

D: Qual è l’età media dei fondatori delle start up che seguite?
R:
Trent’anni. Ci sono i giovanissimi, quindi i ventenni (Davide Dattoli aveva 24 anni quando abbiamo investito in Talent Garden). Ma ci sono anche persone che, nella seconda parte della loro carriera professionale, hanno scelto di abbandonare il posto fisso e di fondare una start up a 40 o 50 anni. Comunque la maggior parte sono giovani.

D: Perché consiglierebbe a un aspirante imprenditore di puntare sul mercato digitale?
R:
Deve avere già nel DNA l’interesse per il settore. Il settore è in crescita, le componenti più innovative (Internet of Things, Cybersecurity, Big Data) hanno tassi di crescita di più del 15% anno su anno. In Italia, tra l’altro, c’è un digital divide per cui questi servizi serviranno tantissimo. Ci sarà una grande richiesta per tanto tempo da parte delle aziende che dovranno affrontare le grandi sfide della globalizzazione e iniziare il loro percorso di digital transformation. In un mercato in crescita è più facile per una start up prendere posizione. E anche per il sistema Italia è l’occasione per dare ai nostri ragazzi, ai nostri laureati, ai nostri talenti l’opportunità di trovare un lavoro senza esser costretti a emigrare.

D: Quindi una chance per chi non trova lavoro in Italia.
R:
Emigrare va bene perché arricchisce la propria esperienza, ma dev’essere una scelta, non una necessità. Le nostre start up devono avere l’ambizione di diventare realtà almeno europee, se non globali. I nostri ragazzi devono avere l’attitudine a viaggiare, però facendolo con la propria impresa. Creare un lavoro e poi viaggiare portando in giro la propria azienda e facendola crescere nei vari mercati. Noi li aiutiamo a fare questo.

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