ALMAVIVA 2
13 Ottobre Ott 2017 0800 13 ottobre 2017

Almaviva Milano, monta la rabbia per i trasferimenti

Con un referendum i lavoratori rifiutano l'accordo. E l'azienda invia 65 lettere di spostamento a Cosenza. La voce dei dipendenti costretti a scegliere tra «dignità e diritti o lavoro».

  • ...

«La presente per informarla che, in seguito al sopravvenire di oggettive esigenze aziendali di natura organizzativa e tecnico-produttiva, è stato disposto al suo trasferimento dall'attuale sede di lavoro sita presso l'unità produttiva di Milano, a quella localizzata presso l'unità produttiva di Rende (Cosenza)». Comincia così la lettera che hanno ricevuto o stanno ricevendo in queste ore 65 dei 110 dipendenti del call center Almaviva dopo la fine della commessa Eni. Per tenersi un lavoro si dovrebbero trasferire a più di mille chilometri di distanza e presentarsi nel nuovo ufficio alle ore 12 di venerdì 3 novembre 2017.

GRUPPO DA 32 MILA DIPENDENTI. Almaviva Contact spa, costola di un gruppo da 32.500 dipendenti di cui 14 mila in Italia con un fatturato nel 2016 di 733 milioni di euro, ha risposto così al no dei lavoratori all'ipotesi di accordo raggiunta con Fistel Cisl «per salvaguardare», si legge nel verbale dell'incontro tra le parti del 6 ottobre, «la sostenibilità del sito produttivo» dopo la perdita di una commessa il cui valore rappresentava circa il 25% dei ricavi complessivi.

A MILANO STESSA SORTE DI ROMA. A Milano è andato quindi in scena più o meno lo stesso copione che a Roma a fine dicembre 2016 portò al licenziamento di 1.646 persone. Ieri come oggi la bozza d'accordo è stata messa ai voti in un referendum. E ieri come oggi la maggioranza dei lavoratori ha detto no. Su 440 votanti, i sì sono stati 107, i 332 voti contrari: il 75%.

Trasferirsi per stipendi che raramente superano i 1000 euro all'altro capo dell'Italia lasciando famiglie e affetti è una condizione inaccettabile nonostante sia prevista dal contratto

«Così», spiega a Lettera43.it Silvio Belleni, segretario generale Cisl Fistel, «l'azienda ha aperto un trasferimento collettivo per 65 lavoratori». Belleni, assicurando che il sindacato cercherà la trattativa fino all'ultimo per trovare soluzioni alternative e convocherà un tavolo al ministero dello Sviluppo economico, lascia intendere che il trasferimento in Calabria non è altro che un «licenziamento mascherato».

«MOLTI PENSAVANO FOSSE UN BLUFF». Trasferirsi per stipendi che raramente superano i 1000 euro all'altro capo dell'Italia lasciando famiglie e affetti è una condizione inaccettabile nonostante sia prevista dal contratto. Il no, continua il sindacalista, «è soprattutto il frutto di un generale malumore nei confronti dell'azienda. I lavoratori non coinvolti direttamente forse si sono sentiti più protetti e garantiti e hanno votato contro l'accordo. Molti poi pensavano che si trattasse di un bluff», in altre parole uno spauracchio della società per strappare una intesa più favorevole possibile. E non per i lavoratori. Così non è stato e due giorni dopo il referendum sono partite le prime lettere di trasferimento con raccomandata assicurata.

La lettera di trasferimento inviata a 65 dipendenti Almaviva.

«È un ricatto schifoso», sbotta S., una delle dipendenti che si è vista recapitare a casa la lettera. Per salvare il proprio posto, i 110 lavoratori dell'ex commessa Eni avrebbero dovuto accettare il controllo individuale, e cioè la misurazione della produttività del lavoratore così come previsto dall'articolo 4 della legge 300/1970 - che però, ricorda Belleni, non può essere utilizzato né per fini disciplinari compreso il licenziamento né tantomeno per promozioni -, la Cassa integrazione straordinaria per almeno 5 mesi, la non retribuzione del 50% degli straordinari da recuperare sotto forma di monte ore e la gestione aziendale delle ex festività e dei permessi retribuiti fino al 2020. Barattando, è l'opinione di molti, i diritti basilari e la propria dignità per un posto di lavoro.

GLI STRAORDINARI SONO NECESSARI. Va considerato poi che gli straordinari, per questi lavoratori, spesso sono necessari per arrivare a fine mese. «La cassintegrazione nel settore dei call center non è uno strumento idoneo», mette in chiaro Belleni. «Siamo sprovvisti di amortizzatori adeguati all'enorme flessibilità di questo lavoro. È solo uno dei problemi che affliggono un settore estremamente debole esposto a delocalizzazioni e gare al ribasso». E che in Italia conta circa 80 mila lavoratori.

«ERA UNO SCHIFO, MA HO VOTATO SÌ». S. nonostante tutto ha comunque votato sì al referendum. «Ho un familiare a carico e arrivo ai 730 euro al mese col bonus Renzi», spiega. Ma subito dopo aggiunge: «È uno schifo, ma ho deciso mettendomi una mano sulla coscienza anche per chi ha dei figli e che non può accettare un trasferimento».

Con l'accordo avrei portato a casa 350 euro al mese, l'articolo 4 avrebbe cancellato la privacy e su 100 ore di straordinario me ne avrebbero pagate solo la metà

S., una dipendente di Almaviva

La rabbia è tanta. «Con l'accordo avrei portato a casa 350 euro al mese, l'articolo 4 avrebbe cancellato la privacy e su 100 ore di straordinario me ne avrebbero pagate solo la metà. E per di più dobbiamo prendere ferie e permessi quando decidono loro». Per questo S., che è stata obbligata a prendere le ferie dal primo ottobre consumando quelle future del 2018, ha deciso di lottare e il 13 ottobre è attesa davanti ai cancelli dell'azienda: «Non mi trasferisco. E non faremo entrare nessuno», assicura.

«TUTTI HANNO DECISO IL DESTINO DI POCHI». Per S. è inconcepibile che a decidere del suo futuro siano stati tutti i lavoratori del polo. «Quattrocento persone hanno stabilito il destino di 110 di noi. Dovevano fare colloqui individuali, muoversi diversamente», conclude amara, puntando il dito contro l'azienda: «Se abbiamo perso la commessa la colpa è di Almaviva, non nostra, abbiamo anche ricevuto i complimenti dal cliente. E adesso dicono che non possono ricollocarci in sede perché i costi di formazione sarebbero troppo alti?», alza la voce. «Però hanno trovato 5 mila euro lordi per ogni dipendente trasferito, così come hanno trovato gli 11 euro per ogni raccomandata che ci hanno inviato... La verità è che sperano che i lavoratori rifiutino il trasferimento a Cosenza e che si licenzino».

Una manifestazione dei dipendenti Almaviva a Roma.

ANSA

M. invece al referendum ha votato no. «So che è controproducente, ma non mi è andato giù il comportamento dell'azienda. Non è giusto che a pagare siano solo alcuni dipendenti», si sfoga con la voce rotta. «Soprattutto perché Almaviva continua ad assumere interinali e sta facendo fare straordinari».

«A 50 ANNI IL MIO CV NON RICEVE RISPOSTE». M. è in azienda da una decina d'anni e guadagna poco più di 7 euro all'ora, 20 euro di scatti di anzianità in due anni. Da giorni non ha la forza nemmeno di preparare il pranzo. «La rabbia mi mangia dentro, ho la testa sempre là, al lavoro. Ho più di 50 anni, mi sono guardata intorno, ho inviato cv, ma niente...». M. è l'unica in famiglia a portare a casa lo stipendio, «14.500 euro l'anno e ho un figlio che deve ancora laurearsi».

Siamo trattati come polli da batteria. So che rischio, ma mi tutelerò fuori dal sindacato di cui non mi fido più. La verità è che si gioca sull'ignoranza dei lavoratori, sulle nostre divisioni

M., una lavoratrice Almaviva

Anche lei come S. è a casa dal primo ottobre e sta consumando le ferie del 2018. «Sono sempre stata disponibile con l'azienda, ma adesso non sono più disposta a piegarmi ai ricatti. Siamo trattati come polli da batteria. So che rischio, ma mi tutelerò fuori dal sindacato di cui non mi fido più. La verità è che si gioca sull'ignoranza dei lavoratori, sulle nostre divisioni».

«LA VITA APPESA A UNA COMMESSA». E se le arrivasse la lettera? «Non ho certo intenzione di trasferirmi a Rende. La impugnerò, cercherò di tutelarmi. Non sono l'unica lavoratrice dell'ex commessa Eni ad avere votato no, siamo stati in tanti. Lo abbiamo fatto nella speranza di un accordo più dignitoso. E poi non sono una dipendente Eni, sono una dipendente Almaviva e la nostra vita non può essere appesa a una commessa...». M. sostiene che l'azienda fosse a conoscenza della fine del contratto da maggio. «E non hanno fatto nulla, a noi è stato detto il 28 settembre quando la commessa terminava il 30». Mentre da almeno due mesi l'azienda aveva messo in guardia il sindacato circa la commessa a rischio.

Pensavamo si trattasse di un bluff dell'azienda... perché il lavoro c'è, ci sono interinali, lavoratori a progetto. Da poco c'è stata un'acquisizione a Cagliari

LA TESTIMONIANZA DI B., DIPENDENTE

«Siamo tutti appesi a un filo, a una commessa», è la sensazione che si respira tra gli operatori. «Che la faccenda fosse seria», racconta B., una dipendente milanese, «ce ne siamo accorti quando alle assemblee abbiamo incrociato anche i team leader... anche se si era diffusa la voce che si trattasse di un bluff dell'azienda... perché il lavoro c'è, ci sono interinali, lavoratori a progetto. Da poco c'è stata un'acquisizione a Cagliari».

E MILANO ERA UNA SEDE SICURA... E dire che Milano, nella galassia Almaviva, era considerata una delle sedi più «sicure». Tanto che da Roma dopo i licenziamenti c'era stato chi, lasciando famiglia e figli, si era trasferito qui per tenersi stretto il lavoro con la super commessa Eni. Senza sapere che, dopo una manciata di mesi, si sarebbe trovato a rivivere un'altra volta lo stesso identico incubo.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Correlati

Potresti esserti perso