MUSSO
28 Ottobre Ott 2017 1100 28 ottobre 2017

Teo Musso, ovvero come fare la rivoluzione con la birra

Con la sua Baladin ha creato la prima birra artigianale italiana. Ridando dignità a un prodotto legato alla terra. E avviando una riscossa culturale che oggi coinvolge 950 produttori in tutto il Paese.

  • Marco Dipaola
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Un pioniere irrequieto e curioso. È Teo Musso, cuneese di Piozzo, un paesino di mille anime nelle Langhe da dove è partita la rivoluzione della birra artigianale italiana. Già, è proprio nella terra dei vini pregiati e dei tartufi dal valore milionario che il creatore della Birra Baladin, oggi prodotta per 2 milioni e 600 mila litri e distribuita in 33 Paesi, ha creato un piccolo impero che fattura oltre 25 milioni l’anno, dando lavoro a più di 200 dipendenti. Ma che, soprattutto, ha aperto un filone straordinario. «Ciò che mi rende più orgoglioso è essere il padre di una vera e propria rivoluzione culturale, quella della birra artigianale made in Italy», rivela Musso a Enrico Cisnetto, che lo intervista a “Roma InConTra”, «che ha prodotto 13 mila posti di lavoro diretti negli ultimi 5 anni. Oggi i produttori di birra artigianale in Italia sono circa 950. Io sono stato il primo».

UNA STORIA DI SAPORI E CONTRASTI. Insomma, quella di Musso e della sua Baladin – a proposito il nome è francese e viene dal mondo circense, significa “saltimbanco” – è una storia di artigianato di qualità, una storia di sapori e contrasti, come quello che ha opposto Musso al padre, ovviamente da buon langarolo amante dei vini, Barolo su tutti. «L’idea della birra nacque in seguito a uno scontro adolescenziale con mio padre», confida Musso a Cisnetto sul palco di Palazzo Santa Chiara, «lui mi obbligava a bere vino a tavola, quello che lui stesso produceva. Io mi rifiutai e per tigna mi misi a fare la birra». Dalla protesta alla proposta. Ed eccolo – siamo nel 1986 – aprire la prima birreria, che per Musso significa mettere in pratica di un’idea tanto suggestiva quanto ambiziosa, quella di ridare dignità alla birra, un prodotto che nell’opinione comune è sempre stata considerata cugina di terzo grado del vino e dei liquori.

NUOVA FISIONOMIA ALLA BIRRA ITALIANA. Prima delle Baladin, la birra italiana era solo quella di Fantozzi, per intenderci, rigorosamente ghiacciata, da bere tutta d’un sorso insieme alla frittatona di cipolle e davanti alla tivù a vedere una partita di calcio. Musso invece ha avuto il merito di rivoluzionarne totalmente l’approccio, dandole una nuova fisionomia, rendendola un prodotto alto di gamma, tutto da scoprire, da annusare prima di degustare, da assaggiare per cogliere il gusto delle diverse lavorazioni artigianali. Una birra che non si beve in lattina ma in bicchieri di vetro sinuosi e tondi come quelli dei sommelier, lavorata con pazienza e cura, che può arrivare fino a sei anni di invecchiamento, e che va servita a temperature miti (alcune in frigo non devono mai entrarci!).

Teo Musso.

Lo avreste mai detto che il made in Italy potesse imporsi anche per un prodotto che prima della Baladin, anzi delle Baladin, era considerato solo nordeuropeo? Invece, grazie all’intuizione di Musso, tutto questo oggi è realtà. «Noi italiani dovremmo essere orgogliosi di essere italiani, invece siamo esterofili e provinciali. A volte un po’ di sano nazionalismo non guasta. Ho cercato di usare il linguaggio della birra per portare un po’ di italianità del mondo», filosofeggia Musso, che non cade nelle provocazioni di Cisnetto quando gli domanda se non rischia di diventare un Cracco qualsiasi che domani troveremo a fare la pubblicità delle patatine o del suo living. «Sì, è vero che produco anche bibite e che c’è il marchio Baladin anche su profumi per l’ambiente», ammette, «ma è tutto fatto con la stessa logica della birra: scoperta, o riscoperta, di sapori e aromi». In effetti la sua Spuma fa tornare bambino chi ha i capelli bianchi.

LA CONTINUA RICERCA DEL NUOVO. Ma torniamo al luppolo. Attualmente le birre Baladin sono una ventina, oltre a quelle “da ricerca”, e tra queste ci sono anche tipologie particolari come quella che Musso ha chiamato con il nome della figlia immaginaria della figlia (stranezza su stranezza): una birra totalmente piatta, macrossidata, senza schiuma, senza gas, fatta con la stessa procedura degli cherry, del madera e del marsala, e che può rimanere aperta anche un paio di anni lasciando il gusto intatto. Solo al racconto la curiosità viene spontanea, viene voglia di assaggiarla traducendo in gusto le descrizioni spesso forbite e stravaganti dell’estroso Musso. Ma forse il segreto sta proprio lì, nella curiosità da suscitare, nella continua ricerca di qualcosa di nuovo, nella stravaganza appunto. E Teo Musso è l’incarnazione umana delle sue birre: brizzolato con cappello arruffato, barba incolta, a suo agio con anelli vistosi e occhiali spessi e verdastri. Uno che a vederlo gli dai al massimo 40 anni invece ne ha 53 ed è padre non solo dei suoi due figli, Wayan e Isaac, ma anche di tutti quei ragazzi che, grazie a lui, hanno scoperto la birra artigianale fino a renderla un mestiere.

LA RIVOLUZIONE DENTRO. Ma la “rivoluzione” di Musso va oltre il prodotto, consiste anche nel crearci attorno dei luoghi di incontro, come i suoi 13 locali in tutta Italia, o il garden di 50 mila metri quadri creato nelle Langhe ristrutturando una vecchia cantina del ‘600 dove la domenica si svolge un mercato totalmente opposto alla logica del centro commerciale, in cui 16 aziende agricole vendono i propri prodotti, con la possibilità per le famiglie di fare un pic nic e far giocare i bambini all’aria aperta. Una storia, insomma, che abbina l’innovazione alla riscoperta della terra, e che prosegue con l’obiettivo di far diventare Baladin il primo birrificio autoprodotto al mondo, in grado cioè di produrre autonomamente tutte le materie prime che servono al prodotto finale. È una rivoluzione, ma a Teo, che si sente rivoluzionario dentro, non spaventa affatto.

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