Risparmiatori
31 Ottobre Ott 2017 0800 31 ottobre 2017

Risparmio, gli italiani sono sempre più cauti

Meno titoli di Stato e zero azioni: nel nostro Paese diminuisce ulteriormente la propensione al rischio. In controtendenza col resto del mondo. Mentre si registra un boom di conti corrente.

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Più che formiche api, insetti ancora più laboriosi e ancora più cauti. I risparmiatori italiani sono usciti molto scottati dalla crisi. Al di là delle perdite (soltanto i titoli delle banche hanno visto calare la loro capitalizzazione di 50 miliardi di euro negli anni della recessione) la crisi ha segnato la loro propensione al risparmio, rendendoli ancora più accorti. Anche i Btp, i sicurissimi eredi dei Bot con la loro garanzia statale, diventano meno attrattivi. Il tutto mentre l’industria mondiale del risparmio gestito si mostra sempre più votata al rischio. Da parte gli italiani hanno messo qualcosa come 4.117 miliardi di euro. Quasi tre volte il Pil. Ma per capire lo status quo è utile leggere l’ultimo rapporto sul risparmio realizzato dall’Ipso su commissione dell’Acri in occasione della giornata del risparmio.

IL REPORT DELL'IPSO. Si legge infatti nel report voluto dalla fondazione che «rispetto al 2016 la situazione è sostanzialmente costante, anche se si registra una leggera diminuzione dell’orientamento delle famiglie verso gli investimenti ritenuti più sicuri». Infatti, «si riduce la quota dei possessori di certificati di deposito e di obbligazioni (8%, -2 punti percentuali rispetto al 2016), di assicurazioni sulla vita/fondi pensione (25%, -2 punti), di libretti di risparmio (23%, -2 punti), di buoni postali (10%, -4 punti), di fondi di investimento (13%, -1 punto). Ma dove vanno questi soldi? Non certo in Borsa o nei rischiosi subordinati, se – come ha calcolato la Consob – tra il 2007 e il 2016 la ricchezza detenuta in azioni è scesa dal 10,5 al 5,3% delle attività finanziarie totali. Per non parlare del fatto che il peso totale di Bot e Btp si riduce dal 13,4 al 10,8% complessivo. Invece, nota sempre, l’Acri «cresce il numero di correntisti, che raggiunge l’84%».

Al riguardo Unimpresa ha stimato che i soldi su conto corrente sono «aumentati di oltre 78 miliardi negli ultimi 12 mesi, passando da 915 miliardi a 993 miliardi». E nessuno si pente di tanta prudenza, in un’era nel quale i bassi tassi pure spingerebbero verso investimenti con leva finanziaria. «Gli italiani», conclude infatti il report delle fondazioni, «sono abbastanza soddisfatti di come gestiscono i propri risparmi (54%), dato che è dovuto principalmente (68%) ai possessori di prodotti finanziari non a rischio (titoli di Stato, obbligazioni); sono molto pochi coloro che si dichiarano “molto soddisfatti” (11%); i meno soddisfatti sono coloro che non hanno alcuno strumento finanziario e prediligono la sola liquidità».

SPECULATORI OLTRECONFINE. Questo avviene in Italia. Ma nel mondo le cose vanno diversamente. Price Waterhouse Coopers ha stimato che le masse del risparmio gestito (in Italia la raccolta sfiora i 600 miliardi) da operatori professionali entro il 2025 triplicheranno, raggiungendo i 145 trilioni di dollari. Come si legge nello studio, l’ipotesi è più che credibile «se i tassi d'interesse resteranno relativamente bassi e la crescita economica resterà sostenuta». A oggi questa “industria” segna un giro d’affari di 84,9 trilioni. Il tutto accompagnato da massicci investimenti tecnologi, nuove politiche sulle commissioni e sulla distribuzione, con «l’innovazione digitale che farà irruzione ovunque, dai consigli di investimento alla ricerca fino al back office e alla distribuzione».

RISPARMIO RISCHIOSO. Soprattutto il settore si svilupperà con strumenti sempre più profilati e sempre più rischiosi: «I prodotti a gestione attiva continueranno a crescere e ad essere predominanti nelle masse, ma la gestione passiva e gli investimenti alternativi guadagneranno spazi maggiori». Anche perché – con la crisi del debito sovrano legato alle politiche monetarie acquiscienti e i tagli alla spesa pubblica – «ad imprimere l'accelerazione agli AuM saranno la crescente ricchezza patrimoniale delle persone e la maggiore richiesta di previdenza contributiva e di piani privati anche a fronte del minor ruolo del welfare pubblico». Più rischi ovunque, ma non in Italia.

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