Tim Mossholder 322350
4 Novembre Nov 2017 1200 04 novembre 2017

Tivù, switch off delle frequenze: le cose da sapere

Nel 2022 il 90% dei televisori in circolazione sarà obsoleto. E ci si adeguerà allo standard Ultra Hd. I costi, il "bonus" del governo, l'intreccio con le bollette a 28 giorni: guida a un iter lungo due anni.

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Complice anche il passaggio dall'analogico al digitale terrestre, negli ultimi anni nelle case degli italiani è entrato un gran numero di televisori nuovi. Prima i monitor piatti, poi quelli Hd Ready, subito seguiti dai Full Hd che hanno però raggiunto una maggiore definizione nei modelli Led e Oled. Anche le televisioni 3d e quelle col monitor curvo hanno incuriosito i consumatori, sebbene la tecnologia si sia rivelata fallimentare e sembra stia per essere abbandonata. Adesso, però, a rischiare di spegnere definitivamente i nuovi modelli è la manovra economica che prevede lo switch off delle attuali frequenze. Ecco dunque cosa c'è da sapere.

Dieci anni dopo il passaggio al digitale, per continuare a guardare i programmi bisognerà munirsi di altri decoder o acquistare un nuovo modello di tivù

1. I tempi: nel 2022 i “nuovi” televisori saranno obsoleti

Sembrano lontani gli anni in cui gli elettrodomestici, soprattutto quelli più costosi, potevano durare “per una vita”, o quasi. Adesso il ricambio generazionale è continuo e spesso addirittura incentivato dalla legge. Nel 2022 l'Italia passerà alle nuove frequenze (le attuali saranno destinate al 5G) che però non possono essere recepite dalla maggior parte dei modelli in circolazione. Dieci anni dopo il passaggio dal segnale analogico alla piattaforma digitale (il nostro Paese lo concluse con grande ritardo: nei piani sarebbe dovuto avvenire entro la fine del 2006), si spegnerà di nuovo tutto e, per continuare a guardare i programmi, bisognerà dunque munirsi di altri decoder o acquistare un nuovo modello di tivù.

2. I numeri: il 90% dei televisori italiani andrà buttato

Secondo alcune stime, benché relativamente nuovo, il 90% dei televisori presenti nelle case degli italiani dovrà essere sostituito. Dal momento che l'acquisto di un televisore rappresenta un investimento importante, in molti si staranno chiedendo se almeno il grosso modello in salotto rientra in quel 10% che sopravviverà alla mattanza. Dipende essenzialmente da due fattori: l'onestà del rivenditore al quale vi siete rivolti e quando lo avete comprato. L'articolo 3 quinquies del decreto legge 16 del 2012 prevede infatti che «a partire dal 1º luglio 2016 gli apparecchi atti a ricevere servizi radiotelevisivi venduti dalle aziende produttrici ai distributori di apparecchiature elettroniche al dettaglio sul territorio nazionale integrino un sintonizzatore digitale per la ricezione di programmi in tecnologia DVB-T2 con tutte le codifiche approvate nell'ambito dell'Unione internazionale delle telecomunicazioni».

3. La compatibilità: sono due le sigle da cercare sul manuale

Insomma, per legge lo spartiacque è stato il primo luglio 2016: tutti i modelli venduti prima sono da considerare obsoleti, tutti i modelli acquistati dopo – almeno in teoria – dovrebbero continuare a visualizzare i canali anche nell'estate del 2022, quando sarà completato il trasloco sulle nuove frequenze. Per assicurarvi che il vostro modello sia compatibile, setacciate l'imballaggio o il manuale alla ricerca delle sigle: DVB-T2 e codec HEVC H.265. In realtà quest'ultima difficilmente è indicata, quindi bisogna controllare sul sito del produttore. La data in sé non basta dunque a farvi tirare un sospiro di sollievo per il fatto che potreste aver acquistato un modello più vecchio, magari perché (guarda caso) super scontato. Invece sarà bene controllare la data di acquisto riportata sullo scontrino nel caso abbiate comprato il televisore dopo il primo gennaio 2017: da quella data è infatti scattato l'obbligo per i negozianti di vendere solo modelli con tuner terrestre DVB-T2 con decodifica HEVC o, se più vecchi, con l'aggiunta di decoder. Perciò, se il vostro rivenditore vi avesse rifilato un modello antecedente e avete conservato la prova d'acquisto, potrete chiedere il rimborso di quanto speso o accordarvi diversamente.

4. I vecchi decoder: non permetteranno di captare le nuove frequenze

Siamo già sopravvissuti a uno switch off e ricordiamo fin troppo bene cosa abbia comportato affrontarlo con un decoder: canali che di colpo sparivano per migrare magari dall'elenco dei primi sei verso posizioni a tre cifre, anziani nel panico, antennisti chiamati per collegare solo uno spinotto, una selva sterminata di telecomandi e collegamenti astrusi nel caso si volesse provare a videoregistrare qualcosa. Per questo la maggior parte di voi tra l'acquisto di un decoder, benché economico (si trovano in commercio a partire da 30 euro) e la spesa di un nuovo televisore, opterà per quest'ultima. Qualsiasi cosa decidiate di fare, è bene chiarire un punto: i vecchi decoder, quelli che avrete portato in soffitta, là resteranno perché non permetteranno al vostro televisore di captare le nuove frequenze.

5. L'ultra Hd: la definizione massima oggi raggiungibile

Il trasloco dalla banda dei 700 megahertz allo spettro 470-694 non comporterà solo l'esborso per l'acquisto di decoder o di un tv. La nuova tecnologia consentirà infatti di adeguarsi allo standard dell'Ultra Hd (2160p), la definizione massima oggi raggiungibile. Si tratta di una qualità di visione decisamente migliore e più nitida, anche rispetto al Full Hd che, per diverso tempo, ha settato lo standard più elevato. La risoluzione è data dal numero di pixel impiegati (i “pallini” che compongono una immagine): uno schermo 4K (dalla risoluzione di 3480 x 2160 pixel) utilizza ben 8.294.400 pixel per comporre il mosaico mentre, la risoluzione Full HD (1920 x 1080 pixel) appena 2.073.600.

6. Il paradosso tecnologico: alcuni tivù sono compatibili, mancano i programmi

Molti televisori sono già compatibili da diverso tempo con l'Ultra Hd e infatti possono riprodurre nitidamente i contenuti registrati in tale risoluzione (assai limitati, per lo più scaricabili da Internet, a patto di avere un allaccio a fibra ottica oppure stoccati in alcuni Blu-ray speciali). Sono mancate però le trasmissioni. Finora solo il documentario Rai Una notte a Venezia di Alberto Angela, gli Europei di calcio 2016 e poco altro sono stati trasmessi in tale definizione, che richiede oltretutto Tivùsat o un abbonamento alla pay-tv satellitare. Inoltre, la quasi totalità delle videocamere in uso nelle emittenti registra in 1080p. Quindi si può arrivare al paradosso di dovere pensionare degli apparecchi prima ancora di essere riusciti a vedere qualcosa in ultra definizione.

7. I "bonus" del governo: tre euro a famiglia

Le nuove tecnologie consentiranno non solo di godere di una definizione oggi inarrivabile per i programmi della tivù pubblica, ma anche di alcuni servizi di contorno, tra cui la funzione di mettere in pausa le trasmissioni per poi farle ripartire comodamente. Opzioni già attivabili da qualche anno sulle televisioni di fascia media-alta, un domani aperte a tutti. La prossima legge di Bilancio attualmente in discussione in Senato, all'articolo 89 prevede un contributo di 100 milioni di euro destinato a chi cambia televisore. Si prevede insomma un sistema di bonus o di detrazioni fiscali per incentivare il passaggio al nuovo che però sarà poco più di tre euro a famiglia.

8. Il cortocircuito: intreccio con la questione delle bollette a 28 giorni

Qui però si crea un cortocircuito con un altro tema già ampiamente dibattuto: quello delle bollette a 28 giorni. Le frequenze del digitale terrestre dovranno essere sgomberate per fare posto a quelle 5G della telefonia mobile che dovranno essere riassegnate. Però, come Lettera43.it aveva riportato, la risposta del sindacato che riunisce gli operatori della telefonia indirizzata all'esecutivo lasciava intendere possibili ricadute negative sulla prossima asta delle frequenze 5G nel caso dovessero spuntare nuove norme che vietano tale pratica. Il governo conta di incassare dalla vendita almeno 2,5 miliardi. Soldi destinati a coprire il bonus tivù e i 650 milioni per gli operatori radiotelevisivi, che dovranno ammodernare gli impianti. Ecco perché, un eventuale inasprimento nella lotta tra il governo e i gestori della telefonia su quel fronte, potrebbe causare più di un grattacapo su questo.

9. I costi: 4 miliardi di euro per lo switch off

Come il precedente avvenuto nel 2012, anche il prossimo trasloco delle frequenze seguirà un iter graduale, Regione per Regione. Il processo durerà in tutto due anni: avrà inizio il primo gennaio 2020 e dovrà concludersi entro la fine di giugno del 2022. In tutto costerà 4 miliardi. Per allora bisognerà necessariamente aver acquistato un nuovo televisore o almeno un decoder. Sempre che si sia interessati ai palinsesti delle reti tradizionali.

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