Cemento
5 Novembre Nov 2017 1500 05 novembre 2017

Cemento italiano: crisi del settore e margini di ripresa

Perdite per 2 mld in sei anni, un terzo degli impianti chiusi, emorragia di posti di lavoro. Colpa di prezzi sotto la media Ue e concorrenza. Per invertire la tendenza occorre puntare su ricerca ed ecosostenibilità. Il punto.

  • Elena Paparelli
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Il cemento con la sua duttilità ha buone chance di vita nel nuovo millennio. A patto, però, che si trovi il modo di superare la crisi strutturale della filiera italiana, che continua a sembrare senza sbocco: dal 2007 al 2017 il settore ha conosciuto una diminuzione del consumo del 57%. Con forti ricadute sull’intera economia nazionale.

UN PAESE A DUE VELOCITÀ. «Il mercato italiano», conferma a Lettera43.it, il presidente dell’Aitec (Associazione italiana tecnico economica del cemento), Giacomo Marazzi, «attraversa una fase di profonda evoluzione e concentrazione. I livelli attuali del mercato sono del 60% inferiori a quelli registrati nel boom di un decennio fa, nel 2005-2006. In questi anni sono stati chiusi una trentina di impianti». Detta altrimenti: «Su un totale pre-crisi di circa 90 impianti ne sono infatti rimasti in attività circa 60». Anche in questo caso, però, il Paese sembra marciare a due velocità. Se infatti nel Nord Italia sta per essere completato il trasferimento delle produzioni verso impianti più efficienti, «al Centro-Sud e in Sicilia», sottolinea Marazzi, «vi è ancora un surplus importante di offerta di cemento che probabilmente porterà a qualche ulteriore chiusura di impianti».

PREZZI SOTTO LA MEDIA UE. Secondo l’Eurostat il prezzo del cemento in Italia è sotto la media Ue del 22%. E dal 2010 a oggi l’Italia sta scontando una crisi e un eccesso di offerta che ha determinato nel settore una perdita di circa 2 miliardi di euro negli ultimi 6 anni. Le multinazionali in Italia – Italcementi, Buzzi Unicem, Colacem e Cementir – hanno coperto le perdite sul territorio nazionale con gli utili prodotti in altri mercati. «In questi frangenti di crisi», sottolinea Marazzi, «le multinazionali hanno certamente trasferito ricchezza dall'estero per sostenere la propria presenza in Italia, Paese che ha subito importanti perdite nei conti consolidati. Gli operatori nazionali hanno sofferto quindi sicuramente più di quelli internazionalizzati e negli ultimi anni abbiamo assistito alla liquidazione di Sacci, confluita in Cementir, alla vendita del gruppo Zillo e alla cessione delle attività italiane di Cementir, annunciata circa un mese fa». I dati Istat – fermi al 2015 – parlano di una perdita del 36% degli occupati dal 2008, ma l’Aitec, negli ultimi due anni, stima una ulteriore perdita che porta il dato a più del 40%.

Giacomo Marazzi, presidente Aitec.

«Essenzialmente – puntualizza Marazzi - sarebbe importante e strategico tutelare il patrimonio industriale e produttivo del settore». Il mercato italiano del cemento è infatti molto esposto alla concorrenza internazionale «per via della molteplicità di porti e accessi via terra che determinano una facilità assoluta di ingresso da parte degli operatori stranieri, frenati esclusivamente dalla scarsa remuneratività del nostro mercato». Nessun paese europeo ha infatti abbandonato la produzione di cemento, che risulta un materiale di base strategico per lo sviluppo nazionale.

OBIETTIVO: ECOSOSTENIBILITÀ. In Italia è piuttosto sul fronte della tutela dell’ambiente che negli ultimi tempi le aziende del settore hanno fatto passi in avanti: nonostante la crisi, negli ultimi tre anni (2014-2016), il settore ha investito circa 70 milioni di euro in ambiente e sicurezza. E se si guarda alle emissioni specifiche delle cementerie degli associati Aitec legate alla produzione di un semilavorato come il clinker, i dati parlano chiaro: nello stesso triennio, le emissioni specifiche di polveri, ossidi di azoto e ossidi sono calate rispettivamente del 25, 14 e 33%. L’investimento in nuove tecnologie di abbattimento degli inquinanti, assieme all’ottimizzazione dei processi produttivi, ha fatto sì che produrre cemento sia diventato più sostenibile per l’ambiente.

L'ECONOMIA CIRCOLARE. Sui combustibili alternativi, poi, il settore ha raggiunto nel 2016 un tasso di sostituzione calorica del 16,5%. Lo stesso, nel 2009, toccava appena il 6%. Ma c’è ancora molto da fare: «Siamo ancora indietro rispetto al resto d’Europa, dove il 40% del calore necessario per produrre il cemento deriva da combustibili alternativi», fa notare Marazzi. «Non solo: combustibili alternativi prodotti in Italia, tramite la lavorazione dei nostri rifiuti, finiscono per alimentare forni da cemento in Germania, Belgio, Austria e Portogallo». Questo mentre nel nostro Paese si continua a discutere da tempo di economia circolare, senza risultati concreti. Almeno fino a oggi. «L’incertezza dei tempi burocratico-amministrativi», ricorda il presidente Aitec, «fa sì che per il rilascio delle autorizzazioni si debba aspettare anche 6 anni contro i 6 mesi della Germania. La disinformazione sull’argomento e l’opposizione delle comunità locali impediscono al settore Italiano del cemento di crescere nell’utilizzo di combustibili alternativi come sta facendo il resto d’Europa che, paradossalmente, cresce utilizzando i nostri rifiuti».

LO SCOGLIO DELLE LUNGAGGINI BUROCRATICHE. Cosa fare dunque per coniugare efficienza e sostenibilità ambientale in un’ottica di economia circolare? «Gli impianti italiani sono già oggi tecnologicamente pronti a massimizzare il recupero di materia ed energia dai rifiuti, contribuendo alla lotta ai cambiamenti climatici e all’utilizzo efficiente delle risorse naturali più di quanto già facciano». E conclude: «È necessario sbloccare l’opposizione dei comitati locali e dei territori, con una informazione congiunta e trasparente da parte delle imprese, delle istituzioni centrali e locali, diretta a cittadini, operatori del settore e gli stessi comitati». Non solo: vanno semplificate «le procedure per il rilascio delle autorizzazioni oltreché accorciarne i tempi: 5-6 anni di iter sono troppi per qualsiasi imprenditore che voglia investire in un progetto di circular economy».

Negli ultimi 6 anni il settore ha perso circa 2 miliardi di euro.

Per rilanciare l'intero settore servono politiche e strategie mirate. Non a caso, lo scorso maggio in occasione del Convegno “4.0 Time for Change: innovazione, sostenibilità, economia circolare. Un nuovo ciclo del cemento è possibile?”, il ministro del Lavoro Giuliano Poletti si era impegnato con i sindacati dando il via libera a un tavolo interministeriale con il Mise, il ministero del Lavoro e dell'Ambiente. «Se lavoriamo tutti insieme», aveva assicurato, «una strada la troviamo». «Il nostro auspicio», spiega a L43 il segretario nazionale Filca-Cisl Salvatore Federico, «è che i dicasteri interessati dal tavolo interministeriale si attivino quanto prima per realizzare una sorta di laboratorio in grado di ragionare su una logica integrata tra sostegno al reddito, politiche attive e tutta la strumentazione esistente tra sindacati e imprenditori, come i fondi per la formazione».

COME RILANCIARE IL SETTORE. Per il sindacalista, il primo passo è riconoscere al settore lo stato di crisi complessa, con l’avvio di politiche del lavoro attive e passive che accompagnino meglio i processi di rilancio, riconversione, riorganizzazione e gestione degli esuberi. «Anche per questo motivo», precisa, «abbiamo chiesto l’istituzione di un tavolo interministeriale e l’avvio di un percorso istituzionale per affrontare e risolvere le delicate questioni del comparto. Noi riteniamo che il gioco di squadra, la cosiddetta “concertazione”, sia conditio sine qua non per ottenere risultati importanti». Azienda, dunque, come bene comune per imprenditori, lavoratori, e territorio. Ma – è il parere di Federico – la necessità è anche quella di un cambiamento radicale nella produzione e nell’utilizzo del cemento che resta, nonostante tutto, il secondo materiale più usato al mondo dopo l’acqua. «Occorre un nuovo governo del settore», insiste Federico, «che riconosca la strategicità del sistema produttivo cementiero nazionale». A partire dalle cave e dalle miniere. In Italia, continua il segretario Filca, «le leggi ci sono, e sono anche tante. Trovo inaccettabile però che siano le Regioni a dover legiferare sulle cementerie ma anche sulle cave del proprio territorio, perché ciò determina confusione e disomogeneità. Bisogna voltar pagina e arrivare finalmente a una legge che provveda a governare la materia su tutto il territorio nazionale».

IL FUTURO È NELLA RICERCA. Il futuro del cemento in Italia resta dunque incerto, ma non mancano margini di ripresa. Almeno a guardare la ricerca sul materiale, che è avanzata. «Guardiamo ai brevetti di ultima generazione», ha spiegato Carmen Andriani, full professor di Architecture and Urban Design dell’Università di Genova e curatrice del libro Cemento futuro (Skira, 2017), «dal biodinamico fotocatalico all’i.light o cemento trasparente; dall’i.crete system, in grado di abbattere del 40% le emissioni gas serra alla famiglia di calcestruzzi innovativi utilizzati da Rudy Ricciotti nelle sue architetture, fino al tema dell’utilizzo di materiali riciclati: è possibile comprendere come le nuove sfide del mondo delle costruzioni riguardano la riduzione dell’uso di materie prime, la diminuzione dei consumi di energia ed acqua, la riduzione dell’impatto ambientale e sociale nelle attività di cantiere».

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