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5 Novembre Nov 2017 1200 05 novembre 2017

Diamanti, storture di un mercato pericoloso per i risparmiatori

L'Antitrust multa società e banche per vendite «ingannevoli». Dall'assenza di un fixing ai problemi relativi a quotazione e volatilità: ecco perché invesitire in queste pietre è un affare rischioso.

  • Paolo Martini
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Il 17 ottobre 2016 un funzionario di Intesa Sanpaolo scrive a Diamond Private Investment, società che svolge commercio di diamanti. Sa che quella sera andrà in onda una puntata di Report dal titolo «Occhio al portafoglio». Il funzionario certamente prevede che dal giorno dopo i clienti della banca cominceranno a chiedergli spiegazioni. Domanda per questo se sia prevista una smentita «o qualcosa che possa aiutarci nei confronti dei clienti a cui (è stato) proposto il diamante o peggio ancora già venduto». La citazione testuale viene da un provvedimento preso dall'Autorità garante della concorrenza e del mercato (Agcm), uno dei due arrivati a conclusione di altrettante istruttorie che hanno condotto a multare due imprese venditrici di prodotti finanziari e quattro banche per quasi 15 milioni di euro. L'Autorità ha diffuso i testi dei provvedimenti lo scorso 30 ottobre. Le imprese si chiamano Diamond Private Investment (Dpi) e Intermarket Diamond Business (Idb). Le banche sono Intesa Sanpaolo, Unicredit, Monte dei Paschi di Siena e Banco Bpm. A segnalare l'associazione Altroconsumo.

UN VERO MERCATO NON C'È. La multa è per aver venduto con modalità «gravemente ingannevoli e omissive» un prodotto, i diamanti da investimento. L'istruttoria è partita nel gennaio del 2017, tre mesi dopo la puntata di Report, in cui si parlava degli investimenti in diamanti venduti da Dpi e Idb attraverso gli sportelli di Intesa Sanpaolo e delle altre grandi banche italiane. Il funzionario che scriveva la mail sapeva che in quello speciale sarebbe emerso un dato di fatto: il valore dei diamanti posseduti dalle migliaia di investitori italiani che avevano deciso di seguire i consigli di Dpi e delle altre società non era quello che era stato loro detto. Qualcuno aveva portato il diamante da un gioielliere e aveva scoperto che una pietra pagata 7 mila euro ne valeva meno di 3 mila. Non a caso, dal giorno seguente la puntata di Report aumentava il numero dei clienti che chiedevano di uscire dall'investimento e cominciava a diminuire il numero di coloro che sceglievano di entrarci. Cosa facevano queste società e banche? Presentavano ai clienti un investimento vendendo diamanti a un prezzo come se questo fosse frutto di una quotazione di mercato, e di un mercato che cresceva sempre. Solo che un vero e proprio mercato – almeno nel senso dei prodotti finanziari – sui diamanti non c'è.

LA PRATICA DEL RICOLLOCAMENTO. Per i diamanti non c'è un fixing, non c'è una Borsa come per l'oro o per il platino. Ci sono degli indici di riferimento riconosciuti. Uno di questi è il Rapaport Price List, «un benchmark internazionale», come scrive l’Autorità, per il prezzo all’ingrosso dei diamanti. Altro indice è l’Idex, International Diamond Exchange, che pubblica ogni mese un suo benchmark per i prezzi al dettaglio. Ma ai clienti Idb e Dpi non presentavano né l'uno né l'altro. Ne presentavano, come vedremo, uno fatto in casa. Inoltre prospettavano la possibilità di liquidare l’investimento con grande facilità, entro 30 giorni. Senza perderci. Di fatto però l’unico canale per poter rivendere un diamante è chiedere a chi lo ha venduto di “ricollocarlo” sperando ci sia qualcuno che lo compri. L'impresa si impegna a ricollocarlo ma non è detto che ci riesca. Dpi e Idb hanno spiegato nel corso dell'istruttoria che finora è andata bene: la percentuale di rivendite è stata di circa il 10%, e sono sempre andate a buon fine, alla “quotazione” indicata, hanno affermato. Ma quale quotazione? Su quel sito si scoprirebbe anche che «i prezzi dei diamanti non sono affatto privi di volatilità», come afferma la Consob in uno studio citato dal provvedimento.

L'indice dei prezzi al dettaglio degli ultimi tre anni.

E proprio qui si apre un altro tema: la quotazione di cui parlano Dpi e Idb altro non rappresenta altro che i loro prezzi di vendita dei diamanti stessi, pubblicati sul Sole 24 Ore come inserzioni pubblicitarie dalle imprese in questione. In questo senso, i valori del bene-investimento sono di certo molto trasparenti e oggettivi ma rappresentano una realtà non veritiera. Quei prezzi salgono e saliranno sempre fino a che ci saranno investitori disposti a comprare. Per questo sono - a giudizio dell'Agcm – ingannevoli. Si tratta del prezzo del diamante sommato al prezzo di tutti i servizi che la società di intermediazione propone: dall'eticità del prodotto, che si garantisce non provenire da Paesi in guerra o dove sia stato sfruttato il lavoro minorile, alla garanzia di ricollocamento, alla commissione da pagare all'intermediario e alla banca. In pratica, il valore del diamante è più o meno la metà del prezzo pagato.

IL RUOLO CENTRALE DELLE BANCHE. Per questo, come ammettono le stesse imprese sanzionate, lo scostamento tra il valore di mercato della pietra acquistata e il prezzo corrisposto al suo acquisto presuppongono che la pietra si possa rivendere solo nel “mercato chiuso” del cosiddetto “ricollocamento”. E in questo caso si riprendono almeno i soldi investiti? No, secondo i dati forniti dalle imprese in questione alla Agcm. Chi ha disinvestito entro i primi tre anni ha perso soldi. Chi ha “ricollocato” entro cinque anni è andato in pari. Solo gli altri hanno guadagnato. Quanto alle banche, sanzionate con multe più salate anche in ragione della loro dimensione, l'Autorità ha sottolineato con forza il «ruolo centrale svolto dagli operatori degli istituti di credito» nella vendita degli investimenti in diamanti. Proponevano il prodotto ai clienti, li aiutavano a compilare i moduli, gestivano le comunicazioni con le imprese, organizzavano in banca gli incontri coi promotori dell'investimento, fino alla consegna della pietra, a meno che il cliente non preferisse riceverla a casa. Insomma: anche se oggi le banche vendono pure tablet e biciclette, è certo che il cliente «fosse persuaso del fatto che l’operazione nel suo complesso e le informazioni rese sull’investimento fossero verificate» e quindi «garantite» dalla banca.

LE PROMESSE DELLE IMPRESE. Banche e imprese hanno avuto uno sconto di 100 mila euro in considerazione della promessa di offrire in futuro informazioni più chiare ai loro clienti. Dpi ha anche aperto con Codacons e Movimento Difesa del Cittadino un «tavolo di confronto per sviluppare progetti a favore dei consumatori interessati a forme per mettere al riparo parte dei propri risparmi» e alla presentazione di un «codice etico». Idb ha giudicato «inficiata da gravi errori» la delibera dell'Agcm, e annunciato un ricorso al Tar ma nel frattempo, «al fine di inquadrare la ripresa dell’operatività in un mercato più trasparente, efficiente e risanato», ha spiegato pure di partecipare «attivamente al tavolo di lavoro promosso da Codacons e Movimento Difesa del Cittadino per concordare le best practice del settore, con l’obiettivo, condiviso, che la ripresa del mercato avvenga quanto prima e nel pieno interesse dei consumatori».

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