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9 Novembre Nov 2017 1500 09 novembre 2017

Finmeccanica, l'India ricostruisce i fondi neri

Venti tonnellate di ferraglia pagate 18 milioni? Il Fbi di New Delhi presenta nuove prove. La Corte d'appello di Milano deciderà se acquisirle. L'ex intermediario britannico Michel a L43: «Prove insufficienti».

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Circa 20 tonnellate di ferraglia, elicotteri rotti e pezzi vecchi, ora stipati in un magazzino vicino a Mumbai, possono valere più di 18 milioni di euro? Bisogna partire da questa domanda per raccontare quello che c’è nei documenti “indiani” depositati durante l’ultima udienza del processo d’appello bis a carico di Giuseppe Orsi, ex amministratore delegato di Finmeccanica (oggi Leonardo) e di Bruno Spagnolini, ex amministratore delegato di AgustaWestland (oggi Divisione Elicotteri della stessa Leonardo). Il valore reale di questi ferri vecchi è uno dei punti-chiave sollevati dalle carte fornite all’Italia dalla Divisione anticorruzione del Cbi (Central Bureau of Investigation), il Fbi dell’India. Il loro arrivo è risultato della rogatoria richiesta nel 2013, dopo l’arresto di Orsi, dal procuratore Eugenio Fusco, allora incaricato del fascicolo a Busto Arsizio.

LA PRESUNTA TANGENTE DA 50 MILIONI. Stiamo parlando di 30 mila pagine di documenti, depositati dall’attuale pm Gianluigi Fontana e dall’avvocato Roberto Losengo, che nel processo in corso rappresenta il ministero della Difesa indiano, parte lesa. La prossima settimana, il 13 novembre, la Corte d’appello di Milano sarà chiamata a decidere se ammettere o meno questo nuovo materiale probatorio, che potrebbe chiarire il meccanismo di creazione di fondi neri finalizzati alla corruzione internazionale. Tutto ruota intorno alla presunta tangente da 50 milioni di euro che fu pagata da Finmeccanica-AgustaWestland a diversi personaggi, istituzionali e non, per vincere la gara relativa alla fornitura all’Indian Air Force di 12 elicotteri VVIP, destinati al trasporto delle massime autorità indiane: un affare da 556 milioni di euro.

Giuseppe Orsi.

Tra le carte a disposizione ci sono le procedure del bando di gara. Secondo l’accusa fu truccato a favore dell’azienda italiana. Come noto, il generale Sashi Tyagi, allora capo di Stato maggiore dell’Aeronautica militare indiana, avrebbe cambiato volontariamente un requisito operativo fondamentale previsto dal testo iniziale: la quota di volo, che venne abbassata da 6.000 a 4.500 metri (nonostante tale modifica fosse proibita per ragioni di sicurezza) e associata con una richiesta concomitante di aumento dell’altezza della cabina. Come si legge nella requisitoria del Cbi, questi due interventi congiunti determinarono di fatto «una situazione di monofornitore, perché in un caso del genere solo il modello EH101 (successivamente noto come AW101) sarebbe stato conforme a tutti i requisiti».

IL RUOLO DI SASHI TYAGI. Il primo risultato dell’iniziativa di Tyagi fu che AgustaWestland vinse la commessa, pur avendo presentato un’offerta economicamente molto più svantaggiosa per l’India di quella della sua concorrente Sikorsky. Il secondo fu rappresentato dalle considerevoli entrate di denaro sui conti correnti della famiglia Tyagi, che aveva gestito tutto l’affare in collaborazione con tre fondamentali intermediari commerciali dell’azienda italiana: Guido Haschke, Carlo Gerosa e Christian Michel.

SI PUNTA ALL'ESTRADIZIONE DI GEROSA. L’affidabilità del materiale raccolto dal Cbi sarà decisiva non solo per il processo in corso Italia, ma soprattutto per quello che si aprirà in India. Le autorità giudiziarie indiane richiedono il rinvio a giudizio non solo di Orsi e Spagnolini, ma anche delle due aziende coinvolte: Finmeccanica e AgustaWestland. Inoltre puntano all’estradizione di Carlo Gerosa, che molto potrebbe raccontare. Il finanziere italo-svizzero è stato arrestato alla fine di settembre a Lipari, dove stava iniziando le sue vacanze presso il panoramico Hotel Carasco, ma scarcerato due giorni dopo, soprattutto perché non esiste un trattato di estradizione tra Italia e India. Ora le autorità di Delhi hanno tempo fino al 15 novembre per presentare ulteriori prove al nostro Paese e chiedere di nuovo il suo arresto. E la sua estradizione.

L'arresto di Carlo Gerosa sui media indiani.

Le carte del Cbi fanno soprattutto luce sui movimenti di denaro e sulle «coperture contabili», in modo da chiarire il meccanismo complesso attraverso il quale i soldi che uscivano dalle casse di AgustaWestland diventavano, in una grande varietà di modi e attraverso una rete intricata di società offshore di proprietà dei suoi agenti, fondi neri destinati alla corruzione. In questi passaggi spicca la cifra dei 18,20 milioni di euro incassati da uno dei tre intermediari commerciali della vicenda, l’inglese Christian Michel, formalmente per l’acquisto di 14 vecchi elicotteri modello W30 della Westland (la storica azienda britannica che nel 2000 si fuse con Agusta, dando vita appunto ad AgustaWestland).

GLI INSUCCESSI DEI W30. I W30 hanno una lunga storia di insuccessi alle spalle, dovuti a problemi tecnici congeniti che causarono molti incidenti in India e nel mondo, al punto da ritrovarsi, negli Anni 80, al centro di tensioni diplomatiche tra la Gran Bretagna e la sua antica colonia asiatica. Nel 1985, quando Westland stava per fallire, Margaret Thatcher insistette personalmente con il premier indiano di allora, Rajiv Gandhi, affinché l’India comprasse una cospicua flotta militare di W30 e gli offrì addirittura di cofinanziarne l’acquisizione. L’India accettò la proposta. I primi due W30, arrivati nel subcontinente indiano nel 1987, caddero subito, uccidendo 10 persone. Gli altri si rivelarono inadatti al clima tropicale e poco affidabili, tanto da richiedere riparazioni continue e da essere, alla fine, grounded, cioè messi a terra per ragioni di sicurezza. Nel 2000 l’India decise di restituirne 19 alla Gran Bretagna, facendosi pagare 900 mila sterline (circa 1 milione di euro). E l’acquirente inglese costretto a recuperarli dichiarò: «Non so proprio che cosa farne».

NEL MIRINO L'OPERAZIONE DA 18 MILIONI. In apparenza anche AgustaWestland, a nome dei suoi nobili ascendenti britannici di fresca data, pensò di cooperare alla soluzione del problema dei W30. Interpellato da Lettera43 tramite i suoi legali, Christian Michel – oggi rifugiato a Dubai e oggetto di un mandato di cattura internazionale in India – ha dichiarato infatti che l’azienda italiana optò per il riacquisto di alcuni W30, da attuarsi attraverso un paio di società a lui intestate a Dubai, «per riabilitare il nome della Westland in India». Operazione di pubbliche relazioni quindi, ma comunque costosa: coinvolse i pezzi di ricambio di 14 elicotteri, non più interi a causa dei vari incidenti, e ammontò appunto a 18,2 milioni di euro. La cifra stride con le 900 mila sterline richieste dall’India per rivenderne 19. Quei vecchi pezzi di elicotteri da tempo usciti di produzione valevano davvero oltre 18 milioni di euro? Michel sostiene che il loro valore è stato accuratamente valutato non solo da AgustaWestland, ma addirittura dalla direzione finanziaria della sua capogruppo, Finmeccanica. Nei documenti del Cbi la storia è però un’altra: quei 18 milioni di euro altro non furono altro che un modo per costituire un fondo nero, parte della grande “tangente indiana”.

Il logo di Finmeccanica.

Ma non basta: stando ai documenti depositati, chi avrebbe dovuto vendere a Michel i pezzi di ricambio degli elicotteri dismessi, cioè l’impresa elicotteristica statale indiana Pawan Hans, un tempo incaricata di operare la flotta dei W30, in realtà non sarebbe mai venuta a conoscenza di questo contratto. I suoi vertici hanno dichiarato che il nome della loro azienda è stato utilizzato a loro insaputa. Che cosa è successo in realtà? Nelle carte del Cbi si legge che la «Westland Helicopters Ltd (filiale inglese di AgustaWestland, ndr) corrispose dal giugno 2010 al dicembre 2011 la somma di 18,20 milioni di euro a fronte di fatture false e fittizie a Global Services FZE Dubai e Global Trade & Commerce Ltd, con versamento sui loro conti accesi presso Lloyd TSB Bank PLC Al Wasi Rd opp. Dubai, Emirati Arabi Uniti». Ma «la Pawan Hans Ltd non fu mai contattata per il riacquisto dei 14 elicotteri né da Michel, né dalle sue società o da qualsiasi altro soggetto operante per suo conto, e nessun elicottero fu mai venduto a nessuno da Pawan Hans Ltd dopo il 2000».

UN TESORETTO DA 42 MILIONI. In pratica dalla Agusta sarebbero stati trasferiti a Michel 18,2 milioni di euro, sulla base di giustificativi fittizi, e lui li avrebbe trasformati in mazzette «per corrompere altri intermediari e dipendenti pubblici indiani». Questa cifra sarebbe aumentata con ulteriori versamenti, sempre a fronte di false prestazioni, per un totale pari a 42,27 milioni di euro. Il denaro raccolto e trasformato in fondi neri sarebbe poi stato smistato sui vari conti correnti delle società legate a Haschke, a Gerosa e allo stesso Michel, dalla Interstellar Technologies con sede alle Mauritius fino alla Ids Tunisia, per approdare finalmente in India, sui conti correnti della famiglia Tyagi.

MICHEL: IL CONTRATTO ESISTE. Sempre nel contatto che Lettera43 ha avuto con lui in questi giorni, Michel smentisce la ricostruzione del Cbi: sostiene che il contratto di acquisizione dei vecchi W30 esiste e afferma che le dichiarazioni dei vertici di Pawan Hans sono discutibili e non prodotte in India. Qualunque sia la veridicità o meno del contratto fantasma, resta valida la domanda sul suo valore: possono 20 tonnellate di ferraglia, proveniente da elicotteri in disuso, costare 18,2 milioni di euro? Era fondamentale “riabilitare” il nome Westland a un costo così elevato? E ancora: perché se l’intento era nobilmente riabilitativo dell’immagine dell’azienda, la sua esecuzione è avvenuta in segreto, usando intermediari di Dubai?

Possono 20 tonnellate di ferraglia costare 18,2 mln? Era fondamentale “riabilitare” il nome Westland a un costo così elevato? Perché se l’intento era questo, la sua esecuzione è avvenuta in segreto usando intermediari di Dubai?

Sarà la corte d’appello di Milano a rispondere attraverso la sua valutazione, e dopo le repliche della difesa di Orsi e Spagnolini, dell’ammissibilità e credibilità di questi nuovi elementi probatori. La decisione risulterà senz’altro determinante ai fini della sentenza. Ma, al di fuori del contesto tecnico giuridico e processuale, davanti a queste nuove evidenze documentali, ci si domanda se e come sia stato possibile mettere in piedi un meccanismo così sofisticato dal punto di vista finanziario all’interno di un gruppo come quello di piazza Monte Grappa, sede di una holding che aveva un ampio potere di controllo sulle società affiliate. A parte quindi gli ex vertici del gruppo e di AgustaWestland già coinvolti nel processi, cioè Orsi e Spagnolini, è possibile che i preposti al controllo di gestione della capogruppo non ne avessero alcuna contezza? O invece hanno approvato l’operazione, come sostiene Michel?

LA DIVISIONE ELICOTTERI. All’epoca dei fatti il direttore finanziario di Finmeccanica era Alessandro Pansa, che dopo l’arresto di Orsi prese il suo posto di amministratore delegato. Ma c’è un ruolo ancora più interessante nel panorama: il vice di Pansa, incaricato proprio del controllo di gestione e quindi, in teoria, al corrente di tutte le transazioni finanziarie maggiori che avvenivano nel gruppo, era allora quel Gian Piero Cutillo che ha appena compiuto un gran balzo in avanti nella sua carriera. Alessandro Profumo, nuovo amministratore delegato di Leonardo ex Finmeccanica, lo ha promosso, nominandolo a capo di una delle sue divisioni più importanti e più critiche: quella degli Elicotteri, alias la vecchia AgustaWestland.

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