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12 Novembre Nov 2017 1800 12 novembre 2017

Comuni, gli effetti dell'armonizzazione del bilancio

Un report voluto dal Senato ha valutato la riforma sulla contabilità degli enti locali: entrate, residui e uscite. Viaggio nelle casse degli enti locali che ci costano 2 mila euro a testa.

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A partire dal 2011, la contabilità degli Enti locali è stata rivoluzionata da una serie di norme volte ad aumentare il risparmio e l'ottimizzazione, velocizzando anche i pagamenti delle pubbliche amministrazioni. A sei anni di distanza, uno studio dell'Ufficio Valutazione Impatto (Uvi) del Senato voluto con insistenza dal presidente Pietro Grasso ha tentato di capire se l'ondata di riforme che ha investito i Comuni sia servita a qualcosa.

BASTA FINANZA CREATIVA. Punto centrale della novella legislativa (sperimentata prima in 400 municipi e dal 2015 estesa a tutta Italia) riguarda l'introduzione del principio della competenza finanziaria potenziata: ogni entrata e ogni spesa devono essere registrate dal Comune nell'esercizio in cui scadono, quando cioè effettivamente l'entrata deve essere riscossa e la spesa pagata. Stop, quindi, alla finanza creativa, quella in cui la riscossione di crediti futuri viene, almeno su carta, anticipata e le spese correnti vengono posticipate agli esercizi venturi per fare quadrare i bilanci. Per dare meglio evidenza alle spese imputate negli esercizi successivi è stato creato il nuovo Fondo pluriennale vincolato. Inoltre, dal 2015 i Comuni devono accantonare risorse nel Fondo crediti di dubbia esigibilità, così da far fronte a entrate che, pur iscritte in bilancio, già in passato si erano dimostrate difficili da riscuotere.

COMUNI PIÙ PICCOLI IN AFFANNO. Per rispettare i nuovi sistemi contabili (le singole amministrazioni si sono viste recapitare oltre 800 pagine di regole), molti sindaci hanno dovuto attuare un'operazione verità sui conti del proprio Comune, mettendo ordine tra entrate e uscite, cancellando crediti inesigibili (che però aiutavano a far quadrare i numeri del bilancio), velocizzando i pagamenti e rendendo più efficace la riscossione. In maggiore difficoltà si sono dimostrati soprattutto i Comuni più piccoli, quelli con meno risorse umane e strumentali a disposizione: su 150 municipi che nel 2015 non hanno rispettato il patto di stabilità interno ben 103 erano sotto i 5 mila abitanti.

La prima domanda che si sono posti i tecnici dell'Ufficio Valutazione Impatto del Senato nel loro report è se ci sono stati incrementi nella capacità di riscuotere le entrate. La competenza finanziaria potenziata parte proprio dall'efficienza della macchina di riscossione dei tributi. Il risultato non è confortante: molti enti locali faticano a ottenere il dovuto. Secondo i dati della Corte dei Conti, le entrate totali riscosse nel 2014 sono state oltre 30 miliardi di euro su più di 46 accertati (il 66,5%), nel 2015 31 miliardi su quasi 46 (il 67,7%). Non una grande differenza.

CAPACITÀ DI RISCOSSIONE BASSA. Un maggiore aumento, rilevano gli analisti, si è registrato tra il 2013 e il 2014, quando la riscossione delle entrate tributarie è passata da 18,44 miliardi a quasi 21 (+13,37%). Anche le extra-tributarie sono aumentate del 6%. Scrivono i tecnici di Palazzo Madama: «L’aumento tuttavia è da imputare totalmente a un incremento complessivo degli accertamenti mentre la capacità di riscuoterle è peggiorata». Infatti, le entrate tributarie accertate nel 2015 sono diminuite rispetto al 2014 (27,8 miliardi rispetto a 28) eppure la percentuale delle risorse riscosse è leggermente aumentata (dal 74,83% al 75,18%). Le entrate extra-tributarie accertate hanno avuto un incremento (da 8 miliardi a quasi 9) ma la riscossione è peggiorata persino di due punti percentuali (57,40% nel 2015 contro il 59% del 2014).

Pagamenti onorati più tempestivamente

L'Uvi ha poi valutato se la riforma sia riuscita o meno a spingere i Comuni a velocizzare i pagamenti rispetto agli impegni, visto che il principio della competenza potenziata richiede l'imputazione delle spese all'esercizio in cui vanno pagate. Si legge nel rapporto: «Il divario tra impegni e pagamenti nel 2014 era pari a 53 miliardi di euro mentre nel 2015 si è attestato a circa 26 miliardi. Si è avuto quindi un dimezzamento della distanza tra le due voci». Su questo fronte la riforma ha avuto un duplice effetto benefico: gli impegni di spesa nel 2015 sono scesi dell'11,15% rispetto all'anno precedente e persino del 15% se comparati al 2013. Al contrario, i pagamenti mostrano un aumento del 26,65% nel 2015. Insomma, i Comuni stanno più attenti alle spese e onorano più tempestivamente i propri debiti.

Residui: ridotti della metà solo quelli passivi

Analizzando i dati forniti dal Ministero dell'Interno, emerge che l'impatto della nuova contabilità è stato molto più ampio sui residui passivi - dati dalla differenza tra le spese che il Comune prevedeva di dover sostenere nel corso dell'anno e quelle effettivamente sostenute - (più che dimezzati) che su quelli attivi - dati dalla differenza tra le entrate previste a inizio anno e le effettive riscossioni - la cui riduzione si è invece assestata a un quarto rispetto ai periodi pregressi. Una differenziazione sospetta. Si legge infatti nel dossier: «Ciò porta a domandarsi se non vi siano stati anche comportamenti opportunistici degli enti nel mantenere un numero maggiore di residui attivi evitandone la cancellazione o la reimputazione in modo da poter migliorare i propri valori di bilancio».

Ben 107 enti in dissesto e 151 in predissesto

La realtà è che, nonostante le tante novità (pareggio di bilancio, fatturazione elettronica, split payment, nuovo codice degli appalti) introdotte per costringere le amministrazioni locali a un uso più oculato delle risorse, i conti dei Comuni restano fuori controllo. E, infatti, secondo uno studio della Fondazione nazionale dei commercialisti, in Italia nel 2016 si contavano ben 107 Enti in dissesto e 151 in predissesto. Riguardo allo stesso periodo, l’Istituto per la finanza locale (Ifel) che fa capo all’Associazione nazionale dei Comuni (Anci) parla di 163 campanili che avevano iniziato a scricchiolare.

UN ROSSO DI 50 MILIARDI. Secondo il ministero del Tesoro (dati aggiornati al 26 aprile 2017), i debiti complessivi in capo ai Comuni capoluogo sarebbero pari a 24,19 miliardi mentre altri 23,25 fanno riferimento agli enti più piccoli. Il totale è una cifra monstre che si aggira attorno ai 50 miliardi. Per la precisione: 47,44 miliardi di euro. Una goccia nel mare del debito pubblico complessivo da 2.300 miliardi, eppure in grado di affondare tante piccole e medie realtà. Ma esattamente in cosa si sono indebitati i sindaci? Per 31,3 miliardi in mutui bancari, 7,9 miliardi sono stati sperperati in emissioni di vario tipo e altri 8,2 in mutui erogati dalla Cassa depositi e prestiti. In realtà, l'esposizione non è sempre frutto di mala gestio: a volte, la colpa è dello Stato centrale che riduce le risorse, come l'eliminazione della tassa sulla prima casa, e le amministrazioni, per non tagliare i servizi e continuare a pagare gli stipendi, sono costrette a indebitarsi.

IL SUD ARRANCA. A boccheggiare sono per lo più i piccoli Comuni concentrati per il 68,7% nel Meridione che ospita anche due malati eccellenti con più di 250 mila abitanti: Napoli e Catania. Per la Corte dei Conti il capoluogo partenopeo sta sprofondando in un nuovo buco da oltre 2,2 miliardi frutto del solo biennio 2015-16. Tra i 9 capoluoghi in crisi nera, uno è del Nord (Savona), 2 sono del Centro (Pescara e Rieti) e gli altri del Sud (Benevento, Caserta, Foggia, Cosenza, Reggio Calabria e Messina).

Il debito complessivo degli enti locali ammonta a 121,1 miliardi di euro: questo significa che ogni cittadino italiano è gravato da un fardello di 2 mila euro

Ma non ci sono solo i Comuni: le Province con i conti fuori controllo vanno da Asti a Terni, passando per Novara, Verbania, Varese, Imperia, La Spezia, Ascoli, Chieti e Potenza. In base agli ultimi dati del Tesoro, a fine marzo il debito complessivo degli enti locali ammontava a 121,1 miliardi di euro (Comuni per 50 miliardi, Regioni per 64, le Province per 7): questo significa che ogni cittadino italiano è gravato da un fardello di 2 mila euro (che sale a oltre 5 mila e 300 in Valle d'Aosta).

IL DEBITO ETERNO DI ROMA. Una ipotetica mappa dell'Italia dai Comuni che sprofondano nel dissesto vedrebbe al centro il buco nero di Roma, la cui gestione dei conti è fuori da ogni logica da troppi anni. Solo di debiti pregressi, la città eterna si trascina dietro un fardello di oltre 12 miliardi. Debito che in parte grava sulle spalle di tutti gli italiani e non solo sui romani a causa del decreto-legge 25 giugno 2008, n. 112 varato 9 anni fa dall'esecutivo Berlusconi per soccorrere l'allora sindaco Alemanno. Con quella legge si era infatti disposto un contributo straordinario (poi divenuto annuale) di 500 milioni per 3/5 statale e per il resto alimentato dall'Irpef capitolina. Oggi il Campidoglio vanta oltre 250 milioni di euro di crediti non riconosciuti e contestati nei confronti di Atac, l'azienda del trasporto pubblico locale, ma la municipalizzata ha debiti per oltre 1,3 miliardi di euro. La storia del debito romano, insomma, continua.

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