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15 Novembre Nov 2017 0800 15 novembre 2017

Ue, la lotta ai paradisi fiscali si farà solo dopo la Brexit?

Da Jersey alle Cayman, gli eurodeputati chiedono di inserire i territori britannici d'Oltremare nella blacklist. Ma un intervento più deciso può arrivare quando il Regno Unito sarà fuori dall'Unione. Le trattative.

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Il dubbio diventa sempre più fondato: la lotta ai paradisi fiscali, o almeno a una loro grande parte, è rinviata a dopo la Brexit? Lo scandalo Paradise papers, definito dalla commissaria alla Concorrenza Margrethe Vestager «carburante per la lotta all’evasione fiscale», è solo l’ultima di 10 grandi inchieste che hanno portato alla luce i sistemi utilizzati da multinazionali, criminali o semplicemente a personalità appartenenti all’1% dei più ricchi per pagare meno imposte.

RISPETTO DELLE LEGGI VIGENTI. Ma le differenze con le precedenti inchieste sono principalmente due: i Paradise papers raccontano tutti di operazioni nel rispetto delle leggi vigenti e la maggioranza coinvolgono i territori d’Oltremare della Corona britannica, con tanto di investimenti offshore della regina Elisabetta in persona e di molti esponenti della campagna per il Leave.

BLACKLIST DA AGGIORNARE. Dall’assemblea dell’Europarlamento dunque numerose voci si sono levate per inserirli nella blacklist dei Paesi terzi che dovrebbe essere approvata nel vertice Ecofin del 5 dicembre. Altre ancora hanno proposto, nel caso in cui il tentativo fallisse, l’inserimento del dossier nelle trattative già complicatissime per la fuoriuscita dal Regno Unito dall’Unione europea. Ma l’esito più probabile è che le misure possano inasprirsi quando Londra sarà fuori dalla Ue.

La lista dei Paesi terzi che la Commissione ha proposto di esaminare. La prima casella riguarda la mancanza di trasparenza, la seconda l'esistenza di tassazioni preferenziali, la terza l'assenza di imposte sulle società. La maggiorparte dei regimi d'Oltremare britannici rientra solo in questa terza categoria.

Su 18 giurisdizioni d'Oltremare britanniche almeno otto - Anguilla, le Bermuda, le Cayman, Turks e Caicos, le isole Vergini e le meno esotiche Isola di Man, Jersey e Guernsey, rispettivamente nel mare d'Irlanda, nel canale della Manica e di fronte alla costa francese - possono essere considerate paradisi fiscali.

ISOLE CHE NON PREVEDONO TASSE. Per essere inseriti nella blacklist europea la Commissione Ue ha proposto tre criteri: la mancanza di trasparenza e di scambio di informazioni, l'utilizzo di sistemi di tassazione preferenziali e la mancanza di un'imposta dalle società. Dal primo screening realizzato dall'esecutivo Ue nel 2016 risulta però che la maggioranza di questi territori ha lacune solo nell'ultimo criterio: semplicemente non prevede tasse.

C'È LO ZAMPINO DI LONDRA. E proprio questo criterio è quello che la Gran Bretagna, appoggiata da Malta e dal Lussemburgo, è riuscita a indebolire, trasformandolo da criterio decisivo a semplice indicatore. Che ci sia stato un intervento diretto di Londra lo dicono gli stessi interessati. I rappresentanti inglesi nel gruppo del Consiglio Ue che si sta occupando della blacklist «ci sono stati molto utili», ha spiegato il ministro delle Relazioni esterne di Jersey, Philip Bailhache, durante un'audizione parlamentare raccontata dal Jersey Evening Post. Aggiungendo che il problema piuttosto è che «non ci saranno tra 18 mesi».

Pierre Moscovici.

ANSA

Di fronte agli europarlamentari il commissario agli Affari economici Pierre Moscovici ha spiegato che gli oltre 50 Paesi contattati per rispondere dei problemi riscontrati dallo screening hanno tempo per rispondere entro la fine della terza settimana di novembre se vogliono evitare di essere inseriti nella lista nera.

UN ELENCO GIÀ DEPOTENZIATO. Però, appunto, la blacklist è stata già in qualche modo depotenziata. Non ci sarà dentro alcun Paese Ue, ma nemmeno gli Usa (e quindi fuori anche gli Stati come il Delaware, uno dei maggiori paradisi fiscali globali), e infine le giurisdizioni che hanno imposta societaria pari a zero non saranno considerate paradisi automaticamente ma solo se non riescono a rispondere alle richieste specifiche dell'Ue.

Fino a quando potremo credere al Consiglio visto che dentro ci sono i rappresentanti di paradisi fiscali all'interno dell'Unione europea?

Crespo, europarlamentare della sinistra

La partita è in mano al Consiglio chiamato ad approvare la lista il 5 dicembre. E al parlamento europeo lo sanno bene: «I ministri delle Finanze agiscono solo sotto pressione e senza che vengano messe in discussione le fondamenta del sistema», è la sintesi di Philippe Lamberts, eurodeputato e co-presidente dei Verdi. Miguel Urban Crespo, europarlamentare della sinistra, ha chiesto direttamente: «Fino a quando potremo credere al Consiglio visto che dentro ci sono i rappresentanti di paradisi fiscali all'interno dell'Unione europea?».

SOLDI DAI BANCHIERI A FARAGE. Il problema va oltre l'appartenenza partitica: nello stesso dibattito l'euroscettica della Fpo austriaca Barbara Keller ha caldeggiato il ritiro della licenza bancaria a tutti gli intermediari che aiutano l'elusione e Nigel Farage dello Ukip, dichiarando: «Se volete impedire gli investimenti alle Isole Vergini, allora siate coerenti e vietate la vendita di sigarette al duty free». Le dogane, ovviamente, non c'entrano nulla, ma è un modo come un altro per sviare la questione soprattutto dopo che Farage ha ricevuto 8,5 milioni di sterline dal banchiere dell'Isola di Man, Arron Banks, e vuole da sempre trasformare Londra in un grande paradiso fiscale.

PRESSING DI MOSCOVICI. In altri Paesi come il Lussemburgo di Jean-Claude Juncker, osserva un cronista lussemburghese, il tema della regolazione fiscale non è nel dibattito politico: «È un non tema, perchè sono tutti d'accordo». Lo stesso si può dire di Malta. E tuttavia Moscovici ha promesso: «Se la lista nera non è all’altezza e se le sanzioni nonsono abbastanza dissuasive io lo dirò e anche il parlamento europeo deve continuare a spingere».

La sede del parlamento europeo.

ANSA

Il commissario ha elencato tutto quello che è stato realizzato finora, e non è poco, e quello che programma di fare. Entro sei mesi poi la Commissione vorrebbe l'approvazione delle nuove regole sugli intermediari finanziari che li obbligano a dichiarare gli accordi di ottimizzazione fiscale firmati con i clienti.

UNA BATTAGLIA MOLTO DIFFICILE. Entro la fine dell'anno si aspetta l'approvazione della Ccctb, cioè la Common Consolidated Corporate Tax Base, in sostanza l’armonizzazione in tutti gli Stati membri della tassa sugli utili delle imprese. E poi sono in corso anche i negoziati sulle nuove norme antiriciclaggio e sull'obbligo di pubblicazione degli utili realizzati dalle multinazionali Paese per Paese. Ma anche il commissario sa che il problema sta nel diritto di veto. «Ci saranno progressi nell’Europa sociale e armonizzazione fiscale, ma non ci saranno passi avanti se la volontà di uno solo può bloccare tutti gli altri e quindi se non si supererà il voto all'unanimità sulle questioni fiscali. So quanto questa battaglia sarà difficile». Ed è difficile che si concluda prima della Brexit.

«INSERIAMOLO NEI NEGOZIATI». Intanto di fronte al rischio concreto che i territori d'Oltremare britannici sfuggano alla classificazione, due eurodeputati, l'irlandese Matt Carthy e l'inglese Molly Scott Cato hanno proposto di condizionare il futuro accordo commerciale con la Gran Bretagna a una stretta sull'elusione: «Se volete continuare a fare attività commerciali con noi, smettete di rubare», ha spiegato Carthy. E tuttavia, visto che si tratta di territori indipendenti e che lo stesso Regno Unito potrebbe trasformarsi nel più grande paradiso fiscale extra Ue, sembra più facile che un intervento più deciso possa arrivare direttamente quando la Gran Bretagna sarà fuori dall'Unione. «Allora dovremo avere a che fare direttamente con loro», è la preoccupazione del ministro di Jersey riferita a Bruxelles. Poco importa che, come ha dichiarato l'europarlamentare polacco e di centrodestra, Dariusz Rosati, «chi accusa Paesi terzi deve fare ordine in casa propria, altrimenti non è credibile».

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