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Crisi delle banche

Carige avvia processo cessioni
17 Novembre Nov 2017 2102 17 novembre 2017

Carige, il sistema non ha più autodifese

Senza l'intervento dei grandi soci, l'istituto sarebbe andato verso la risoluzione. Essendo a corto di opzioni. Tra un fondo salva-banche a secco e delle istituzioni (da Bankitalia a Consob) con le mani legate.

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Fortuna che alla fine i grandi soci di Carige hanno messo mano al portafogli e salvato la storica banca genovese. Anche perché le altre strade non erano percorribili. Proprio i soci hanno sottoscritto una quota intorno al 30% dell’aumento di capitale da 560 milioni di euro, senza il quale si sarebbe andati diretti verso la risoluzione. E in quest’ottica gli sforzi degli azionisti rilevanti sono stati decisivi per sbloccare le ultime resistenze delle banche (Credit Suisse, Deutsche Bank e Barclays) che comportano il consorzio di garanzia. In attesa del via libera Ue sono destinati a crescere la famiglia Malacalza, che esprime la vicepresidenza con il rampollo Vittorio, sottoscrivendo la propria quota del 17,6%, i Volpi (con il loro 9,9), Coop Liguria e Aldo Spinelli, titolari entrambi del 3,4% del capitale, e Fondazione Carige.

UN MESSAGGIO AL SISTEMA. Rispetto ai precedenti salvataggi (Mps, Etruria, le Popolari venete) non ci sono gli strumenti né i presupposti (pubblici o privati) per arrivare alla firma della garanzia sull’aumento. Ed è questo, all’esterno, il principale messaggio che arriva al resto del sistema bancario italiano. Innanzitutto il mondo bancario vede spuntate le armi che si è dato con l’apporto diretto o indiretto del governo. Il fondo “salva banche” da 20 miliardi istituito a fine 2016 non ha risorse disponibili. Lo stesso vale per Atlante e Atlante 2, con gli azionisti scottati dopo il fallimento dei salvataggi a Siena e delle Popolari venete. Ma a Genova non soltanto questa strada non è più perseguibile.

Dopo le due tranche da 940 milioni di euro e 1,2 miliardi (è stata avviata una trattativa in esclusiva conb Credito fondiario) non ci sono più vie per ridurre l’alta quota di sofferenza. Lo ha ammesso anche nella sua lettera ai dipendenti l’ad Paolo Fiorentino: «Il nostro piano industriale si basa su un’articolata manovra di rafforzamento patrimoniale e diversi tasselli son stati già completati: il portafoglio crediti deteriorati è stato ridotto di circa 1 miliardo di euro grazie al completamento dell’operazione Gacs, abbiamo concluso con successo l’esercizio di Lme e ieri abbiamo chiuso l’operazione immobiliare che ha portato 107,5 milioni di euro nelle nostre casse. Nel frattempo stiamo, così come previsto, finalizzando la vendita di parte del portafoglio e della piattaforma Npl, la cessione di Creditis e del merchant book».

CONSOB HA LE MANI LEGATE. Non possono poi intervenire per accompagnare l’aumento di capitale le autorità di controllo nazionale. Per esempio, Bankitalia, dopo aver perso la vigilanza sulle banche di sistema a favore della Bce, è stata ai margini in questa operazione. E da Francoforte, dopo aver autorizzato il buffering e avallato i riscontri e le manifestazioni di interesse da parte degli investitori istituzionali, ha intimato al presidente Giuseppe Tesauro e all’ad Fiorentino di trovare velocemente soluzioni alternative. Altrimenti si sarebbe andati alla risoluzione, al fallimento pilotato, dal primo gennaio 2018 con le nuove e più stringenti regole del bail in. Di fatto ha le mani legati anche la Consob. Che infatti, per tutelare gli investitori, è stata costretta come in passato con Mps a sospendere il titolo genovese dalle negoziazioni perché «l’attuale contesto informativo non garantisce la trasparenza, l’ordinato svolgimento delle negoziazioni e la tutela degli investitori, in ragione dell’incertezza in merito all’operazione di aumento di capitale e alle eventuali iniziative in corso da parte della Banca e delle competenti autorità per la vigilanza prudenziale».

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