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BASSA MAREA
19 Novembre Nov 2017 1400 19 novembre 2017

Debito pubblico, la risposta a Katainen

Le parole del vicepresidente della Commissione Ue per quanto sgradevoli hanno un fondo di verità. Il nostro Paese finora si è salvato grazie alle politiche economiche di Draghi e soprattutto grazie ai risparmiatori.

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La risposta dall’Italia al commissario Ue finlandese è stata corale, in sostanza riassumibile in un: «Fatti gli affari tuoi». Ma quando il vicepresidente della Commissione Jyrki Katainen parla dell’Italia come ha fatto martedì 14 novembre, nonostante i toni stonati per i quali è noto, si sta facendo proprio gli affari suoi. Katainen ha dichiarato che gli italiani non sanno bene quale sia la realtà dei conti nazionali perché i loro politici non la rivelano. La cosa è sgradevole, ma non del tutto falsa. Diciamo che più ancora di una omessa informazione da parte dei politici, si tratta di una colpevole – e interessata - tolleranza della notevole disattenzione, o incapacità di capire, da parte di strati diffusi dell’opinione pubblica italiana, negazionista, ignara o comunque fiduciosa nel famigerato Stellone.

LA MARCIA INDIETRO DEI NO EURO. Dopotutto fino a meno di sei mesi fa, prima del capitombolo di Marine Le Pen alle Presidenziali francesi dell’aprile-maggio 2017, circa il 30% degli italiani e più sembrava d’accordo con chi affermava essere il debito italiano l’effetto di una congiura dell’euro (Matteo Salvini) e con chi diceva che ne saremmo usciti alla grande se solo ci fossimo fatti i c.... nostri, come l’Argentina, astuto modello (Beppe Grillo). Poi Marine ha fatto crack e qualcuno ha spiegato ai due che parlar troppo male dell’euro, visto che i risparmi sono in euro, porta male. Chi parla più di un ritorno alla lira oggi, a sei mesi appena di distanza dagli ultimi peana per la vecchia liretta?

I TRE RECORD ITALIANI. L’Italia oggi è in Europa in vetta a tre classifiche: ha il debito pubblico più alto, i crediti bancari inesigibili più alti, e di gran lunga, tra i Paesi maggiori dell'Ue, e ha banche con in pancia la quota più alta di debito sovrano nazionale, BtP e simili, rispetto al totale degli impieghi. Le banche aiutano lo Stato mentre, come noto, avrebbero non di rado bisogno dell’aiuto dello Stato. Insomma: una spirale perversa da cui ora le regole europee rendono assai più difficile, e in teoria impossibile, uscire.

La sede della Commissione Ue.

Le cifre sono note e non è il caso di ripeterle troppo. Debito al 130% del Pil e in crescita da cinque anni; sacrifici e attenzione ai bilanci annuali, ma sempre non abbastanza per far scendere il debito; tassazione record e quindi difficoltà di farvi fronte con nuove imposte. Anche se qualcuno, la signora Susanna Camusso in testa accompagnata da quanti con la lanterna di Diogene stanno ancora cercando la «vera sinistra», continua a parlare di patrimoniale, come se non sapesse che a parità di reddito, per esempio 60 mila euro annui lordi, paga molto più di Irpef un italiano nullatenente di quanto non paghi un francese con Irpef più patrimoniale (in Francia ne mise una Mitterrand 30 anni fa) e con beni per almeno 1,3 milioni.

L'AIUTINO DI DRAGHI E L'AIUTONE DEI RISPARMIATORI. Come ce la siamo cavata finora? Grazie a Mario Draghi e a una politica monetaria dell’Eurozona di tassi bassissimi e di acquisto di titoli di Stato. Una risposta alla Grande Recessione del post 2008 che ha fatto risparmiare al Tesoro nel 2017 ben 43 miliardi di interessi sul debito, rispetto alle previsioni di quattro anni fa. Più ancora di Draghi occorre ringraziare il risparmiatore italiano, le famiglie italiane campioni di risparmio: 4.200 miliardi, poco meno del doppio del debito pubblico (quasi 2.300 miliardi), garanti loro malgrado della solidità finanziaria del Paese. È italiano il 15% circa del risparmio europeo, a fronte di una quota italiana di Pil Ue pari all’11%. Il risparmio italiano come noto non indica fiducia nel sistema, ma sfiducia: debbo cavarmela da solo. I tassi a zero (l’ultimo Btp Italia, a sei anni, paga lo 0,25%) rappresentano una vera e propria financial repression, una spoliazione del risparmio, chiamato a pagare il sostentamento dei debitori e il loro salvataggio, dello Stato in primis. Ora c’è la crescita del Pil, finalmente, e ci aiuterà a ridurre il debito, ha risposto il governo italiano a Katainen.

L'INCOGNITA DELLE PROSSIME POLITICHE. «Le inopinate catastrofi», si legge nel Carlo Emilio Gadda del Pasticciaccio, «non sono mai la conseguenza, l’effetto che dir si voglia d’un unico motivo, di una causa al singolare: ma sono come un vortice, un punto di depressione ciclonica nella coscienza del mondo, verso cui hanno cospirato tutta una molteplicità di causali convergenti». Che potrebbero svelarsi dopo le prossime elezioni politiche. Abbiamo un giovanotto, Luigi Di Maio, che non ha mai amministrato neppure un piccolo circolo aziendale e si candida a primo ministro e come tale gira il mondo per presentarsi (una volta a certi personaggi si diceva «ma stattene a casa e non farti conoscere, che è meglio»). Abbiamo un ultra 80enne che promette di salvare una terza volta una Patria già per due volte lasciata allo sbando mentre lui rincorreva ragazze e signore disinibite. Abbiamo un giovanotto di Firenze che qualcosa ha combinato, ma poi è andato a sbattere contro se stesso e il suo stile da chiacchierone fiorentino. Abbiamo orfani del Sol dell’avvenire fautori di una sinistra «plurale e inclusiva» non si sa bene di che cosa. Abbiamo qualche nostalgia, marginale ma sorprendente, del saluto romano. Abbiamo una destra a tre teste se non cinque. E abbiamo quelli che ancora ieri l’euro l’avrebbero mangiato, sbranato a pranzo e cena.

Per fortuna abbiamo anche un’economia, delle aziende che per quanto azzoppate dalla perdita di settori importanti e dalla vendita all’asta e a stranieri di nomi gloriosi ancora riescono a pesare sui mercati globali. E poi abbiamo i 4.200 miliardi citati, certo, che in somma algebrica con almeno un terzo del debito pubblico si riducono a circa 3.500.

L'INDIFFERENZA DELL'ALTA BUROCRAZIA. Non succederà contabilmente, i risparmiatori non verranno chiamati formalmente a riportare il debito a proporzioni meno opprimenti e più fisiologiche, cioè non oltre il 100% del Pil, perché sarebbe un clamoroso esproprio contrario a ogni legge. Ma nella sostanza questo sta avvenendo. Il tutto sotto gli occhi benevoli di un’alta burocrazia che, esemplificata al meglio da quello che l’economista Roberto Perotti ultimo «cavaliere dell’Apocalisse» della spending review ha chiamato lo scandalo della Corte Costituzionale, è in genere la meglio pagata al mondo. Quello della suprema Corte à uno scandalo, dice Perotti, «aggravato dalla pomposa retorica (non di rado i giudici invitano al rigore e alla coesione nazionale e stigmatizzano i i privilegi, ndr), dall’ostentata indifferenza a numeri inoppugnabili (quelli del loro trattamento economico, ndr), dal sarcasmo esibito da alcuni suoi membri…». Tutto questo alla Commissione Ue è noto e non giova al prestigio del Paese. È dagli anni del terrorismo, cioè da quasi mezzo secolo, che l’Italia viene presentata come una Torre di Pisa che sta per cadere, ma non è successo. Il nodo del debito pubblico e del suo risanamento sarà comunque la grande prova per un Paese difficile, complicato, ma fino a ieri vitale, e che dovrà presto dimostrare di non essersi perso nelle illusioni.

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