Camusso
21 Novembre Nov 2017 0929 21 novembre 2017

Pensioni, la Cgil e l'indifferenza per giovani e precari

Camusso conferma la bocciatura del pacchetto previdenza del governo. E indice una mobilitazione per il 2 dicembre. Ma negli ultimi decenni Corso d'Italia pare essersi dimenticato di chi un assegno o un contratto rischia di non averlo proprio. L'analisi.

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Nel 2015 Matteo Pucciarelli di Repubblica scovò un documento interno dal quale si evinceva che la Cgil l’anno precedente aveva perso 100 mila iscritti. Per lo più lavoratori attivi e giovani, mentre i pensionati schizzavano a quota 2.644.835 tesserati. Il dato fece scandalo, anche perché da Corso d’Italia si giustificarono soltanto sostenendo che «quei numeri erano provvisori» e facendosi scudo dietro la crisi del sindacato. Anche per questo, dopo il nuovo vertice sulle pensioni con il governo, Susanna Camusso ha confermato il giudizio di «grande insufficienza» sulla proposta dell'esecutivo e ha indetto una prima mobilitazione del sindacato per il 2 dicembre, mentre Cisl e Uil hanno valutato positivamente il pacchetto (ecco cosa prevede). Ma davvero i giovani stanno a cuore alla prima confederazione italiana?

LE PRIORITÀ SINDACALI. Per esempio, nel documento di richieste al governo che Cgil, Cisl e Uil hanno presentato al tavolo pensionistico, la prima istanza riguarda la «Revisione del meccanismo di adeguamento dei requisiti di accesso alla pensione in relazione agli incrementi della speranza di vita». Misura che riguarda chi ha almeno 60 anni. La «Flessibilità in uscita e sostegno alle future pensioni dei giovani» è soltanto al terzo posto. Senza contare che uno dei capisaldi di questo punto e cioè «la pensione contributiva di garanzia che consolidi il pilastro previdenziale pubblico», nata in ambienti socialisti all’inizio degli Anni 90, non ha mai esaltato Corso d’Italia: convinti, non senza alcune ragioni, che in questo modo si togliessero risorse pubbliche destinate agli ammortizzatori sociali. Guarda caso destinati sempre a lavoratori forti di protezione consolidate.

Perché questo è il punto: non è che la Cgil preferisca i vecchi ai giovani, più semplicemente ancora continua a guardare con un certo pregiudizio tutto quello che c’è oltre il confine del lavoro stabilizzato, quello consacrato dal contratto di lavoro.

IL LIBRO BIANCO DI BIAGI. Alla fine degli Anni 90 Marco Biagi capì che, dopo l’introduzione dei co.co.co nella riforma pensionistica Dini poi regolamentati dalla Treu, il sistema non soltanto faceva fatica ad assorbire tutta la forza lavoro, ma che erano i giovani precari la categoria da proteggere e a cui potenziare i diritti. In quest’ottica, e con l’appoggio della Cisl e del centrodestra, è nato dopo la morte del giuslavorista il Libro bianco, mentre la Cgil di Sergio Cofferati portava milioni di persone in piazza in difesa dell’articolo 18 imponendo di non applicare nel pubblico impiego la riforma Biagi.

PRECARI E AUTONOMI NON PERVENUTI. Per la cronaca, arrivato al governo nel 2006, il centrosinistra con l’allora ministro Cesare Damiano (cresciuto alla scuola di riformista della Fiom) difese la nuova flessibilità contrattuale e non andò oltre la cancellazione di alcune storture della legge 30. Ma intanto la Cgil restava lontano dal mondo dei precari o degli autonomi, nonostante tutto il lavoro svolto da dirigenti molto avveduti – come l’attuale segretario dei bancari Agostino Megale o il compianto coordinatore del Nidil, Davide Imola - su questi fronti.

IN DIFESA DI CHI UN LAVORO (O UNA PENSIONE) CE L'HA. Parallelamente il peso numerico tra gli iscritti di pensionati e statali o quello mediatico dei metalmeccanici ha spinto le varie segreterie dell’ultimo decennio a guardare agli interessi di chi è tutelato o da un contratto nazionale o dalla pensione. Così ci si è battuti per gli aumenti salariali, l’indicizzazione degli assegni previdenziali, le risorse per la spesa universalistica (giustizia, sanità e istruzione), il taglio dell’Irpef che finisce per essere applicato soltanto a chi uno stipendio ce l'ha. In quest’ottica il principale strumento per combattere la disoccupazione giovanile è l’apprendistato, che le aziende non amano proprio perché è un contratto, quindi poco flessibile.

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