Elezioni germania Merkel
BASSA MAREA
26 Novembre Nov 2017 1400 26 novembre 2017

Germania ed Europa: cosa succede adesso

I tedeschi faticano a vedere i vantaggi, enormi, che hanno ricevuto dall’Europa e ne vedono solo gli svantaggi. Lo stallo politico e il vento neo-nazionalista potrebbero così distruggere definitivamente la sua ala europeista.

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A Berlino non c’è più Frau Angela Merkel, ma quella che presto potrebbe diventare la sua ombra. Siamo ormai con una grande incognita nel cuore dell’Europa. Con un’America sempre più introversa e una Germania sempre più tedesca l’Europa è ormai a un pessimo risveglio. Quello del ritorno alle convulsioni di Stati-nazione incapaci di andare oltre la dimensione nazionale. Solo la sconfitta di Marine Le Pen in Francia nella primavera scorsa ha per ora scongiurato il peggio. L’America può permettersi (forse) un certo neo-nazionalismo: è un continente. Noi siamo la propaggine occidentale della enorme massa euroasiatica, Cap d’Asie diceva Paul Valéry, 30 Stati e staterelli affollati in uno spazio grande quanto metà degli Stati Uniti, Alaska e Hawaii escluse, e con una babele di lingue. E 30 stati e staterelli che per due volte, nel secolo scorso, si sono suicidati con le Guerre mondiali, decretando la fine di quattro secoli di supremazia europea nel mondo. Mec ed Unione sono stati il più efficace tentativo di risalire la china, con luci e ombre, ma anche risultati. Contiamo poco, ma non siamo (mediamente) poveri.

IL RITORNO ALLE VECCHIE NAZIONI, IDEA MIOPE. Si è diffusa anche in Italia l’idea miope a nostalgica che le vecchie nazioni europee possano ciascuna badare a se stessa, mantenendo, ma in calando, quel tanto di “area di libero scambio” che era il Mec e che ha preteso di diventare un’Unione. L’euro resta un ostacolo per questo neo-nazionalismo. E molti tedeschi sono convinti che un ritorno al marco, o un euro con l’Olanda e pochissimi altri, sarebbe meglio. Decine di milioni però di francesi, italiani, spagnoli e altri pensano che i risparmi siano più sicuri in euro. E nessuno, dopo la sconfitta proprio sull’euro di Marine Le Pen, ha sciolto per ora il nodo: se tenerci euro ed Europa, o incominciare davvero il sabotaggio.

BERLINO PRONTA A CAMBIARE REGISTRO? Saranno i tedeschi i primi a fare sul serio? Con il voto del 24 settembre, e poi la fine giorni fa della trattativa Cdu/Csu- Fdp-Verdi, anche la Germania, ammesso non vi fosse salita prima, è sul carro dei neonazionalisti. No all’immigrazione massiccia. E se l’Europa la chiede, no all’Europa. Sull’immigrazione soprattutto è stata punita la Merkel. Con la brusca fine delle trattative per formare un nuovo governo dopo il voto federale del 24 settembre è saltato a Berlino un raffinato metodo di concertazione e alleanze di coalizione che ha tenuto la barra della politica tedesca dagli Anni 50 di Konrad Adenauer fino a oggi. Al centro, con Adenauer e dopo, il concetto di una Germania occidentale ed europea.

Martin Schultz e Angela Merkel.

Ora i liberali dell’Fdp hanno fatto saltare il banco. L’Fdp è il partito dell’alta borghesia (noto a suo tempo come «il partito dei dentisti»), fiducioso nel rigorismo liberista, e più euroscettico di Cdu/Csu, il partito della Merkel uscito vincitore ma vicino al minimo storico dei voti. L’Spd, sfiancata dalla lunga coalizione con i cristiano democratici, è al minimo storico, difficilmente tornerà al governo, il massimo potrebbe esser un appoggio esterno. Restano due ipotesi: un governo di minoranza che deve conquistarsi ogni volta in parlamento la maggioranza; o nuove elezioni. Non è detto che in entrambi i casi ci sia ancora la Merkel. L’ex ministro delle Finanze Wolfgang Schäuble, ora presidente del Bundestag, sarebbe una figura istituzionale. Nuove elezioni promettono di dare ancora più spazio agli anti Ue dell’Afd, emersi dal voto di settembre come terzo partito e forti soprattutto all’Est, patria del neonazionalismo tedesco dopo 45 anni di sovietismo. Il presidente della Repubblica Frank-Walter Steinmeier, socialdemocratico, non vuole un secondo voto. Merkel lo preferisce a un governo di minoranza.

MERKEL EUROPEISTA A METÀ. La Germania ha fornito due “cancellieri d’Europa” negli ultimi 25 anni. Il primo è stato Helmut Kohl, dal 91 al 98, dal Trattato di Maastricht alla definizione completa dell’euro. Kohl fu deciso e trascinante nel considerare l’interesse tedesco strettamente legato all’interesse europeo, al tempo della riunificazione e dopo. Il risultato fu l’Unione, così come l’abbiamo avuta negli ultimi 20 anni. Il suo successore Gerhard Schroeder fu molto meno europeo e più nazionalista, versione Spd, e cambiò il clima. Merkel, arrivata nel 2005, si è collocata quanto ad Europa a metà fra i due predecessori, poco europeista dapprima, poi disposta a impersonare in qualche modo il ruolo di “cancelliere d’Europa” e prudente punto di riferimento dopo la crisi finanziaria del 2008 e soprattutto la crisi bancaria e dei bilanci nazionali europei emersa nel 2011.

Kohl fu deciso e trascinante nel considerare l’interesse tedesco strettamente legato all’interesse europeo, al tempo della riunificazione e dopo

I tedeschi faticano a vedere i vantaggi, enormi, che hanno ricevuto dall’Europa (appoggio alla riunificazione, mercato unico di cui come maggiore economia sono i più grandi beneficiari, euro che “lubrifica” questo mercato, ecc.) , e vedono gli svantaggi, l’essere in convoglio cioè con chi arranca, l’Italia fra questi. Temono sempre di dover pagare per altri. Soprattutto la Germania è, come conseguenza della sua (riconquistata) posizione geografica e della sua storia, un Paese occidentale in Renania e, un po’ meno, in Baviera; un Paese Baltico a Nord; e un Paese centroeuropeo a Est. E ha dai tempi di Bismarck la tentazione perenne sia di giocare le proprie carte di concerto con gli altri, sia di farlo da sola, come già più di un secolo fa l’eccezionale exploit industriale tedesco sembrava consentire. È l’eterno e prebismarckiano dibattito ottocentesco tra Großdeutschland e Kleindeutschland, nelle sue varie forme, rivisitato in chiave moderna e diventato un «con l’Unione» o «da soli», cioè con pochi altri europei, «quelli che ci stanno» e «quelli che ce la fanno».

LE AMBIZIONI DI LINDNER. Su questo si inseriscono le notevoli ambizioni personali di Christian Lindner, il leader Fdp a capo di un partito da sempre ago della bilancia, che crollò e non entrò in parlamento nel 2013 e ora è resuscitato. Lindner è convinto di poter diventare con ancora alcuni anni di opposizione una sorta di “Macron tedesco” in versione nazionalista ed euroscettica, attirando milioni di voti moderati. Sogna il cancellierato. È lui che ha silurato la trattativa per la nuova coalizione. Schroeder comunque guardò prima l’interesse tedesco e poi quello del suo partito, e pagò un prezzo. Lindner pensa a se stesso. Un vento nuovo spira sull’Europa e ora anche sulla Germania, quello del gioco d’azzardo politico.

Forte della sua economia, la Germania potrebbe mollare gli ormeggi dell’Unione e giocando tra Ovest ed Est (una tipologia di tedesco niente affatto estinta si è sempre considerata cosa terza rispetto a entrambi i mondi) arrivare a consolidare con l’economia quel dominio che per due volte le fallì con le armi. In fondo lo stesso maresciallo Foch, nelle sue Mémoires, ammetteva che l’arcinemico tedesco sbagliò a combattere perché i suoi exploit economici gli avrebbero consentito da soli di raggiungere la preminenza europea.

LE DUE STRADE DEI TEDESCHI. Oppure Berlino, con un sussulto, potrebbe trovare una squadra in grado di ricucire le fila, se un rinnovato Spd ci stesse. Ma senza la Merkel, è probabile. E per quanto quella di una Germania europea sia l’ipotesi di gran lunga più augurabile, non sembra al momento la più probabile. Per una serie di motivi che vanno anche nel profondo tedesco. Dopotutto uno scrittore limpido nella prosa come Friedrich Nietzsche ammetteva che una diffusa mentalità tedesca non trova particolari meriti nella chiarezza, e che al contrario «ama le nuvole e tutto quello che è oscuro… l’incerto, l’informe, il cangiante, l’insorgente di ogni tipo le sembrano ‘profondi’». Chissà se sufficiente acqua è passata sotto i ponti.

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