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27 Novembre Nov 2017 1200 27 novembre 2017

Armi: il boom dell'export italiano nel 2016 in barba all'etica

Vendita di pistole, fucili e munizioni per 1,2 miliardi. Aumento del 63% in Medio Oriente. Riforniamo i sauditi per la guerra in Yemen. E la polizia in Turkmenistan e nell'Egitto di Regeni. Nonostante i divieti. I dati.

  • Francesco Bertolino
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La guerra è denaro e in Medio Oriente il conflitto è sempre nell'aria. I produttori di armi nostrani l'hanno fiutata e nel 2016 hanno fornito ai governi locali armi e munizioni per 161 milioni di euro, in aumento del 63% rispetto all'anno precedente. Un dato registrato con preoccupazione dall'Osservatorio permanente sulle armi leggere (Opal) nel suo annuale rapporto sull'export italiano.

ECCELLENZA DI CUI NON ANDARE FIERI. Il made in Italy va forte anche in questo settore, ma per Piergiulio Biatta, presidente di Opal, non è un'eccellenza di cui andar fieri: «Il forte incremento di esportazioni verso zone di conflitto, regimi autoritari, monarchie assolute islamiche e Paesi in guerra pone gravi interrogativi a tutte le parti sociali e soprattutto al mondo politico».

Le vendite all'estero di pistole, fucili e munizioni per uso bellico e civile nel 2016 hanno fruttato alle imprese nazionali 1,2 miliardi di euro. Come l'export degli spumanti

Del resto, stando alle rilevazioni dello Stockholm International Peace Research Institute, l'Italia è l'ottavo esportatore di armi al mondo. E le vendite all'estero di pistole, fucili e munizioni per uso bellico e civile nel 2016 hanno fruttato alle imprese nazionali 1,2 miliardi di euro. Anche se in calo del 2% rispetto al 2015, resta una cifra di tutto riguardo: l'export italiano di armi vale quello degli spumanti, con la differenza che gli uni sparano tappi, le altre proiettili letali.

ARMI CHE FINISCONO IN BRUTTE MANI. Se poi a questa somma si aggiunge quella delle forniture di aerei, elicotteri e altre apparecchiature belliche, i ricavi dell'industria pesante tricolore ammontano nel 2016 a 14,6 miliardi, con un incremento del 85% su base annua. Una montagna di armi che spesso finisce in mano a regimi autoritari e repressivi, accusati di crimini di guerra e contro l'umanità.

I 20 maggiori esportatori di armi al mondo (fonte Sipri).

1. Medio Oriente: la monarchia saudita lancia bombe italiane sullo Yemen

A inizio novembre Paolo Gentiloni ha incontrato le autorità di Arabia Saudita, Emirati Arabi e Qatar. Un viaggio intrapreso dal presidente del Consiglio per segnalare la presenza diplomatica italiana in Medio Oriente. Ma anche per rinforzare i legami commerciali con governi pronti ad aprire portafogli colmi di petrodollari. «La nostra economia è basata sulla capacità di esportare e di essere presente nel mondo», dichiarava Gentiloni al termine di un summit con le autorità qatarine, augurandosi che «le modalità nuove aperte nei rapporti con questi paesi portino i loro frutti».

COMMESSE MILIONARIE DA RIAD. Frutti che l'industria delle armi in realtà coltiva e coglie già da tempo. In 20 anni, fra il 1996 e il 2016, i Paesi mediorientali hanno speso più di un miliardo per armi e munizioni di fabbricazione italiana. E nel 2016 da Giordania e Arabia Saudita sono arrivate, rispettivamente, commesse per 52 e 40 milioni. Ordini in forte crescita soprattutto grazie alla tensione crescente fra la monarchia di Riad e l'Iran, le due potenze regionali impegnate dal marzo 2015 in una guerra per procura in Yemen e vicine allo scontro bellico anche in Libano.

«COLPITE POPOLAZIONI INERMI». A guadagnare dallo scontro fra sunniti e sciiti in Medio Oriente è soprattutto la Rwm Italia, sede in provincia di Brescia e fabbrica di bombe in Sardegna, a Domusnovas. L'azienda ha ottenuto dal governo l'autorizzazione a esportare armi per 489 milioni, larga parte delle quali destinate all'Arabia Saudita. Come sottolinea Giorgio Beretta, analista di Opal e autore del rapporto, «si tratta di bombe aeree che sono utilizzate dall’aeronautica militare saudita per effettuare bombardamenti in Yemen, anche sulle zone civili, in un conflitto che ha causato oltre 10 mila morti, più della metà dei quali tra la popolazione inerme».

L'utilizzo di ordigni di fabbricazione italiana da parte dell'aviazione saudita è poi confermato dal Rapporto finale del gruppo di esperti sullo Yemen, commissionato dall'Onu: dai documenti risulta l'impiego in due attacchi sulla capitale Sana'a di bombe inerti marchiate con il codice identificativo A4447, che contraddistingue proprio i prodotti della Rwm Italia. Questo, nonostante l'articolo 1 comma 6 della legge 185/1990 vieti l'esportazione e il transito di armamenti «verso i Paesi in stato di conflitto armato, in contrasto con i principi dell'articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite (che prevede il diritto di ciascun Paese alla legittima difesa in caso di attacco)».

EXPORT FANTASMA VERSO LA GIORDANIA. Le esportazione in Giordania sono poi un mistero. Nel 2016 sono partite dall'Italia verso il Paese mediorientale forniture per 52 milioni. Armi prodotte in larga parte nella provincia di Roma (49 milioni di fatturato): considerata l'entità degli ordini, secondo Beretta, non si tratta di pistole per uso civile, ma di armamenti militari venduti al governo di Amman. E proprio qui sta l'anomalia: il nostro esecutivo ha autorizzato esportazioni belliche verso la Giordania "solo" per 28 milioni, ben al di sotto dei 52 registrati dall'Istat. «Mancano all'appello 24 milioni», dice Beretta, chiedendosi «chi e quando ha autorizzato queste esportazioni e di che materiali si tratta?».

2. Usa: 40 milioni per pistole e rivoltelle made in Italy

Pistole e rivoltelle sono il fiore all'occhiello dei produttori nostrani. Nel 2016, infatti, la vendita delle armi leggere ha generato un ricavo superiore ai 76 milioni di euro, cifra record dal 1990. Una fornitura da 14 milioni ha preso la via dell'Iraq, presumibilmente per andare ad armare l'esercito e le forze dell'ordine locali impegnate nella lotta contro l'Isis.

IN AMERICA 93 OMICIDI AL GIORNO. Sono gli Stati Uniti, però, a farla ancora da padrone: con uno shopping da 40 milioni, contribuiscono da soli a circa metà dell'export di settore. Secondo l'Atf, l'agenzia governativa che monitora le importazioni di alcol, tabacco e armi, in un anno sul territorio americano sono arrivate quasi 193 mila pistole di fabbricazione italiana. E vale la pena di ricordare che negli Usa ci sono in media 12 mila omicidi con armi da fuoco all'anno, 93 al giorno.

ARMI DATE ANCHE AI DITTATORI. Fra i destinatari delle nostre esportazioni ci sono anche molti regimi repressivi. Armi per 37 milioni sono andate al Turkmenistan del dittatore Gurbanguly Berdimuhamedow. Il Paese si colloca agli ultimi posti nel Freedom Index per via del gran numero di prigionieri politici, del regolare utilizzo della tortura di Stato e della pressoché totale negazione dei diritti umani fondamentali.

AFFARI CON L'AUTORITARIA TURCHIA. Anche la Turchia del sempre più autoritario Erdogan ha avuto la sua parte: l'export verso Istanbul nel 2016 vale più di 40 milioni. Esportazioni, anche queste, che a rigor di norma sarebbero vietate: la legge 185/1990 vieta infatti la fornitura di armi a «Paesi i cui governi sono responsabili di gravi violazioni delle convenzioni internazionali in materia di diritti umani, accertate dai competenti organi delle Nazioni Unite, dell'Ue o del Consiglio d'Europa».

Da anni l'Italia rifornisce di fucili, pistole e munizioni la polizia egiziana. Si tratta degli stessi apparati di sicurezza accusati dell'omicidio di Giulio Regeni e di aver depistato le indagini sulla sua morte

Fra i regimi autoritari e repressivi armati dai produttori c'è anche - e sembra incredibile - l'Egitto di al-Sisi. Da alcuni anni a questa parte l'Italia rifornisce di fucili, pistole e munizioni la polizia egiziana. Si tratta degli stessi apparati di sicurezza accusati dell'omicidio di Giulio Regeni e di aver depistato le indagini sulla morte del giovane ricercatore triestino.

ALLA FACCIA DELLA CRISI DIPLOMATICA. Nonostante la crisi diplomatica con Roma, il Cairo ha importato in tre anni armi per 33 milioni (30 mila pistole nel 2014 e 3.661 fucili nel 2015). Un giro d'affari che, pur rallentando nel 2016, non si è interrotto: l'export nel 2016 è stato solo di un milione e mezzo di euro, ma in teoria avrebbe dovuto essere azzerato da tempo. Una decisione del Consiglio dell'Unione europea del 2013, infatti, impegnava gli Stati membri, Italia compresa, a «sospendere le licenze di esportazione in Egitto di ogni equipaggiamento utilizzabile per la repressione interna». Una raccomandazione che, sotto i colpi degli armaioli italiani, è rimasta lettera morta.

3. Province armate: più della metà dell'export da Brescia, La Spezia e Roma

Ma da dove arriva questa montagna di armi? La produzione di pistole, fucili e munizioni è concentrata in tre province: Brescia, La Spezia e Roma. A guidare la classifica è la città lombarda da cui parte un quarto dell'export nazionale, per un valore nel 2016 di quasi 326 milioni di euro, in crescita del 9,6% rispetto all'anno precedente.

RWM, MARCHIO CONOSCIUTO NEL MONDO. Merito soprattutto delle commesse ottenute dalla già citata Rwm Italia e della Beretta, marchio storico conosciuto in tutto il mondo. Non a caso ordini per 131 milioni di euro sono arrivati dagli Stati Uniti, dove le pistole e le rivoltelle bresciane sono molto apprezzate, anche sui set di Hollywood.

DALLA LIGURIA MERCE PER 209 MILIONI. Seguono più staccate le province di La Spezia e Roma, che contribuiscono all'export italiano rispettivamente per circa il 19 e il 12%. Nella cittadina ligure opera soprattutto l'Oto Melara, società assorbita a inizio 2016 da Leonardo (ex Finmeccanica). Nella capitale, invece, sono attive numerose industrie belliche che in un anno hanno venduto all'estero merce per un valore di 118 milioni. Significativi sono anche i dati di export di altre province italiane: Lecco (99 milioni nel 2016), Pesaro-Urbino (96), Livorno (75), Napoli (60), Cagliari (43), Bologna (26), Bergamo (23).

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