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28 Novembre Nov 2017 1600 28 novembre 2017

Fca negli Usa: tutti i guai di Marchionne

I modelli vecchi e il calo nelle immatricolazioni. Il difficile dialogo con Trump. I dubbi della Casa Bianca su un partner cinese. Così il Nord America diventa sempre più ingestibile per il manager italo-canadese.

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Dopo gli States e la Germania, per FiatChrysler il Dieselgate entra nel vivo (e si allarga) anche in Francia. Perché Parigi, come ha avvertito Le Monde, potrebbe presto comminare una maxi multa da 9,62 miliardi di euro per aver taroccato come altre case europee (Volkswagen, Psa, Renault) i test sui gas di scarico. Dal Lingotto hanno smentito la cosa - «Le accuse riportate dalla stampa sono prive di fondamento» - ma a ben guardare non è la Francia, e men che meno l’Europa, a preoccupare Sergio Marchionne, quanto gli Usa. Cioè quello che dovrebbe essere il mercato principale della casa italoamericana. A settembre Fca Us ha registrato un calo nelle immatricolazioni del 10% rispetto all’anno precedente, piazzando in quel mese 174 mila auto contro 192 mila. In America tutto il mercato rallenta, ma complice il prezzo contenuto della benzina reggono ancora i grandi Suv o le potenti Sedan. Non a caso, e guardando soltanto al marchio Jeep, vanno bene Jeep Grand Cherokee (+20%), Jeep Wrangler (+10%), la nuova Compass (+75%) o Renegade (+38%) e male Cherokee (-29%) e Patriot (-84%). Ma peggio vanno gli altri marchi del gruppo.

MODELLI VECCHI. Questo perché FiatChrysler deve registrare una certa freddezza verso la scelta di rilanciare il segmento premium con Maserati (Levante) o le Alfa (Giulia o Stelvio). Si contano poche migliaia di pezzi venduti per ognuno di questi modelli, che sconterebbero anche le tensioni tra la casa madre e i rivenditori, scontenti che Marchionne abbia cambiato idea sulla valorizzazione del marchio Fiat (ormai in caduta libera), sul quale gli stessi concessionari avevano investito non poco. Se non bastasse mancano al momento alternative per gli storici brand americani: Dodge, per esempio, con tre vetture molto potenti ha visto calare le immatricolazioni del 30% a settembre. E se in Chrysler l’auto più nuova è il minivan Pacifica (quello scelto anche da Google per la driverless car), tornando a Jeep Grand Cherokee, l’evergreeen di Detroit, avrebbe bisogno di un restyling più profondo, visto che è nata quando a Auburn Hills comandava Daimler. Troppo piccola per le strade Usa poi la Renegade, assemblata a Melfi.

Al di là dei rumor, tutte le trattative messe in piedi da Marchionne per diluire il gruppo in una realtà più grande non hanno portato risultati

Nelle scorse ore Marchionne e i suoi omologhi di General Motors e Ford (Mary Barra e Joe Hinrichs) sono stati ricevuti alla Casa Bianca per parlare con il vicepresidente Mike Pence delle ripercussioni che la cancellazione dell’accordo sul commercio nel Nafta potrebbe avere sull’industria dell’auto di Detroit. Non fosse altro perché le grandi case automobilistiche hanno continuato a progettare grandi investimenti tra Canada e Messico. Ma l’amministrazione americana non può ancora dare risposte ai costruttori, così come non ha sciolto le riserve sulle questioni che stanno più a cuore a Marchionne. Dall’inchiesta sul Dieselgate, dopo un accordo che riguarda solo i modelli del 2017 e non quelli precedenti, potrebbero davvero scaturire una serie di multe, come si mormora, del valore tra i 7 e i 9 miliardi? Una cifra che somma le sanzioni della California, quelle federali e i risarcimenti delle class action. E che cosa farà il campione del “buy american” Donald Trump se gli Agnelli cederanno il controllo della piccola di Detroit a imprenditori cinesi?

SINDROME CINESE. Il 31 dicembre 2018, data nella quale il manager dal pullover nero di cachemire dovrebbe lasciare Auburn Hills e il Lingotto. Soprattutto questa è la scadenza ultima per azzerare l’alto debito di Fca. Date dietro l’angolo. E Sergio Marchionne non ha ancora definito una strategia per risolvere queste due questioni. Al di là dei rumor, tutte le trattative messe in piedi dall’italo-canadese per diluire il gruppo in una realtà più grande non hanno portato risultati. Mary Barra, la “dirimpettaia” che guida Gm, ha smentito interesse per Chrysler. Dei concorrenti europei (a maggior ragione dopo la fusione Peugeot-Opel) nessuno guarda a Fca. Volkswagen traccheggia su un interesse per i marchi di lusso Alfa (in primis) e Maserati. Non restano quindi che due ipotesi. E portano tutte verso il Far East.

In America molto tifano per un intervento di Hyundai-Kia, che supererebbe i caveat politici di Trump. Ma secondo gli analisti è un matrimonio complesso, visto che i coreani hanno già insediamenti in Nord America. Altrimenti non resta che la Cina. Nell’ex Impero celeste - dove ogni anno si vendono quasi 30 milioni di macchine - Fca ha una joint venture con Gac. Ma l’accordo, che ha visto alcuni ritardi nel suo sviluppo, non sta portando i risultati sperati: nel 2016 le auto a marchio Fiat immatricolate sono state soltanto 13.048, quelle Jeep 133.391. Lo scorso luglio si era parlato di un’offerta da parte di Great Wall, ma a Torino molti guardano a Geely, il colosso cinese che dal 2010 ha rilanciato Volvo e che potrebbe anche mantenere le posizioni in Italia. Però anche su questo versante non ci sono certezze.

CANCELLARE IL DEBITO. I mercati sembrano credere a un nuovo miracolo del manager italo-canadese. Il titolo è quasi raddoppiato rispetto solo a tre anni. Per vendere Fca, il tutto sempre entro il 31 dicembre 2018, Marchionne deve azzerare il debito del gruppo, che anche per pagare i finanziamenti della Casa Bianca è oggi a 4,2 miliardi. Si dice che l’ultime tranche del bonus di Marchionne (circa 42 milioni di euro) sarebbero legate proprio all’azzeramento del pregresso. Ma come farà? La strada principale passa per lo spin off di Magneti Marelli, che dopo il successo di Ferrari potrebbe anche portare a una valorizzazione complessiva di 5 miliardi (una parte di questi soldi dovrebbe però essere girata alla controllante Exor), non ancora ufficializzato. Ma tra gli esperti di mercato c’è il timore che «questo insieme di cose (le difficoltà del mercato americano, la necessità riportare i conti in pareggio, l’assenza di nuovi modelli) spinga l’azienda a bloccare gli investimenti. È molto probabile che si chiuderà in positivo l’ultimo bilancio dell’era Marchionne, il quale lascerà a chi verrà dopo di lui (il nuovo acquirente o, in mancanza di questo, gli Elkann-Agnelli) il problema di riposizionare tutto il gruppo. Proprio come avvenne nel 1998, quando Cesare Romiti firmò il suo ultimo bilancio».

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