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29 Novembre Nov 2017 1300 29 novembre 2017

Vertice Ue-Africa, le sfide dell'Europa nel Continente nero

Finora i piani dell'Unione si sono rivelati sterili. Oltre che incapaci di frenare l'ascesa cinese. Adesso vengono stanziati 44 miliardi. Ma senza visione rischiano di non fare la differenza. Ecco i punti chiave.

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Il futuro dell'Europa si gioca in Africa, ha affermato il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni, impegnato in una missione che lo ha portato prima in Tunisia, poi in Angola e in Ghana, e si conclude ad Abidjan, capitale della Costa d'Avorio, per un importante vertice europeo-africano. Per l'occasione le strade di Abidjan sono state ripulite dai venditori ambulanti e dalla sporcizia. Sono attesi 83 capi di Stato e di governo provenienti da tutti i Paesi dell'Unione europea e dalle 54 nazioni africane partecipanti. Diecimila persone accreditate e costi non da poco: si parla di 20 milioni di euro, la metà dei quali dovranno essere pagati dal Paese ospitante. Per due giorni di vertice.

MACRON FA LE COSE IN GRANDE. In Angola, Gentiloni era accompagnato dall'amministratore delegato di Eni Claudio Descalzi, che ha firmato due importanti accordi con Sonangol, l'industria di Stato locale. D'altra parte, come ha detto lo stesso presidente del Consiglio, l'Italia ha un interscambio con l'Africa di 34 miliardi di euro e ha investito lo scorso anno, da sola, oltre 12 miliardi. Eppure è bassa l'attenzione mediatica sul suo viaggio, se comparata ad altri Paesi europei: per esempio il presidente francese Emmanuel Macron farà precedere il suo arrivo ad Abidjan da una lezione davanti agli studenti dell'università di Ouagadougou, la capitale del Burkina Faso. Subito dopo, alla fine del vertice, ha già promesso una intervista in diretta a Radio France International che sarà trasmessa nella serata di giovedì anche dalla emittente tivù all news France 24.

Il vertice Unione Africana-Unione Europea di Abidjan arriva a dieci anni da quello di Lisbona, nel 2007, quando fu adottata la “strategia comune Africa Ue” che, nel linguaggio un po' burocratico delle istituzioni comunitarie, si traduce in una serie di piani triennali, a loro volta elenchi di buone intenzioni e propositi. Il piano del triennio 2014-2017, deciso nel quarto vertice Ua-Ue, che si tenne a Bruxelles, prevedeva per esempio l'impegno a investire in pace e sicurezza, in sviluppo umano, in democrazia e diritti umani, in sviluppo e crescita sostenibile. Niente di molto diverso da quello che ci si propone per il prossimo triennio, tanto che persino i titoli sono più o meno gli stessi: pace e sicurezza, governance, investimenti e commercio, sviluppo di competenze. Stavolta però c'è qualche tema in più: le migrazioni, la mobilità e la creazione di posti di lavoro. E i giovani.

UN PIANO DA 44 MILIARDI. A preparare il vertice politico, un business forum con giovani imprenditori e imprenditrici dei due continenti. L'Europa si presenta con un piano di investimenti – il corrispondende extra Ue del famoso piano Juncker, come lo ha definito il direttore generale dell'ufficio Sviluppo e Cooperazione della Comunità Europea, l'italiano Stefano Manservisi, dal 27 novembre ad Abidjan – da 44 miliardi di euro fino al 2020. Si tratta di leverage, beninteso, ovvero di capitali privati che si stima di muovere. I giovani imprenditori in questa giornata di lavori probabilmente punteranno a presentare proposte di investimento per accaparrarsi una dote di circa 3,4 miliardi di euro di fondi stanziati. Ma è una cifra sufficiente per ipotizzare di cambiare davvero il futuro dell'Europa, come auspica Gentiloni?

LA SFIDA DELLA CINA. Mentre i ministri e i capi di Stato europei si incontreranno in Costa d'Avorio, a Marrakech oltre 400 decision maker e uomini d'affari africani e cinesi si incontreranno nel China-Africa Investment Forum. La Cina, secondo l'African Development Bank, continua a investire in Africa somme molto superiori a quelle previste da Europa e Nord America che anzi, secondo l'ultimo Outlook della Afd, sono in calo. Gli impegni cinesi sono di 60 miliardi di dollari, molto di più di quel che i piani triennali europei possono mettere in campo. E i cinesi cominciano ad essere anche accettati dagli africani: i sondaggi disponibili – utilissimi i dati di Afrobarometer, un network panafricano che ha quasi vent'anni di esperienza sul campo - dimostrano che il modello di investimento di Pechino inizia a essere apprezzato e popolare, più di quello dell'Europa, che poi nel sondaggio neppure appare se non alla voce “ex potenze coloniali”. E tuttavia l'Ue è pur sempre il partner principale dell'Africa, senza contare che il 36% delle rimesse dirette nel Continente nero arrivano dalle varie diaspore presenti nell’Unione.

In Europa si parla di piano Marshall per l'Africa. Lo ha fatto il presidente del Parlamento europeo Antonio Tajani annunciando proprio il summit di Abidjan. C'è da dire che un piano Marshall per l'Africa è stato già lanciato qualche mese fa. Dalla Germania. Si tratta di un piano basato sulla constatazione che tra 30 anni l'Africa raddoppierà la popolazione e che centinaia di milioni di giovani avranno bisogno di lavorare e di mangiare. Oggi più di 200 milioni di persone nell'Africa sub-sahariana sono malnutrite. Se non vogliamo che vengano in Europa serviranno almeno 15 milioni di nuovi posti di lavoro ogni anno, da subito. E oggi solo 3 milioni di nuovi posti di lavoro vengono creati in Africa. Servirà farlo nell'agricoltura, che in Africa ancora stenta a decollare, visto che ancora oggi importa cibo per oltre 30 miliardi di dollari, ma nelle grandi aree urbane, nelle infrastruttre, nella digitalizzazione e nelle comunicazioni. È quello che si sta cercando di fare ad Abidjan: dal forum che ha preceduto il summit Unione Europea-Unione Africana, il 27 novembre, è nata per esempio una piattaforma unica che consentirà a 135 giovani imprenditori con le loro startup dai due continenti di incrociare domanda e offerta e di interagire con governi e aziende di più grandi dimensioni.

IL CASO DEL TRUST FUND. In ogni caso il senso di questi piani è quello di utilizzare le risorse stanziate nel passato come fondi destinati al “continente povero”, per affrontare l'emergenza dell'Africa affamata, e destinarle invece a progetti a lungo termine, il più possibile precisi e finalizzati alla creazione di posti di lavoro. Ma non sempre l'obiettivo si raggiunge: un esempio di fondi stanziati e poi dispersi in obiettivi di scarsa prospettiva è il Trust Fund per l'Africa, lanciato al termine di un vertice che l'Ue fece a Malta nel 2015 che mirava – ambiziosamente – ad affrontare alla radice le cause delle migrazioni che in quei mesi preoccupavano i governi europei. I fondi – 3,2 miliardi di euro garantiti dal Fondo europeo per lo sviluppo e in piccola parte dagli Stati membri - dovevano servire a creare occupazione e a sostenere piccole e medie imprese. Come nota invece un paper dell'Ispi, i progetti approvati fino ad oggi – 117 per un totale di quasi 2 miliardi di euro – sono stati soprattutto legati ad obiettivi “securitari” come il controllo delle frontiere per la gestione del fenomeno migratorio. Il vero passo in avanti dal vertice della Costa d'Avorio sarebbe quello di vedere crescere startup, magari anche un po' meno “local” di quella pubblicizzata dal vicepresidente della Commissione europea Andrus Ansip, che si è fatto fotografare con le rappresentanti della "startup più dolce" del vertice.

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