SCHAUBEL
6 Dicembre Dic 2017 1126 06 dicembre 2017

Riforma dell'Eurozona: le proposte della Commissione Ue

Un fondo monetario europeo, un ministro delle Finanze comunitario, una linea di bilancio per investimenti e riforme. Così la squadra di Juncker vuole cambiare volto all'Area euro.

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da Bruxelles

Sulla carta è uno dei progetti più ambiziosi della Commissione di Jean-Claude Juncker: la riforma dell'Eurozona e dell'Unione monetaria. Dopo le proposte di Emmanuel Macron, il non paper uscito dalle stanze del ministero delle Finanze tedesco, il 6 dicembre sono state presentate le proposte ufficiali del braccio esecutivo dell'Ue su cui dovranno confrontarsi europarlamento e soprattutto Consiglio per arrivare a una decisione a giugno 2018.

LE PROPOSTE DEL PACCHETTO. Il pacchetto della Commissione è molto ampio anche se certamente poco ambizioso dal punto di vista della capacità di bilancio. Le proposte vanno dalla creazione dell'ormai noto Fondo monetario europeo al completamento dell'Unione bancaria, dalla nascita di una linea del bilancio europeo dedicata a investimenti ma condizionata allo stato dei conti pubblici, programmi di riforme strutturali e aiuto ai Paesi che vogliono entrare nella moneta unica fino a un ministro delle Finanze europeo e all'integrazione del Fiscal Compact nel diritto Ue.

CRITICHE BIPARTISAN. Un alto funzionario europeo ha spiegato che le proposte sono state criticate da Paesi posizionati agli estremi del dibattito economico. I nomi non li ha fatti, ma si può intuire che Italia e Francia siano da una parte e Germania e Olanda dall'altra. Segno, secondo fonti Ue, che si è lavorato bene. Il pacchetto non include per esempio la proposta dei falchi tedeschi di un meccanismo di risoluzione per gli Stati, aumenta il potere del parlamento europeo nei confronti dell'Eurogruppo, propone di sottrarre l'Esm, destinato a diventare un fondo monetario europeo, al sistema intergovernativo.

NUOVO FONDO, STESSA GOVERNANCE. E contemporaneamente però ne mantiene la governance, propone per la prima volta un meccanismo di garanzia per gli investimenti condizionandolo però al rispetto delle regole sui conti pubblici. Per la prima volta, secondo documenti di di lavoro di Bruxelles visionate da Lettera43.it, compare anche l'ipotesi di normare la quantitità di titoli di Stato nei bilanci degli istituti di credito. Ecco una per una le proposte sul piatto.

Se non agiamo ora. Serve strategia Ue

ANSA

1. Esm, nuovo fondo ma stessa governance

La trasformazione dell'European stability mechanism in un fondo monetario europeo era annunciata. Il problema, al di là dell'etichetta, è individuarne le funzioni. Le ipotesi finora sono diverse. La proposta della Commissione prevede esplicitamente solo che il fondo sia utilizzato come backstop per il fondo unico di risoluzione bancaria. Ma in realtà il fondo potrebbe anche giocare un ruolo in tutte i nuovi strumenti economici proposti dalla Commissione. Poi bisognerà deciderne la natura istituzionale. Oggi l'Esm è meramente un sistema intergovernativo e alcune delle sue decisioni per statuto, sono prese a maggioranza in base al numero di titoli detenuti dai vari soci. Alcuni Paesi come la Germania puntavano ad affidare al nuovo fondo il controllo sui bilanci degli Stati, sottraendolo all'esecutivo Ue considerato troppo flessibile.

POTERE DI VETO A GERMANIA, FRANCIA E ITALIA. L'esecutivo propone di trasformarlo in un organo comunitario ma di far votare con la maggioranza dell'85% anche quelle scelte che oggi sono prese all'unanimità. «Ne manteniamo capitale e governance», ha sintetizzato il commissario per gli Affari economici Pierre Moscovici, «ma trasformandolo in un organo comunitario ne aumentiamo la responsabilizzazione». Questo però significa anche che solo la Germania con il 27%, la Francia con il 20% e l'Italia con quasi il 18% del capitale avrebbero diritto di veto per bloccare programmi di aiuti e forse nel futuro anche la garanzia per gli investimenti. E le quote di capitale ovviamente potrebbero cambiare, diluendo per esempio quella italiana, nel momento in cui aderissero altri Stati: oggi sono solo 17.
Il vicepresidente della Commissione, Valdis Dombrovskis, ha spiegato: «Vogliamo estendere il modello attuale di governance, l'Esm avrà uno status unico ma comunitario». Secondo diversi osservatori il sistema darebbe troppo potere di blocco alla Germania, mentre altri la considerano una soluzione pensata per evitare il veto dei Paesi più piccoli.

2. Un ministro comune per dare più potere al parlamento

Nel suo discorso sull'Unione Juncker lo aveva annunciato: un ministro delle finanze, che sia anche vicepresidente della Commissione, e presidente dell'Eurogruppo sul modello del ruolo dell'Alto rappresentante degli Affari Esteri, Federica Mogherini. Secondo i critici la nuova figura rischia di deludere coloro che pensano a un ministro con ampi poteri. In ogni caso non lo sarà, nel senso che non avrà la forza, anche solo dal punto fiscale, di questo incarico. Eppure il disegno della Commissione è chiaro: intanto facciamo nascere il ruolo, poi le sue competenze potranno essere implementate. La questione per palazzo Berlaymont è considerata centrale: assicurerebbe alla Commissione il controllo dei bilanci, mentre c'è chi, in contrasto con la linea di flessibilità dell'esecutivo Ue, la vorrebbe affidare all'Esm. Inoltre servirebbe a riempire quel deficit democratico evidente che ha sempre accompagnato le decisioni dei Paesi Ue sull'area euro. L'Eurogruppo, la vera stanza dei bottoni della questione greca, è paradossalmente ancora un organo informale e l'unico i cui dibattiti non sono tracciati nei documenti (non ne esistono insomma le minute). La Commissione propone anche l'istituzionalizzazione del dialogo con il parlamento europeo sui dossier dell'Area euro e un controllo dell'assemblea di Strasburgo sul ministro e presidente dell'Eurogruppo. Una vera svolta. La proposta tuttavia è a livello di comunicazione, insomma nessun documento legislativo e, secondo quanto si apprende a Bruxelles, il Consiglio sarebbe molto freddo sul dossier.

Pierre Moscovici.

ANSA

3. Il Fiscal Compact diventerà direttiva Ue

Il tema è molto dibattuto in Italia, anche in modo irrealistico visto che le stesse regole sono di fatto previste nei regolamenti six pack e two pack che il governo Berlusconi ha negoziato in Ue. Eppure gli oppositori, come Roberto Gualtieri capo della commissione Affari economici dell'Europarlamento, sostengono che l'inserimento dei trattati darebbe alle norme uno status ben differente. Il Pd, attualmente al governo, era pronto a mettere il veto, ma la Commissione ha deciso di integrare il Fiscal compact nel diritto Ue tramite una direttiva. E quindi nessuna possibilità di bloccare la decisione, ma nemmeno lo status che l'Italia temeva.

4. Strumenti per sostenere riforme, investimenti e i Paesi che vogliono entrare nell'euro

La nuova linea di bilancio dell'Eurozona, come pensata dall'esecutivo Ue, riguarda Paesi dentro e fuori dall'euro. La Commissione valuta tre nuovi meccanismi finanziari. Il primo è un sistema di finanziamenti e prestiti per supportare gli Stati membri nelle riforme strutturali: sarebbero i governi stessi a condurre il processo, ma nel caso in cui si tratti di Paesi che non rispettano le regole di bilancio allora il meccanismo diventerebbe automatico. Ad oggi la proposta prevede una capacità di spesa totalmente insufficiente: solo 140 milioni di euro.
Il secondo è un sistema di prestiti dedicato ai Paesi che vogliono raggiungere l'euro; il terzo è la cosidetta funzione di stabilizzazione: un mix di finanziamenti e prestiti per garantire gli investimenti nel caso uno Stato o un gruppo di Stati venga colpito da uno choc assimetrico. «Questo», ha specificato Moscovici, «non causerà trasferimenti tra Paesi dell'area euro. E sarà disponibile solo se gli stati rispetteranno una serie di condizioni in particolare sui conti pubblici». Sul piatto c'erano anche altre opzioni, tra cui la proposta italiana di un sistema di assicurazione europea contro la disoccupazione.

La sede della Commissione Ue.

5. Unione bancaria: primo punto della roadmap

Che sull'Unione bancaria sia passata la linea tedesca, cioè prima la riduzione dei rischi e poi la condivisione, nessuno vuole ammetterlo. La Commissione continua a ripetere che le due cose devono andare «mano nella mano». La proposta presentata dall'esecutivo europeo per vincere le resistenze dei Paesi del Nord e arrivare finalmente a completare l'Unione bancaria prevede una vera garanzia dei depositi - su cui gli Stati si erano accordati nel 2013 - solo quando sarà ridotto il bagaglio dei crediti deteriorati in pancia alle banche. Tecnicamente la proposta prevede anche l'esame degli asset di terzo livello, cioè la montagna di derivati e titoli illiquidi nei bilanci dei grandi istituti. Ma come fanno notare molti economisti, compreso Andrea Resti, ex consulente dell'autorità bancaria europea, i rischi di questi titoli sono calcolati con modelli interni a ogni istituto ed è molto difficile che la Bce possa quantificarli. La Commissione prevede che il pacchetto venga approvato a metà del 2018 e che possa diventare operativo nel 2019. Ma mentre l'11 ottobre la Commissione ipotizzava per il 2019 il lancio di un sistema di cartolarizzazione dei titoli di debito sovrano, le cosiddette sovereign bond security, che dovrebbero servire ad attenuare la spirale tra titoli di Stato e sistema bancario di un determinato Paese, in alcuni documenti che Lettera43.it ha visionato spunta anche l'ipotesi di imporre al sistema bancario delle norme ad hoc. Le due iniziative, che sono solo allo studio, sarebbero dunque appaiate e sempre secondo le ipotesi interne potrebbero essere lanciate solo dopo il 2019. Quando, peraltro, la Bce avrà altro presidente.

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