Acea vede Ebitda a 1,1 mld al 2022
8 Dicembre Dic 2017 1800 08 dicembre 2017

Acea, il piano industriale e le critiche di Fondazione Finanza Etica

Gli investimenti aumentano. Ma il piccolo azionista non si accontenta. E punta il dito contro la mancata separazione dalla controllata Acea Ato 2, che riceve in prestito (con interessi) i soldi che ha guadagnato.

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Il 28 novembre scorso il Consiglio di amministrazione di Acea ha annunciato l'approvazione del piano industriale per il periodo 2018-22. Il giorno dopo il titolo in Borsa ha festeggiato l'annuncio: una azione valeva 15,5 euro il 28 e balzava a quasi 17 euro in chiusura di giornata il 29. La ragione di questo entusiasmo è in due cifre fornite dall'amministratore delegato Stefano Donnarumma: 3 miliardi di euro in investimenti infrastrutturali e 700 milioni di euro di dividendi distribuibili nell'arco del piano, con un pay out sempre superiore al 50%. Acea è l'azienda che pochi mesi fa, in piena estate, ha rischiato di chiudere l'acqua a Roma. Tramite la controllata Acea Ato 2 (Ato sta per ambito territoriale e 2 è quello che comprene anche Roma), gestisce infatti il servizio idrico della capitale.

SCARSI INVESTIMENTI IN MANUTENZIONE. Per comprendere meglio il piano industriale di Acea, Lettera43.it s'è rivolta a Mauro Meggiolaro, responsabile shareholder engagement di Fondazione Finanza Etica, che lo scorso 27 aprile ha partecipato per la prima volta a una assemblea degli azionisti di Acea. «La Fondazione ha scelto da una decina d'anni questa strada: comprare poche azioni, una quota simbolica, di società italiane quotate in Borsa per poter avere la possibilità di intervenire come “azionisti critici” in assemblea», dice Meggiolaro. «Nel 2017 abbiamo deciso per la prima volta di intervenire - insieme ai Movimenti per l’Acqua Bene Comune - all’assemblea di Acea SpA perché era evidente che la situazione stava diventando preoccupante». Dunque ad aprile, prima che la crisi idrica gettasse nel panico cittadini e istituzioni romane, la Fondazione segnalò agli amministratori Acea che nei bilanci del periodo 2012-15 non c'erano gli investimenti promessi in manutenzione delle condotte idriche e fognarie. Come scoperto in agosto, infatti, le perdite della rete idrica romana erano pari al 40%. Perché non venivano fatti investimenti sulla rete, più che per la siccità. Nonostante la decisione annunciata di distribuire un po' meno utili.

Tuttavia Meggiolaro non entra nel merito della scelta di distribuire dividendi. Ricorda infatti che «il 51% di Acea è del Comune (gli altri soci sono la famiglia Caltagirone e il gruppo Suez, nda), e gli utili sono benedetti dalle casse del Campidoglio. E poi si tratta di una società per azioni, è importante anche che distribuisca dividendi». Quello su cui Meggiolaro insiste è l'assetto societario e la fonte degli utili di Acea: «Nel triennio 2012-15, mentre Acea tagliava le risorse destinate alla manutenzione della rete, gli utili di Acea Ato 2 sono progressivamente aumentati: dai 48,37 milioni di euro di fine 2011 ai 70,70 milioni di euro del 2015. Visto che si tratta di un business completamente regolamentato, l'aumento dei ricavi e degli utili si spiega quasi esclusivamente con un aumento del costo dell'acqua in bolletta per i cittadini». Un aumento che «non è stato però accompagnato dagli investimenti promessi e ha quindi inciso positivamente solo sui profitti dell'impresa e dei suoi azionisti. In quella assemblea di aprile noi chiedevamo conto di mancati investimenti per 375 milioni di euro».

GLI UTILI VENGONO DALL'ACQUA. E anche in futuro andrà così. Basta leggere il piano industriale appena presentato per vedere come sia lampante un dato, d'altra parte ammesso tranquillamente anche da Acea: l'Ebitda, ovvero il margine operativo lordo, cresce in particolare grazie alle dinamiche tariffarie nei settori regolati, cioé soprattutto nel settore idrico. «Vede quella voce 'effetto tariffe'? Aggiunga il 'premio qualità commerciale' e capisce che una quota altissima del margine operativo lordo dipende dalle tariffe del mercato regolamentato», spiega Meggiolaro. Una buona parte degli utili di Acea vengono dall'acqua, insomma. Stavolta però Acea, a differenza del passato, promette consistenti investimenti nella rete idrica. Si tratta di un piano da 1,6 miliardi di euro «focalizzato sulla resilienza delle infrastrutture e sul potenziamento degli impianti di depurazione», si legge. Si promette un piano straordinario di bonifica su oltre 800 chilometri di rete idrica e fognaria, di riduzione delle perdite di 15 punti percentuali, di realizzazione di una quarantina di impianti minori di depurazione, di potenziamento dell'acquedotto del Peschiera. «È un piano ambizioso che salutiamo favorevolmente e che naturalmente monitoreremo con attenzione», risponde Meggiolaro.

IL PLAUSO DI RAGGI. Quello che sta ancora più a cuore alla Fondazione Finanza Etica, però, è altro: il nodo della separazione di Acea Ato 2 da Acea. Anche sulla base di una considerazione: gli utili che Acea Ato 2 produce grazie al settore idrico, «ottenuti con aumenti tariffari», non tornano ad Acea Ato 2 nella forma di investimenti ma come «crediti, su cui la controllata Acea Ato 2 paga ad Acea interessi di mercato». Vuol dire che Acea presta a interesse ad Acea Ato 2 i soldi che quest'ultima ha guadagnato? «Proprio così», spiega Meggiolaro. «Questo, pagare interessi sui propri utili, a me sembra una vera perversione su cui nessuno ci dà spiegazioni. Pochi giorni fa abbiamo incontrato il presidente Lanzalone e ancora non abbiamo una risposta chiara. Perché non lasciare nelle case di Acea Ato 2 quei denari?». La Fondazione Finanza Etica, come i movimenti che “rappresenta” in assemblea dei soci Acea, chiede da tempo la “ripubblicizzazione” di Acea Ato 2, e lo chiede soprattutto al Comune. L'azionista di maggioranza per ora però apprezza il «cambio di rotta rispetto al passato» mostrato nel piano industriale e – per bocca della sindaca Virginia Raggi – apprezza talmente i «risultati ottenuti dalla nuova governance» da elencare le migliaia di chilometri di tubature «passate al setaccio». Nessun cenno alla «perversione» di cui parla Meggiolaro. Che probabilmente rimarrà tale almeno fino al prossimo piano industriale.

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