SCIOPERO
22 Dicembre Dic 2017 1004 22 dicembre 2017

Lavoro, l'Ue propone diritti minimi per tutti: il no delle imprese

La Commissione presenta più tutele per gli on demand, i precari e gli atipici. Compreso un limite al periodo di prova. Eppure la Confindustria europea si oppone persino alla definizione comune di lavoratore. Ecco i punti bocciati.

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da Bruxelles

Abbiamo un mercato interno dell'Unione europea dal 1992, una moneta unica dal 2002, ma nessuna definizione comune dell'attività umana per eccellenza: il lavoro. Nella mancanza surreale di una legislazione unitaria, finora hanno fatto fede le sentenze della Corte di giustizia Ue a cui negli anni si è appellato soprattutto il nuovo esercito dei lavoratori atipici. Almeno finora, perché il 21 dicembre la Commissione europea ha finalmente proposto una definizione univoca e diritti di base minimi da applicarsi anche a chi finora dai diritti era stato escluso, un patchwork di condizioni esistenziali e di sigle differenti: lavoratori domestici, intermittenti, on demand, con voucher, lavoratori delle piattaforme online, tirocinanti e apprendisti.

IL MURO DELLE IMPRESE. Di fronte a un tale moltiplicarsi delle forme del lavoro, la Commissione ha presentato una proposta di direttiva «per la trasparenza e la chiarezza delle condizioni di lavoro» che rivede e allarga le norme esistenti, proponendo tra l'altro un limite al periodo di prova - fissato a sei mesi - e la necessaria definizione di «lavoratore». Le parti sociali, cioè le organizzazioni dei sindacati e delle imprese europee, non sono nemmeno riuscite ad avviare un dialogo sul dossier e alla fine alla presentazione della proposta le divergenze sono rimaste. «Ci opponiamo fortemente a una definizione europea di lavoratore», è la replica durissima di Business Europe, il corrispettivo della Confidustria europea, «includere diritti minimi per lavoratori con forme differenti di impiego è inaccettabile per le imprese».

La direttiva si limita a chiedere alcune garanzie e in particolare che tutti vengano adeguatamente informati sul loro rapporto di lavoro. Sono esclusi i liberi professionisti, i lavoratori autonomi - aspetto assai criticato dai sindacati - e quei contratti che prevedono meno di otto ore di impiego in un mese. Gli atipici invece sono inclusi, anzi si potrebbe dire che sono il vero obiettivo della proposta. Il motivo è semplice e sta nei numeri. Nel 2016, secondo i dati della Commissione europea, un quarto di tutti i contratti di lavoro era atipico, come sono atipici metà dei posti di lavoro creati nell’Unione negli ultimi 10 anni.

TRA NON STANDARD E PART TIME IMPOSTI. Dei 5 milioni di nuovi posti creati dal 2014, per esempio, 1 milione sono impieghi non standard. Nel 2016 quasi un terzo dei contratti part time (il 28%) erano involontari, come dire imposti dal datore di lavoro. Solo i lavoratori on demand e intermittenti sono oggi tra i 4 e i 6 milioni. Non solo: molti ricevono poche informazioni sulle tempistiche e la durata del loro rapporto di lavoro. Un milione circa sono soggetti a clausole di esclusiva e quindi non possono nemmeno cercare un impiego complementare. La stragrande maggioranza di questa larga platea è destinata a rimanere esattamente dove è: solo uno su quattro alla fine riesce a ottenere un posto a tempo indeterminato. Cosa propone dunque per loro Bruxelles?

Primo: una banalissima definizione comune. «Lavoratore», si legge nel testo della direttiva, «significa una persona fisica che per un certo periodo di tempo svolge servizi a favore e sotto la direzione di un’altra persona in cambio di un compenso». Secondo: il lavoratore al massimo nel primo giorno di attività - invece che entro gli attuali due mesi - deve ricevere per iscritto tutte le informazioni utili per inquadrare la sua situazione. E non solo durata del contratto, mansioni, orario, salario, ferie, liquidazione come previsto finora dalla direttiva sulla dichiarazione scritta su cui si basa la proposta Ue, ma anche le informazioni sugli straordinari e su quanto verranno pagati, sulla formazione, sui turni e i tempi di lavoro, in particolare per chi è impiegato da piattaforme on demand o sottoposto a variazioni di orario e turni particolarmente flessibili.

LIMITE AL PERIODO DI PROVA E TURNI CHIARI. Terzo: si prevede un limite al periodo di prova di sei mesi. A meno che non si tratti di posizioni molto elevate, per esempio un manager, o di casi particolari, per esempio quello di un lavoratore lungamente malato che ha bisogno di estendere il periodo di formazione a causa di un’assenza prolungata. Quarto: il datore di lavoro non può imporre al lavoratore una clausola di esclusiva. Nelle ore libere dal contratto, a meno che non ci siano problemi di conflitto di interesse o possibilità di rivelare segreti aziendali, ognuno è libero di lavorare per chi vuole. Quinto: i lavoratori che hanno orari di lavoro variabili, che sono impiegati nella gig economy o con i cosiddetti contratti a zero ore, ai limiti dell'universo della cosiddetta flessibilità, devono essere avvertiti per tempo dei turni e dei giorni liberi. La direttiva prevede che il datore di lavoro fissi un ragionevole periodo di tempo entro il quale può essere richiesta la loro attività. Se i tempi non vengono rispettati, il lavoratore può accettare o meno la richiesta, senza subirne le conseguenze.

IL DIRITTO A UN LAVORO PIÙ STABILE. Sesto: i lavoratori atipici o part time hanno il diritto di chiedere il passaggio a un contratto di lavoro più stabile. E il datore di lavoro è obbligato a rispondere per iscritto ed entro un mese nel caso delle grandi aziende, entro due nel caso delle piccole e medie. Settimo: per tutti vale il diritto alla formazione gratuita se necessaria per eseguire l’attività lavorativa. In particolare nel rispetto degli accordi di contrattazione collettiva e le leggi nazionali. Si aggiunge anche che chi venisse licenziato a causa di queste nuove regole deve essere protetto da un licenziamento per ingiusta causa.

Il proposito dichiarato dall'esecutivo europeo è avere un livello base di protezione universale per «le forme contrattuali esistenti e quelle future», una cornice legale adattabile dunque alle nuove forme di impiego e a quelle che verranno. «Le imprese», scrive la Commissione, «potrebbero perdere in flessibilità, ma guadagnerebbero in certezza legale e da una più motivata e produttiva forza lavoro. E la società nel suo complesso guadagna da tassazione e contributi sociali». Peccato che quasi nessuna delle associazioni industriali dei 28 Paesi membri sia d'accordo con l'inserimento delle nuove tutele. «Con eccezioni assai limitate», spiegano da Bruxelles, «le organizzazioni dei datori di lavoro si sono opposte all’inclusione di diritti minimi. E per questo non hanno nemmeno voluto esprimere un’opinione specifica» sul punto. Il comunicato diffuso da Business Europe, l’organizzazione delle Confindustrie europee, parla da solo. Gli imprenditori sostengono che le nuove regole danneggerebbero quello che chiamano «il buon funzionamento dei mercati del lavoro» e che aggiungerebbero «oneri alle imprese».

LE IMPRESE DICONO NO A OGNI DEFINIZIONE. La resistenza più forte è sul punto apparentemente più banale: «Ci opponiamo fermamente alla proposta di includere una definizione europea della nozione di "lavoratore" nella direttiva. Questa definizione dovrebbe rimanere di competenza nazionale. Nessuna definizione europea può riflettere la grande diversità di situazioni che le definizioni nazionali affrontano e limiterebbe la capacità di adeguare tali definizioni nazionali a circostanze mutevoli. Oltre a essere una fonte di rigidità, una definizione europea contenuta in questa direttiva creerebbe anche un rischio reale di incertezza giuridica per le imprese e i lavoratori, poiché sarebbe inevitabilmente in coesistenza con varie definizioni nazionali, portando a conflitti di norme tra l'Ue e i livelli nazionali». E si oppongono anche all'ampliamento della platea dei tutelati o semplicemente delle tutele: «Includere i diritti minimi per i lavoratori in diverse forme di occupazione, che non rispettano la natura di questa direttiva, è inaccettabile per le imprese. Per esempio, l'Ue non dovrebbe fissare una durata massima di un periodo di prova».

I SINDACATI SI ASPETTAVANO DI PIÙ. Al contrario la confederazione dei sindacati europei, l’Etuc, ha apprezzato molte proposte. Ma chiedevano di allargare lo spettro dei diritti minimi, includendo anche il tema del salario, criteri più stretti e sanzioni, mentre la direttiva prevede che in mancanza di comunicazione scritta del datore di lavoro, venga data interpretazione più favorevole al lavoratore o intervenga una autorità amministrativa. Soprattutto secondo loro la proposta non fa nulla per proteggere dalla precarietà. «Accogliamo alcuni importanti miglioramenti», scrivono le organizzazioni sindacali, ma non è la proposta game-changer che i sindacati si aspettavano». E pensare che in questo fantasma di lotta di classe che si allunga tra i palazzi di Bruxelles, per gli imprenditori già parlare di "lavoratore europeo" è un affronto.

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