Ethereum
23 Dicembre Dic 2017 1900 23 dicembre 2017

Oltre Bitcoin: Ethereum, la moneta digitale che piace alle banche

All'ombra della creatura di Nakamoto, un'altra cripto-valuta (meno anarchica) ha aumentato il suo valore di 100 volte in un anno. Jp Morgan e Microsoft puntano sul suo successo. Ma l'affidabilità resta un'incognita.

  • Francesco Bertolino
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Le scommesse su Bitcoin sono aperte: l’11 dicembre al Chicago Board Options Exchange sono sbarcati i primi future. Gli investitori acquistano moneta digitale a un prezzo stabilito, ma ne entrano in possesso solo in un secondo momento, speculando sulla sua volatilità. Il lancio ha gonfiato ancora il prezzo della cripto-valuta passata nel giro di un anno da 780 a quasi 18 mila mila dollari. Poi sono cominciate le montagne russe: a metà dicembre un bitcoin aveva un valore 21 volte superiore a quello di dicembre 2016, prima di crollare, venerdì 22, e perdere il 40% per poi tornare di nuovo a quota 15 mila dollari il 23 dicembre.

LA CORSA DI ETHEREUM. Nel frattempo, un’altra moneta digitale sta prendendo piede all’ombra del Bitcoin. Si chiama Ethereum (Eth) e in 12 mesi il suo valore è cresciuto addirittura di 100 volte, passando da circa 8 a più di 800 dollari. Con la sorella maggiore questa cripto-valuta condivide la tecnologia portante, la blockchain, sistema che consente di effettuare in modo sicuro e immodificabile transazioni fra persone che non si conoscono e/o non si fidano l’una dell’altra.

BANCHE E COLOSSI TECH CORRONO AI RIPARI. Rispetto al Bitcoin, però, Ethereum è più flessibile e, soprattutto, meno anarchica. Non è un caso che 30 banche e grandi colossi tech – fra cui Jp Morgan (ricordate il suo Ceo, Jamie Dimon, definire Bitcoin «una frode»?), Santander, Ubs, Microsoft e Intel – si siano riuniti in un consorzio (l’Enterprise Ethereum Alliance) per studiare come sfruttare la rivoluzione cripto-monetaria senza venirne travolti. Riuscirà Ethereum a fare del Bitcoin un vecchio conio?

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1. L'inventore: un programmatore di 23 anni con la passione per i Bitcoin

Le due monete si differenziano sin dalla loro invenzione. Dietro il Bitcoin c’è il misterioso Satoshi Nakamoto: nessuno sa chi sia e dal 2011 di lui non si hanno più notizie, neanche in Rete. Dell’inventore di Ethereum, invece, si sa tutto o quasi. Vitalik Buterin è un programmatore russo-canadese di 23 anni. Dopo aver studiato e lavorato sul Bitcoin, nel 2014 il giovane, convinto di poter superare il maestro Nakamoto, ha lanciato la sua moneta digitale con un’initial coin offering (Ico) – una sorta di raccolta fondi pubblica - da 18,4 milioni di dollari. Da allora Buterin si è dedicato anima e corpo alla sua creatura, occupandosi della promozione, dello sviluppo e della manutenzione di Ethereum.

Vitalik Buterin, il 23enne creatore di Ethereum.

2. La quantità: 96 milioni di Ether circolanti

Il Bitcoin è considerato il primo bene digitale scarso. L’algoritmo di Satoshi, infatti, limita il numero massimo di Bitcoin: una volta raggiunta la soglia dei 21 milioni, non sarà in alcun modo possibile creare nuove monete attraverso il mining, l’operazione che ogni 10 minuti ricompensa con nuovi Bitcoin chi aggiorna il registro delle transazioni, la blockchain. In questo modo, diventa impossibile per qualunque Stato o autorità monetaria svalutare il Bitcoin attraverso l’inflazione, semplicemente perché nessuno è in grado di coniare nuova moneta oltre quanto previsto dall’algoritmo originario. Per questa sua caratteristica, c’è chi non considera Bitcoin una moneta virtuale, ma, piuttosto, oro digitale – non strumento di scambio, ma riserva di valore.

A INIZIO 2018 STOP ALLA PRODUZIONE DI ETHER. La “zecca” di Buterin, invece, è senza fondo. Al momento, sono in circolazione oltre 96 milioni di Ether – l’unità di conto– contro i 16 milioni di Bitcoin. Per ciascun nuovo blocco di transazioni aggiunto alla blockchain di Ethereum, poi, l’autore dell’aggiornamento (il miner, “minatore”) ottiene una ricompensa fissa: ogni 16 secondi circa, quindi, il totale di monete digitale emesse aumenta di 5 unità. In teoria, quindi, è possibile coniare nuovi Ether all’infinito, cosa che ha fatto storcere il naso ai cripto-ortodossi e messo in allarme gli investitori, preoccupati per l’inflazione. Per rassicurarli, Buterin e la sua cerchia di programmatori stanno studiando una modifica all’algoritmo che dovrebbe essere pronta per il lancio a inizio 2018.

3. I vantaggi: una moneta più flessibile, piattaforma per i contratti intelligenti

Secondo il suo creatore, i più grandi vantaggi di Ethereum rispetto al Bitcoin sono la scalabilità, ossia la possibilità di “crescere” in funzione delle necessità, e la flessibilità, cioè la capacità di ospitare le applicazioni più disparate sulla blockchain. Due esempi possono aiutare a spiegare meglio i concetti. In un secondo si riescono a “scrivere” sul registro di Ethereum al massimo circa 15 transazioni. Il doppio di quelle annotabili sul libro mastro di Bitcoin, ma un numero ancora molto lontano dalle 45 mila registrate da Visa nello stesso tempo. Come si può pensare di rivoluzionare il mondo con un sistema così lento? A differenza di quello di Bitcoin, rigido e orfano del suo creatore, l’algoritmo di Ethereum è però più facile da modificare: Buterin ha garantito che, grazie ad alcune migliorie, in un paio di anni raggiungerà i livelli di Visa, riuscirà cioè a “scalare”.

GLI SMART CONTRACT SONO L'ASSO NELLA MANICA. È soprattutto la flessibilità, però, a rendere Ethereum appetibile per banche e grandi aziende. L'algoritmo di Bitcoin è volutamente esclusivo: è molto difficile sviluppare applicazioni in grado di “girare” sulla sua blockchain. Ethereum, invece, ambisce a diventare la piattaforma di riferimento per i cosiddetti smart contract, ossia contratti intelligenti che si eseguono automaticamente al verificarsi di una condizione concordata fra le parti.

COME FUNZIONA UN CONTRATTO INTELLIGENTE. Immaginiamo che Marco scommetta con Sofia 10 euro sulla pioggia di domani. Di norma, se i due non si fidano l’uno dell’altra, dovranno affidare la somma a un terzo, Luca, che il giorno seguente la assegnerà in base al meteo. Il "notaio", però, probabilmente pretenderà un compenso per il suo servizio; inoltre, Luca potrebbe accordarsi con Marco o con Sofia per barare. Con Ethereum, invece, è possibile tradurre la scommessa in un codice che verifichi l’avveramento della condizione-pioggia e assegni automaticamente la somma al vincitore. Inserendolo nell’incorruttibile blockchain, il codice-contratto diventa immodificabile e, in più, si eliminano i costi dell’intermediario (Luca). Oltre che nel gioco d’azzardo, gli smart contract trovano applicazione nei campi più disparati: assicurazioni, protezione del diritto d’autore, elezioni, eccetera.

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4. I problemi: se un gruppo di costosi cripto-gattini ingolfa la blockchain

Nonostante le ambizioni del suo programmatore, non è detto che Ethereum riesca davvero nella sua rivoluzione. La creatura di Buterin è ancora immatura e il divario con giganti come Visa e Mastercard resta molto ampio, forse incolmabile. Proprio nei giorni scorsi, infatti, a mandare in crisi il sistema sono bastati dei gattini, o meglio dei cripto-gattini.

UN FELINO È PER SEMPRE. Crypto-kitties è sbarcato il 28 novembre sulla blockchain di Ethereum. Basato sugli smart contract, il gioco permette di collezionare gattini digitali, ciascuno dei quali dotato di “gattributi” unici. I padroni di due animali possono farli accoppiare per generarne un terzo che combini i loro “geni” oppure pagare un altro utente che possieda un esemplare con caratteristiche particolari. I crypto-kitties, quindi, possono essere venduti e scambiati su Ethereum e la registrazione sulla blockchain ne rende impossibile la replica, il furto e la distruzione.

Numero 18: il cripto-gattino da 111 mila dollari.

La miscela di gattini e valuta digitale si è previdibilmente rivelata esplosiva. I crypto-kitties sono andati a ruba: in pochi giorni, il giro d’affari è arrivato a 15 milioni di dollari e un utente è arrivato a pagare la cifra record di 253 Ether, quasi 111 mila dollari, per aggiudicarsi l’esemplare numero 18. Il gioco ha incrementato di sei volte il numero delle transazioni su Ethereum e gli scambi dei collezionisti hanno intasato la blockchain, rallentando la registrazione dei contratti “seri”. Pesanti ritardi che non sembrano preoccupare Buterin che ha liquidato la vicenda con un tweet – «I cripto (gattini) sono un riflesso del mondo» - condito da un altrettanto criptico link al Salvator Mundi, il quadro di Leonardo da Vinci venduto per 450 milioni al museo di Abu Dhabi.

5. Il futuro: una scommessa per ridurre il consumo energetico delle cripto-valute

Se una versione crittografica del Tamagotchi arriva a mettere in ginocchio l’aspirante super computer globale, viene però da chiedersi come Ethereum possa un domani far fronte ai miliardi di transazioni richieste quotidianamente dal sistema economico mondiale. Certo, Buterin ha promesso di cambiare il sistema per renderlo più veloce ed efficiente. Ma non è detto che ci riesca e non è detto che i possessori di Ethereum accettino le migliorie.

CINQUE SCISSIONI IN TRE ANNI SULLA BLOCKCHAIN. L’essenza della blockchain, infatti, sta nella sua rigidità e quella di Ethereum ha già subito cinque modifiche (hard fork). Una di queste, realizzata nel 2016 per recuperare 3,6 milioni di Ether – 50 milioni di dollari – rubati da un hacker, ha diviso la comunità di Ethereum. Non accettando la rottura e deviazione della catena, un gruppo di ortodossi ha deciso di continuare a registrare le sue transazioni sulla blockchain hackerata. È nata così Ethereum Classic, un’altra cripto-valuta che oggi vale circa 30 dollari. In caso di altri cambiamenti sostanziali, come quelli che Buterin immagina di apportare all’algoritmo nel prossimo futuro, il rischio di altre scissioni nella comunità di Ethereum è reale.

Il simbolo di Ethereum Classic, nata dopo l'hard fork del 2015.

C’è poi un altro problema che accomuna le due monete digitali: consumano troppa energia. Stando alle stime, Ethereum ne utilizza quanto la Corea del Nord, mentre Bitcoin ha un fabbisogno energetico pari addirittura a quello della Bulgaria. E, con gli attuali ritmi di crescita, si potrebbe arrivare entro il 2019 al livello degli Stati Uniti. Tanto in Ethereum quanto in Bitcoin, infatti, per ottenere il diritto di iscrivere nel registro un blocco di transazioni e la relativa ricompensa, il miner deve prima, e per primo, risolvere un complicato problema matematico (proof of work) che richiede computer e schede grafiche molto potenti. Un dispendio di risorse enorme che si riflette sulle commissioni richieste per aggiornare la blockchain: per Bitcoin il costo medio per transazione ha toccato addirittura i 55 dollari, per Ethereum siamo a poco più di un dollaro.

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Riesce difficile immaginare che monete digitali così poco efficienti possano competere con i sistemi di pagamento esistenti, almeno nel prossimo futuro. Per abbattere il consumo energetico, Buterin ha in mente di sostituire la dispendiosa proof of work con la proof of stake. Semplificando al massimo, la proof of stake consiste in un’asta: chi mette sul piatto più Ether si aggiudica il diritto di aggiornare la blockchain e le relative commissioni.

ETHEREUM A RISCHIO OLIGOPOLIO. L’idea a molti non piace: il pericolo è che il controllo sulla blockchain si concentri nelle mani dei pochi che possiedono più Ether e sono quindi disposti a puntare sistematicamente più alto. C’è chi teme che così venga ribaltata l’essenza stessa delle cripto-valute, l’idea di una moneta senza padroni. Altri, invece, ritengono che il successo non possa che passare per una riduzione dell’anarchia del Bitcoin. Un cripto-gatto nero ha appena incrociato la strada di Ethereum, solo il tempo dirà se si è trattato di un cattivo presagio o, se dopo una breve frenata, la creatura di Buterin è riuscita a riprendere la sua corsa.

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