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26 Dicembre Dic 2017 0900 26 dicembre 2017

Lavoro, la lunga crisi dei Centri per l'impiego

Sono 500 sul territorio nazionale, per un totale di 9 mila addetti. Ma solo il 3,5% degli occupati dichiara di aver trovato un posto attraverso questi sportelli. Ecco perché ancora non funzionano come dovrebbero.

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«Le liste di collocamento sono un po' come le hit parade della sfiga. Io, con madre morta, padre galeotto e fratello handicappato, entrai di prepotenza nella top ten». La battuta è del protagonista di Ovosodo, un film di Paolo Virzì del 1997, l'anno in cui la legge cancellò gli uffici di collocamento per affidarne i servizi ai neonati Centri per l'impiego (CpI), gestiti dalle Regioni su base provinciale. Veniva allora anche varata la prima di una serie di riforme, la “legge Treu”, che introduceva misure per rendere più flessibile il mercato del lavoro. Cominciò a circolare in Italia la parola flexicurity, che voleva dire: si coniuga la fine del posto fisso con politiche attive del lavoro che non lascino soli i lavoratori tra un impiego e l’altro. Arrivarono poi la “legge Biagi” (2003) e il “Jobs Act”. Cruciale era l’offerta di servizi, pubblici e privati, per indirizzare le persone, offrire formazione, corsi, strumenti di sostegno al reddito e lavoro.

UN CANALE POCO EFFICACE. Sono passati 20 anni e i CpI non hanno fatto mai realmente quello per cui erano nati. Oggi sono meno polverosi dei vecchi uffici di collocamento, hanno il wifi, qualche volta videoterminali per consultare le offerte di lavoro o per essere assistiti nella scrittura del proprio cv, ma un impiego ancora oggi si trova soprattutto per altre vie: reti familiari o amicali. Nella letteratura in materia questo canale si chiama “informale”, ed è ancora oggi usato da oltre il 60% di chi entra nel mercato del lavoro. È un canale apparentemente molto efficiente a livello individuale ma sconta un limite: non consente a chi non ha la rete informale adeguata di trovare lavoro. Dunque rispetto a 20 anni fa, se la flessibilità è diventata normale, la sicurezza è rimasta indietro. I Centri per l’Impiego sono poco più di 500 su tutto il territorio nazionale, per un totale di circa 9 mila addetti. Secondo dati dello scorso anno, solo il 3,5% dei lavoratori dichiarava di aver trovato un impiego attraverso questi sportelli. Un altro 6% ha trovato lavoro attraverso agenzie per l’impiego private (interinali e di altro tipo).

LA NASCITA DELL'ANPAL. Per di più, da almeno tre anni i CpI sono allo sbando e perdono pezzi anche per via della abolizione delle Province e per una loro collocazione incerta, tra assorbimento da parte delle Regioni e nuove norme: basta leggere le cronache locali per avere notizia ogni giorno di proteste ed allarmi per il rischio di chiusura dei Centri che a loro volta occupano molti lavoratori precari, in via di stabilizzazione proprio nella manovra di quest’anno. Il sistema inoltre contiene forti criticità e forti sperequazioni: secondo i dati di Italia Lavoro, in Calabria ogni CpI ha 34,5 operatori contro i 30,2 delle Marche. In Lombardia ogni impiegato ha in carico 516 disoccupati mentre in Calabria solo 151. Intanto, per paradosso, anche l’Anpal ha una buona quota di precari, ovvero di dipendenti a tempo determinato eredità dell’azienda del ministero del Lavoro da cui è nata, Italia Lavoro. Non a caso con la nascita dell’Anpal è nato anche il coordinamento dei lavoratori precari dell’Anpal. Ma cos’è l’Anpal?

Uno dei decreti legislativi che attua il Jobs Act prevedeva dal primo gennaio 2016 la nascita dell'Agenzia nazionale per le politiche attive del lavoro. All'Anpal, dice la legge, tocca il compito di coordinare la rete di servizi per l'impiego, in particolare per chi percepisce "prestazioni di sostegno al reddito collegate alla cessazione del rapporto di lavoro”. Insomma: coordina il lavoro dei centri per l’impiego e delle agenzie per il lavoro. Al lavoratore disoccupato si chiede di cercare attivamente un lavoro, facendosi aiutare dai CpI a “profilarsi” e siglando una dichiarazione di disponibilità al lavoro. In cambio ottiene un voucher spendibile presso i servizi accreditati per formazione e offerte di lavoro che siano “congrue” al proprio profilo. Esperimenti di questo tipo, che attivano dei contratti di ricollocazione, erano già stati fatti negli anni in diverse regioni italiane e sono ancora oggi sparpagliati disordinatamente lungo la penisola.

GLI ESPERIMENTI DI LAZIO E LOMBARDIA. Per esempio nel Lazio, dopo una sperimentazione con i lavoratori ex Alitalia, è stato di recente indetto un bando per offrire 2 mila contratti di ricollocazione a disoccupati da almeno 12 mesi con più di 30 anni di età. Per farsi accompagnare nella ricerca di un nuovo impiego i lavoratori selezionati dovevano individuare un soggetto tra quelli accreditati, cui la Regione avrebbe pagato l'importo totale di un voucher ma solo “a risultato occupazionale raggiunto”. In Lombardia l'amministrazione Maroni ha creato uno strumento simile, chiamato Dote Unica Lavoro. Ma si tratta di esperimenti che - anche quando riescono a funzionare - offrono risposte a una piccolissima percentuale di chi avrebbe bisogno di trovare un lavoro. Pietro Ichino, senatore e giuslavorista, da sempre immagina i centri per l'impiego come dei «one stop shop, come lo chiamano gli anglosassoni: una grande sala con molti videoterminali disponibili programmati per essere consultati e utilizzati facilmente, con impiegati che aiutano i più sprovveduti e mettono in contatto le persone con gli operatori specializzati. Una sorta di indispensabile cerniera tra l'utente e il servizio vero e proprio di collocamento, o di assistenza intensiva nella riqualificazione e ricerca, che deve essere svolto da chi lo sa fare».

MANCA ANCORA LA QUADRA. Per ora non ci siamo, come sa bene il presidente dell'Anpal, Maurizio Del Conte. L'Agenzia nacque quando l'idea era quella di un assetto istituzionale diverso, quello voluto dalla riforma della Costituzione bocciata il 4 dicembre. Per mesi è rimasta nel limbo. Poi, nella scorsa primavera, ha inviato a 30 mila disoccupati una lettera per invitarli a dare la propria disponibilità al lavoro e - come ha sottolineato Ichino - hanno risposto in pochi. Meno del 10%. Perché? Del Conte ha risposto che è mancata una «campagna informativa capillare, impossibile da fare per una misura sperimentale» ma ha contato anche «la paura dei lavoratori di perdere la Naspi, se rifiutano un'offerta di lavoro 'congrua' secondo la legge». L’ultimo passo di Del Conte - anche per avere una idea di quali siano i fabbisogni delle aziende - è stato il lancio di una consultazione pubblica per raccogliere «esigenze, valutazioni e idee dai diretti interessati (aziende - specie piccole e piccolissime, ma non solo- professionisti e professioniste)» che sarà online il mese prossimo. Segno che per ora siamo ancora al proposito di costruire un modo di far incontrare in maniera sensata la domanda e l’offerta. Nel film di Virzì, il protagonista Piero, grazie al suo ingresso di prepotenza nella «top ten della sfiga», trovava lavoro appena iscritto all'ufficio di collocamento. Erano decisamente altri tempi.

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