Sacchetti Bio A Pagamento
3 Gennaio Gen 2018 1607 03 gennaio 2018

Sacchetti bio a pagamento: i motivi di una polemica (esagerata)

Il costo delle borse cade sui consumatori. L'aggravio è minimo: dai 4 ai 12 euro annui. Ma in Rete spuntano assurde e inquinanti iniziative di protesta. Con tanto di dietrologia anti-Renzi. Il caso ci è sfuggito di mano?

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Anno nuovo, tasse nuove. Ai rincari di luce, gas e autostrade che scattano il primo gennaio gli italiani sono ormai abituati da tempo. Il 2018, però, ha portato con sé un balzello inatteso, che sta facendo discutere i consumatori e gli internauti: quello dei sacchetti biodegradabili a pagamento. Una nuova normativa, infatti, oltre a imporne l'uso, fa ricadere i costi sugli utenti finali. La ratio della legge è nobile: preservare l'ambiente (e sopratutto gli oceani) da nuove immissioni di plastica, ma è lecito chiedersi quanto ciò inciderà sui nostri portafogli.

1. La legge: un adeguamento alla normativa europea

Secondo la normativa n.123 del 3 agosto 2017 «dal primo gennaio 2018, possono essere commercializzate esclusivamente le borse biodegradabili e compostabili con un contenuto minimo di materia prima rinnovabile non inferiore al 40%». Il testo fa riferimento alla biodegradabilità e compostabilità secondo la norma comunitaria armonizzata Uni En 13432:2002. Precisamente, alla direttiva Ue 2015/720.

RIDUZIONE DELL'INQUINAMENTO. Insomma, come i nostri politici dicono spesso, “ce lo chiede l'Europa”. Ma il comma che più fa discutere è un altro: «Le borse di plastica in materiale ultraleggero non possono essere distribuite a titolo gratuito e a tal fine il prezzo di vendita per singola unità deve risultare dallo scontrino». La stessa norma prevede un lungo percorso nella riduzione degli elementi inquinanti nelle borse, che costringerà l'immissione in commercio nel 2020 di sacchetti dalla materia prima rinnovabile non inferiore al 50%, che dovrà essere almeno del 60% entro il 2021.

RISCHIO DI AUMENTO CONTINUO. Considerato che il processo economico per la realizzazione di sacchetti bio è più oneroso del solito, c'è il rischio che il loro prezzo continui ad aumentare di pari passo all'aumento della percentuale rinnovabile, con il paradosso di avere a che fare con borse sempre meno resistenti che si lacerano subito dopo che si è usciti dal supermercato ma sempre più care.

2. Le stime gonfiate: 50 euro a famiglia. Ma con 5 mila sacchetti l'anno...

Per Codacons quella entrata in vigore il primo gennaio 2018 è a tutti gli effetti una «tassa sulla spesa». Secondo l'associazione a tutela dei consumatori «è assurdo e gravissimo che i costi di provvedimenti pseudo-ambientali siano scaricati interamente sugli utenti, trasferendo su di essi costi che dovrebbero essere solo a carico delle aziende e dell’industria».

PREZZI DA 1 A 3 CENTESIMI. Proiezione drastica nello stimare l'aggravio di spesa: almeno 50 euro annui a famiglia. In realtà, considerato che i bioshopper saranno disponibili a un prezzo che varia da 1 a 3 centesimi di euro, l'esborso dovrebbe essere ben minore, perché per arrivare a spendere tale cifra bisognerebbe comprare in un anno 5 mila sacchetti...

3. L'aggravio più plausibile: dai 4 ai 12,50 euro annui

Secondo i dati di Gfk-Eurisko nel 2017 ciascuna famiglia ha fatto in media 139 spese nella grande distribuzione. Ipotizzando che ogni spesa comporti l'acquisto di 3 sacchetti da 1 centesimo (uno per la frutta, uno per la verdura, uno per il pesce), l'aggravio sarebbe di 4,17 euro annui.

RISPARMIARE È POSSIBILE. Si assesterebbe sui 12,51 euro negli esercizi che propongono il sacchetto a 3 centesimi. I negozi sono obbligati a esporre il prezzo dello shopper, dunque non vi resta che fare le vostre scelte per tutelare i vostri soldi.

4. Riciclo totale? Un'etichetta lo impedisce

Fatti i conti della serva emerge che l'aggravio di spesa è davvero minimo, soprattutto se si ha l'accortezza di scegliere i negozi che propongono i sacchetti al prezzo minore. In ballo, del resto, c'è la salute del nostro pianeta. Solo nel 2017, secondo uno studio di Orb media, l'83% dell'acqua potabile del nostro Paese risultava in realtà inquinato dalla presenza di fibre di plastica immesse nell'ambiente da tessuti sintetici e, naturalmente, dagli involucri degli alimenti. Gli scienziati facevano notare il paradosso di utilizzare il materiale chimico della plastica, nato per durare nei secoli, per la creazione di confezioni “usa e getta”, dal ciclo vitale assai breve.

VA SMALTITA NELL'INDIFFERENZIATA. La nuova norma contribuisce però davvero a salvare l'ambiente? Purtroppo solo in parte, perché su ogni sacchetto continueremo ad apporre le etichette col prezzo che, una volta applicate, impediscono uno smaltimento davvero biologico. Per quanto piccole, infatti, portano con sé numerosi materiali (carta oleata, colle, inchiostri) altamente inquinanti. Prima di buttare via il sacchetto, magari dopo averlo riciclato per l'umido, accertatevi dunque di tagliare la parte con l'etichetta, da smaltire nell'indifferenziata.

5. Assurde iniziative in Rete: meglio i batteri che pagare 1 cent

In queste ore il popolo della Rete si sta mobilitando per non pagare il balzello dei sacchetti biodegradabili. C'è chi propone di boicottare i punti vendita che li fanno pagare (buona fortuna: la legge costringe tutti i negozianti a venderli, per chi trasgredisce è prevista una sanzione amministrativa pecuniaria da 2.500 a 25 mila euro) e chi mostra fiero sui social frutta e verdura acquistata sfusa dopo aver apposto, su ciascun pezzo, una etichetta.

INCHIOSTRO NOCIVO SULLA FRUTTA. Non si tratta affatto di un colpo di genio: anzitutto la buccia è composto organico, dunque traspira e assorbe i materiali inquinanti dell'adesivo, inchiostri e colle compresi. In secondo luogo, per legge, i prodotti dei reparti gastronomia, macelleria, pescheria, ortofrutta e panetteria devono essere riposti in un imballaggio primario per mere esigenze di carattere sanitario.

COMPRATE L'UVA? BUONA FORTUNA. I carrelli dei supermercati, del resto, sono sporchi e lavare frettolosamente il prodotto una volta arrivati a casa potrebbe non bastare a debellare l'incredibile quantità di batteri che è giunta sulla buccia per risparmiare 1 centesimo. Infine, anche se questa trovata fosse legale, incrementa comunque lo spreco di materie prime: una etichetta per frutto significa immettere nell'ambiente altro inchiostro e altre colle. Buona fortuna nel caso vogliate acquistare dell'uva.

6. L'immancabile polemica politica: il favore alla manager renziana

Secondo il Giornale, la normativa che impone l'acquisto del sacchetto biodegradabile sarebbe in realtà un regalo che l'ex premier Matteo Renzi avrebbe fatto a Catia Bastioli, amministratore delegato della Novamont, l'azienda che ha brevettato le borse "mater Bi". La numero uno della società, nominata di fresco Cavaliere del lavoro da Mattarella, come fa notare il quotidiano diretto da Alessandro Sallusti, nel 2011 ha partecipato alla Leopolda. Renzi avrebbe ricambiato il favore il 15 novembre 2017 facendo fermare il proprio treno - guarda un po' - alla sede di Novamont.

«BUSINESS DA ALMENO 400 MILIONI». Insomma, l'amicizia tra il segretario dei dem e l'ad sarebbe comprovata. Il Giornale, dopo avere fatto notare che «la norma sgrava la grande distribuzione, che in Italia conta un player storicamente legato alla sinistra, la Coop, dal costo degli shopper, riversandolo sul cliente» fa anche due conti: «Le stime dicono che ne consumiamo ogni anno 20 miliardi. Potenzialmente dunque, è un business da 400 milioni di euro l'anno».

PRIMA NORMA PROMULGATA DA MONTI. In realtà bisogna anche fare alcune precisazioni: la legge, come già visto, è l'applicazione di una direttiva comunitaria, voluta da Bruxelles e non da Firenze. La prima norma di questo tipo è stata promulgata il 24 marzo 2012 quando l'allora premier era Monti e non Renzi. Inoltre, alle Leopolda hanno partecipato un gran numero di imprenditori e nel mese di giugno il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha nominato Cavaliere Catia Bastioli e altre 24 personalità. Insomma, molti elementi sono appena indiziari. Ma certi sospetti comunque restano e, sotto elezioni, sono destinati ad avere una vita più lunga del materiale plastico.

L'ultima che sta girando molto via sms è che avrei organizzato un complotto per aiutare miei amici e cugini di terzo grado impegnati nella fabbricazione di sacchetti. Ebbene sì. Voi non immaginate quanto sia diabolica la nostra mente: prepariamo complotti tutti i giorni, anche tra San Silvestro e Capodanno. La storia è molto semplice. Nel 2017 l'Italia ha attuato una direttiva europea che tende a eliminare la plastica dai sacchetti. L'obiettivo sacrosanto è combattere l'inquinamento alla luce degli impegni che abbiamo firmato a Parigi e che rivendichiamo: noi a differenza di Trump non abbiamo cambiato idea. E quanto all'accusa che il Parlamento lo avrebbe fatto per un'azienda amica del PD vorrei ricordare che in Italia ci sono circa 150 aziende che fabbricano sacchetti prodotti da materiale naturali e non da petrolio. Hanno quattromila dipendenti e circa 350 milioni di fatturato. Anziché gridare al complotto dovremmo aiutare a creare nuove aziende nel settore della Green Economy senza lasciare il futuro nelle mani dei nostri concorrenti internazionali. I posti di lavoro del domani sono in settori come questi, vanno creati e coltivati: oppure si pensa davvero che vivremo tutti di sussidi, assistenzialismo e redditi di cittadinanza? Spero che alla fine del 2020 le aziende italiane attive nell'economia verde siano il doppio di quelle che sono oggi e facciano meglio dei concorrenti globali, specie quelli del Sud Est asiatico che in questo settore stanno investendo molto. Noi faremo la campagna elettorale seriamente, parlando dei problemi veri e offrendo soluzioni. Per pulire l'Italia dall'inquinamento ambientale e anche da quello delle fake news. Chi vuole inventare bugie si accomodi pure, noi non lo seguiremo. Buon complotto a tutti.
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