Rifugiati Bilancio Ue
11 Gennaio Gen 2018 1600 11 gennaio 2018

Ue, così la gestione comune dei rifugiati coprirebbe il buco Brexit

Se il sistema accoglienza fosse affidato all'Unione si risparmierebbero 12 miliardi. Sufficienti per rientrare dall'ammanco dell'addio britannico. Pmi, agricoltura, frontiere e digitale: i conti e le ricette per migliorarli.

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La Brexit minaccia i finanziamenti alle piccole e medie imprese del Nord Italia, ma la Brexit potrebbe anche dare lo slancio per una politica comune di gestione delle frontiere e dei migranti. Tutto sta in come verrà riempito quel buco da circa 12 miliardi di euro - le stime vanno dai 10 ai 14 miliardi - che l’addio britannico all’Europa creerà nelle tasche dell’Ue.

RISORSE DA ALLARGARE. L’ammanco coincide anche con le rinnovate ambizioni dei leader europeisti per allargare le risorse dell'Unione: il francese Emmanuel Macron voleva creare un budget ad hoc per l’Eurozona, la Commissione di Jean-Claude Juncker progetta investimenti comuni in difesa e sicurezza delle frontiere e tutti continuano a sostenere che bisogna investire sul digitale per creare finalmente quei campioni europei pronti a incunearsi tra la Silicon Valley e il Made in China.

Con un buco superiore al 7% su un budget che nel 2017 ammontava a 158 miliardi di euro, dentro il bilancio Ue qualcosa deve muoversi per forza

I precedenti però non sono di buon auspicio: l’ultimo bilancio Ue è uscito da una contrattazione durata quasi due anni più magro del precedente perché nessuno sembrava disposto a metterci i soldi. Ma con un buco superiore al 7% su un budget che nel 2017 ammontava a 158 miliardi di euro, qualcosa deve muoversi per forza.

DOVE RAZIONALIZZARE? Per far tornare i conti, il Commissario Gunter Oettinger propone un mix di tagli e nuovi fondi: «Il bilancio deve essere razionalizzato ma anche aumentato», ha spiegato il 9 gennaio 2018 in una conferenza ad hoc organizzata dal think tank interno della Commissione. La linea potrebbe non piacere a tutti i leader di governo - l'Austria ha già esplicitamente sostenuto una ulteriore riduzione del budget - ma se funzionasse, resta comunque il problema: dove razionalizzare e dove aumentare?

I beneficiari dei diversi fondi delle politiche di coesione.

Di certo per tagliare bisogna partire dal settore che assorbe la maggior parte dei contributi europei e cioè la politica agricola comune, che da sola conta quasi per il 40% del budget del 2017 con 58 miliardi di euro. Per l'Italia sarebbe peraltro una buona notizia, visto che a oggi il nostro Paese è il secondo contributore netto su questo fronte, cioè il secondo Paese che contribuisce di più e riceve di meno, alle spalle della Germania e prima dell’Olanda. Mentre il primo beneficiario è la Polonia, seguita da Romania e Spagna.

TESORETTO CHE SI GIOCA L'ITALIA. Anche guardando al secondo più grande capitolo di bilancio europeo, la politica di coesione, in prima linea come beneficiaria c'è sempre Varsavia, seguita questa volta dall'Italia. Tra fondi di sviluppo regionale e fondo sociale europeo dell'ultimo quadro finanziario pluriennale (2014-2020), il nostro Paese è destinato a incassare 44 miliardi di euro: 8 miliardi sono dedicati allo sviluppo delle piccole e medie imprese e i due terzi sono concentrati nel Meridione.

Tagliare del 15% i fondi di sviluppo regionale e il fondo sociale europeo significherebbe una sforbiciata di 12 miliardi agli investimenti nel Nord Italia

Negli scenari allo studio raccontati perfettamente da Giuseppe Chiellino su Il Sole 24 Ore, questi fondi potrebbero essere tagliati del 15% o anche del 30%: nel primo caso significherebbe una sforbiciata di quasi 12 miliardi di euro agli investimenti nelle regioni del Nord Italia, le più sviluppate, nel secondo (il meno probabile) si toccherebbero anche i fondi del Sud.

CAMBIAMENTO A FAVORE DELL'OVEST. I criteri per l'assegnazione dei fondi strutturali però potrebbero essere anche modificati, considerando fattori come la disoccupazione, le migrazioni, i rischi idrogeologici: un cambiamento che andrebbe a favore dell'Europa dell'Ovest rispetto a quella dell'Est, e cioè a favore di chi in media attualmente paga di più, rispetto a chi invece soprattutto incassa.

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La distribuzione dei fondi strutturali in Italia: allo sviluppo delle regioni più arretrate sono destinati oltre 22 miliardi di euro.

La discussione sul bilancio potrebbe essere l'occasione per mettere sul tavolo tutti i dossier conflittuali. Macron ha proposto di tagliare i fondi strutturali nel caso di violazioni allo Stato di diritto - messaggio diretto alla prima beneficiaria dei fondi Ue -, ancora prima Matteo Renzi aveva proposto di decurtare i fondi di coesione a chi non accoglie i migranti, una tesi che il sottosegretario Sandro Gozi ha ribadito più volte e ovviamente rivolta al gruppo Visegrad.

FONDI CONDIZIONATI ALLE RIFORME? Per anticipare i prevedibili attacchi, l'Ungheria ha già annunciato di essere pronta ad aprire il portafoglio fino a diventare contributore netto, ma sui migranti non ha cambiato linea. Juncker ha smentito la possibilità di legare i fondi di coesione alla questione dei rifugiati o ad altri temi divisivi, bollando le ipotesi francesi e italiane come «minacce selvagge». Però il presidente della Commissione potrebbe accettare l'idea di condizionare i fondi alla realizzazione delle riforme. Insomma una partita non facile. Mentre vuole chiedere un maggiore sforzo finanziario per il controllo delle frontiere esterne oltre che per la difesa.

L'utilizzo dei fondi per le politiche di coesione in Italia.

Ad aiutare Juncker su questi fronti c'è anche un corposo studio realizzato dalla fondazione tedesca Bertelsmann Stiftung proprio per la conferenza sul prossimo bilancio europeo. La ricerca prende in esame otto settori di spesa e prova a capire se sarebbe utile finanziarli e gestirli nella cornice dell'Unione o in quelle nazionali. Dimostra, per esempio, che riportare i sussidi per la disoccupazione degli agricoltori sotto la responsabilità dei singoli governi gioverebbe all'Europa nel suo complesso. Per la difesa e le migrazioni invece è l'esatto contrario.

SOLDI PER COPRIRE LA BREXIT. Prendendo come riferimento i flussi registrati nel 2015 all’apice di quella che è stata chiamata la crisi migratoria europea, i ricercatori hanno calcolato una spesa complessiva per la gestione dei confini, i controlli e per tutti i servizi legati all'accoglienza di 30,3 miliardi di euro l'anno per tutti e 27 i Paesi. Se la gestione del sistema di asilo fosse però affidata all'Unione, verrebbero risparmiati nello scenario base dai 4,8 ai 12 miliardi di euro, cioè tra il 16% e il 40% del totale: una quota capace di coprire il buco lasciato dai britannici.

ACCORDO BLOCCATO DA ANNI. Lo studio prevede che ogni Stato partecipi alla accoglienza secondo precisi criteri di capacità (Pil, popolazione e territorio, in altre ipotesi anche disoccupazione e densità demografica), e quindi implica un accordo sulla riforma di Dublino che, dopo due anni di stallo tra i capi di governo, ancora non c'è.

Nel momento in cui si discuterà di conti e Roma e Bruxelles chiederanno di finanziare maggiormente i confini esterni, l'evidenza dei possibili risparmi sarà sul tavolo

Però nel momento in cui si discuterà di conti e Roma e Bruxelles chiederanno di finanziare maggiormente i confini esterni, l'evidenza dei possibili risparmi sarà sul tavolo. Anche se ci sono molte proposte per creare entrate dirette per l'Unione (a marzo il parlamento europeo analizzerà quelle individuate dal gruppo di lavoro guidato da Mario Monti): il Commissario Oettinger sembra infatti deciso a chiedere nuovi contributi agli Stati per i nuovi compiti di cui si farà carico l'Unione.

IL METODO CONCLAVE. Tra interessi confliggenti e necessità di compromesso, la battaglia si annuncia molto dura. Ma per ottenere un'intesa prima delle prossime elezioni europee, Oettinger ha lanciato: «Se necessario facciamo come per il conclave, nessuno esce dalla stanza se non c'è un accordo». Quantomeno un metodo consolidato da qualche secolo.

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