Pannelli Solari Trump
23 Gennaio Gen 2018 1931 23 gennaio 2018

Dazi sui pannelli solari, venti di guerra commerciale Usa-Cina

Trump stabilisce una maggiorazione del 30% sulle importazioni. Bruciando 23 mila posti di lavoro e miliardi di investimenti. Oltre a creare tensioni con Pechino e tutta l'industria asiatica. Cosa succede ora.

  • ...

Il presidente Donald Trump ha deciso. Le importazioni di pannelli solari e della loro componentistica negli Stati Uniti subiranno una maggiorazione del 30% (ma destinata a scendere gradualmente al 15% in quattro anni). Una tariffa che rischia di mettere a dura prova l'intera industria del solare nazionale, un giro di affari da 28 miliardi che però per l'80% fa affidamento su materiali importati. E può esacerbare le tensioni con molti Paesi asiatici.

PER PECHINO È UN ABUSO. La Cina, per esempio, ha già alzato la voce. In un comunicato ufficiale il mistero del Commercio ha denunciato che «gli Usa hanno ancora una volta abusato con le misure di difesa commerciale» e che «la Cina esprime in proposito una forte insoddisfazione». Ha fatto poi riferimento a una posizione diffusa tra i suoi più alti funzionari dall'avvento del 45esimo presidente: l'amministrazione statunitense starebbe mettendo in pericolo le regole del commercio internazionale imponendo penalità attraverso la legislazione locale invece di formulare reclami in sede World Trade Organization (Wto).

«SERVE PIÙ MODERAZIONE». «La Cina spera che gli Stati Uniti useranno moderazione nell'utilizzo delle limitazioni commerciali nel rispetto dei regolamenti del commercio multilaterale e che avrà un ruolo positivo nella promozione dell'economia globale», si legge infatti alla fine del comunicato.

La Malesia copre il 36% delle importazioni sul solare. Seguono Corea del Sud con il 21%, Thailandia e Vietnam col 9% e poi la Cina con l'8%

Dati Bloomberg

Ma nonostante faccia la parte della tigre, questa volta non è la Repubblica popolare il Paese più colpito. Secondo i dati raccolti da Bloomberg, è la componentistica malesiana quella che copre il 36% delle importazioni sul solare. Seguono la Corea del Sud con il 21%, la Thailandia e il Vietnam con il 9% e poi la Cina con l'8%.

DELOCALIZZAZIONE CINESE. Se nessuno di loro ha ancora manifestato ufficialmente disappunto è perché in verità tutti si aspettano che sarà quest'ultima a proteggerli. Sono infatti proprio quei Paesi dove la gran parte dell'industria del solare cinese ha delocalizzato come risposta alle misure antidumping varate nel 2012 dall'amministrazione Obama.

Le importazioni di pannelli solari negli Usa subiranno una maggiorazione del 30%.

ANSA

Tra l'altro neanche negli Stati Uniti vedono queste misure di buon occhio. Se è vero infatti che la manifattura locale ne riceverà un vantaggio competitivo, la Solar Energy Industries Association, che rappresenta coloro che li installano, ha già espresso la sua totale contrarietà. «Solo quest'anno si perderanno 23 mila posti di lavoro americani», ha sottolineato in un tweet dal suo account ufficiale, e verranno cancellati «miliardi di dollari di investimenti nell'economia Usa».

SETTORE LAVORATIVO AZZOPPATO. Per capire quanto sia caldo l'argomento, basti pensare che i lavoratori del solare negli Usa sono tra i 260 e i 374 mila e che quello dell'installatore di panelli era unanimemente considerato il lavoro la cui richiesta sarebbe cresciuta più velocemente nei prossimi 10 anni. Alcuni inoltre hanno già calcolato che i nuovi dazi sull'importazione faranno crescere le tariffe dell'energia solare tra il 10 e il 15% a watt.

Trump e il presidente cinese Xi Jinping.

ANSA

Per tornare alla querelle Cina-Usa, in molti si aspettano che l'escalation delle tensioni commerciali possa portare a un pericoloso raffreddamento delle comunicazioni tra le prime economie mondiali. Davos in questo senso potrebbe offrire un terreno neutro per colloqui a margine che possano stemperare gli animi.

BILANCIA A FAVORE DEL DRAGONE. La paura di una guerra commerciale è viva e motivata. La bilancia commerciale tra le due nazioni pende a favore della Repubblica popolare per oltre 275 miliardi di dollari e chi opera in Cina è ben cosciente quanto l'ambiente si stia deteriorando per le aziende straniere e quanto siano aumentate, senza grandi proclami, le barriere commerciali.

DAVOS OCCASIONE PER LA PACE. Il direttore dell'Us Trade Representative Office Robert Lighthizer ha già usato toni molto bruschi contro Pechino sostenendo come sia stato un errore permettergli di entrare nel Wto nel 2001. Nelle seconde file però si cerca di calmierare le esternazioni chiedendo che sia Washington la prima a misurare le proprie azioni. E Davos potrebbe offrire questa occasione. Nessuno, tanto meno la Cina o gli Usa, hanno nulla da guadagnare da una guerra commerciale.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Correlati

Potresti esserti perso