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27 Gennaio Gen 2018 1800 27 gennaio 2018

Guerra delle valute, scenari di un risiko globale

Dopo le accuse di Draghi a Trump, sui mercati si soppesano le conseguenze dello scontro sui cambi. Dalle pressioni degli Usa sulla Fed alle armi spuntate della Bce: strategie e timori delle grandi economie.

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Mario Draghi ha accusato l’amministrazione Trump di giocare sporco sui cambi. E sui mercati si prospetta già lo scenario legato a una guerra delle monete in corso dal 2010 e dalla quale nessuna delle grande economie vuole recedere: cancellazione degli effetti positivi delle svalutazioni o degli allentamenti monetari come il Quantitative easing della Bce, eccessiva circolazione di capitale, rialzo dei prezzi e rischi di esplosioni di bolle e iperinflazione. La settimana si è chiusa con il cambio tra euro (ancora forte) e dollaro a quota 1,2417. Ha avuto effetti la sortita di Steven Mnuchin, segretario al Tesoro americano, che dopo la riduzione delle tasse e i dazi introdotti contro Cina e Corea del Sud ha fatto intendere nuovi indebolimenti del biglietto verde (poi correggendo il tiro), con interventi di politica monetaria che sono di stretta competenze della Fed. E in quest’ottica ha aiutato non poco l’uscita di Draghi che - fatti i conti con Trump - ha ricordato che a livello di Consiglio dei Governatori è passata la linea di non cambiare posizione rispetto a quanto deciso in ambito G20: nessuna svalutazione competitiva, mentre America ed Europa devono, pur con tempi diversi, uscire definitivamente dalle politiche di emergenza. Ma sarà davvero così?

PRESSIONI SULLA FED. Secondo gli operatori, la Bce ha le armi sempre più spuntate per difendere l’euro, pagando anche le critiche da parte tedesca. La Germania della terza Grosse Koalition vuole utilizzare il surplus economico legato all’export per rilanciare la domanda interna. Quindi i Bund devono riprendere la corsa e l’euro - con il quale si pagano i loro prodotti - deve rafforzarsi. Una posizione che non piace neppure all’alleato francese, figurarsi alle altre economie dell’area. Sul versante dei mercati poi gli operatori starebbero valutando se chiudere le posizioni in Europa per approfittare della convenienza dei Tbond. Proprio Oltreoceano Trump ha messo al centro del suo programma il riequilibrio della bilancia commerciale, in rosso di 500 miliardi di dollari all’anno. Che si può coprire soltanto con un aumento dell’indebitamento, quest’anno destinato a impennarsi perché c’è da finanziare la riforma fiscale. E non ci sono soluzioni alternative: Cina e Giappone sono sempre meno interessati ai titoli di Stato americani, gli europei si guardano bene dal portare i loro capitali negli Usa. Un calo del dollaro è naturale, ma la Casa Bianca farebbe pressioni sulle Fed per ulteriori interventi in questa direzione.

LE MOSSE DEL GIAPPONE. Sembrano chiare anche le mosse del Giappone, dopo le massicce immissioni di liquidità dell’ultimo biennio. La Bank of Japan sta rendendo molto appetibile lo yen per i mercati, riducendo i propri acquisti di obbligazioni a lunga scadenza. Tanto che la divisa nipponica, insieme con il franco e le monete scandinave, è secondo gli analisti uno degli strumenti finanziari più interessanti dove investire come bene rifugio. Questo lo scenario, ma non è detto che le cose vadano così. I cinesi, grandi sottoscrittori di debito americano, temono un ritorno della Fed a una politica accomodante. Benoit Coeurè, membro del comitato esecutivo della Bce a Davos - dove ha svolto il ruolo di ministro degli Esteri su mandato da Draghi - non soltanto ha ricordato che «la guerra valutaria è l'ultima cosa di cui abbiamo bisogno», ma ha fatto intendere che l’euro ancora forte allontana l’inflazione e quindi la fine del Quantitative easing e dei tassi bassi: «Se la volatilità sui cambi porta di fatto a una restrizione dell'espansione monetaria dovremo agire». Tenendo il Qe e i tassi bassi anche dopo settembre.

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