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28 Gennaio Gen 2018 0900 28 gennaio 2018

La lunga storia delle quote latte (e il prezzo per i cittadini)

Dalla sovrapproduzione di metà Anni 80 alle condanne odierne, passando per le inchieste sui deputati della Lega. Come 30 anni di malapolitica possono costarci 5 miliardi di euro.

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C'era una volta, molto tempo fa, un continente in cui c’erano «mari di latte» e «montagne di burro». Se l’incredibile storia delle quote latte fosse raccontata come una favola, inizierebbe così. Ma finirebbe con tutt’altro che un lieto fine, e cioè con circa 5 miliardi di euro che i cittadini italiani sono stati e saranno costretti a pagare a causa di quelle poche migliaia di allevatori che hanno ignorato le regole e di quelle decine di politici che dagli Anni 80 a oggi, passando dai ministri della Prima Repubblica ai prati verdi di Pontida, gli hanno promesso che avrebbero potuto farlo.

1. Tonnellate di latte e burro invenduti: all'origine del sistema

L'anno di nascita del sistema delle quote latte è il 1984, per intenderci quello della morte di Enrico Berlinguer e del primo computer Apple. C'erano Bettino Craxi a Roma e Margareth Thatcher a Londra. E nella allora Comunità economica europea venivano prodotte già dalla fine degli Anni 70 molte tonnellate di latte, latte in polvere e burro, eccedenti rispetto alla domanda del mercato. Secondo documenti della Commissione europea, si arrivò addirittura a 1 milione di tonnellate di eccedenza. E mentre i famosi mari di latte e le montagne di burro si accumulavano invenduti, le entrate degli allevatori, che pure godevano di sussidi europei per le esportazioni, andavano assottigliandosi. Per questo gli Stati della comunità europa, nel marzo del 1984, si accordarono per autolimitare la propria produzione. E per decidere quanto ogni Paese poteva produrre, presero semplicemente come riferimento la produzione dell'anno precedente, il 1983, e la divisero per i produttori, assegnando a ognuno una quota. Da allora chi avesse superato quel limite avrebbe dovuto pagare una sorta di tributo, molto svantaggioso, in modo che in tutta Europa la sovrapproduzione venisse sfavorita.

2. La promessa del ministro italiano: sforate e non pagherete

L'Italia però in quegli anni produceva meno del proprio fabbisogno nazionale, al contrario per esempio della Francia, tra le prime promotrici del sistema delle quote. In più gli allevamenti erano meno che microimprese e la raccolta dei dati e il monitoraggio avrebbero avuto bisogno di un'amministrazione dedicata che invece non esisteva (e non esistette per molto tempo, portando di fatto alla falsificazione dei dati). Sta di fatto che la quota italiana negoziata dal ministro della Dc Filippo Maria Pandolfi si fermò a 9 milioni di ettolitri. Pandolfi, che fu ministro anche dell'Industria, del Tesoro e delle Finanze e persino commissario europeo, compreso il pasticcio, rimediò a modo suo. Promise l'impunità agli allevatori che avrebbero sforato: l'Italia aveva condiviso le regole, ma se i suoi allevatori non le avessero rispettate non avrebbero dovuto mettere un soldo. Al loro posto, infatti, pagava lo Stato, cioè noi. Lo stesso fece il suo successore Calogero Mannino, tanto che nel 1997 la Corte dei conti emise una sentenza in di condanna per danno erariale in cui spiegava che i due avevano «volontariamente dato disposizioni nel senso di non osservare la normativa comunitaria». Furono salvati da una sanatoria e continuò a pagare il bilancio dello Stato. Sì, sempre noi.

3. Il 2009 e quell'ultimo scudo di Zaia a protezione degli evasori

L'Italia sforò le quote latte ininterrottamente dal 1995 fino al 2009. Già nel 1997, il giudizio del giornalista del Corriere della Sera, Arturo Guatelli, era netto: «Non scarichiamo le responsabilità sulle spalle degli iniqui regolamenti di Bruxelles, non prendiamocela con l'avidità agricola della Francia o della Germania, non inventiamo nemici inesistenti: se gli allevatori italiani stanno assediando con i loro trattori la città di Milano, la colpa è tutta dei vari governi, tecnici e politici, che si sono succeduti dal 1984 in poi in opera di disinformazione sistematica, che hanno scelto la strada della diseducazione civica, che hanno messo in ginocchio l'Italia agricola più efficiente». E che continuarono a farlo. Proprio nel 2009, ultimo anno dello sforamento, il ministro dell'Agricoltura Luca Zaia impedì a Equitalia, il braccio dell'Agenzia delle entrate creato dal suo governo, di riscuotere le somme evase. E proprio questa decisione è stata uno dei principali ostacoli alla riscossione incompiuta che il 24 gennaio di quest'anno ci ha fatto condannare al tribunale Ue.

4. La condanna nella condanna per proteggere 1.000 irregolari

Nel frattempo, siccome il sistema iniziale era calcolato sulla produzione del 1983, venne più volte revisionato e rinegoziato: nel 1992 e nel 2003. L'italia ottenne prima un aumento della sua quota del 10% e poi che tutti gli altri leader di governo accettassero un piano di rateizzazione dei pagamenti delle quote eluse nell'arco di 14 anni, che permetteva agli allevatori italiani di non pagare gli interessi maturati con i ritardi. Peccato che lo Stato italiano ha deciso di sforare anche su questo. All'inizio del 2011, infatti, fu prorogata di sei mesi la scadenza di una delle rate. Sulla carta l'obiettivo era aiutare gli allevatori in un momento di difficoltà, il risultato è che la finestra aggiuntiva è stata utilizzata solo da un migliaio di persone e per cifre, secondo Repubblica, inferiori ai 100 euro. In compenso la Corte Ue a ottobre di quest'anno ci ha condannato perché ha considerato l'intervento l'ennesimo aiuto di Stato a favore del settore. Ora se arrivasse una probabile seconda condanna saremmo obbligati a pagare una multa.

Alla fine nel 2015 il sistema delle quote è stato definitivamente abbandonato. L'Italia è ancora alle prese con problemi superati

5. Il boom della domanda e l'abbandono delle quote nel 2015

Le regole sulle quote latte normavano il più importante settore agricolo europeo, 650 mila aziende lattiero casearie, 55 miliardi di euro di produzione, e il 13% dei ricavi dell'agricoltura italiana. La Cee, oltre alle quote, all'inizio prevedeva un prezzo garantito per il burro e il latte. Ma progressivamente il meccanismo è divenuto pù flessibile: negli Anni 2000 è stato eliminato prezzo garantito e la Commissione è intervenuta solo nei casi di crisi in aiuto degli allevatori che tuttavia attraverso la Pac potevano ottenere aiuti ad hoc. Nel frattempo la domanda globale di latticini è cresciuta, dal 2003 al 2013, del 26%, e con essa l'export (più 69% nello stesso periodo). E alla fine nel 2015 il sistema delle quote è stato definitivamente abbandonato. Ci sono voluti 11 anni per preparare il passaggio, ma con l'aumento dei consumi dei Paesi in rapidissimo sviluppo le quote avevano dimostrato i loro limiti: nel 2013-2014, ad esempio, a fronte di otto Stati che sforavano la loro quota gli altri 20 producevano ben sotto il limite. Oggi l'Ue continua a monitorare il settore, dalle quotazioni del burro a quelle dei formaggi. L'Italia è ancora alle prese con problemi superati.

6. Le indagini per truffa sui leghisti e sulla Credieuronord

L'insistenza della politica sul punto non è casuale. Nel passaggio tra Prima e Seconda Repubblica infatti gli sforatori di ieri diventarono legislatori. Un esempio è Giovanni Robusti: prima leader dei Cobas, entrò in Senato col Carroccio. Fu indagato per truffa per aver organizzato un sistema di cooperative che sforavano le quote ed eludevano i pagamenti dei contributi. Fu condannato in primo grado, poi assolto in appello, alla fine la Cassazione decise che il processo era da rifare. Caso ancora più interessante: Fabio Rainieri, altro leader Cobas, promosso addirittura presidente della Commissione agricoltura alla Camera, anche lui fu accusato dai magistrati di avere messo in piedi un sistema di coop con lo scopo di evadere i pagamenti. Solo il suo singolo allevamento ha maturato un debito con l'Ue e quindi con lo Stato italiano di 1 milione e 700 mila euro. Fu condannato in primo grado, il secondo è stato bloccato dalla prescrizione. Ma - e questo è ciò che conta di più - nelle carte del suo dibattimento viene raccontato come la Credieuronord, la famosa banca della Lega poi fallita, venisse utilizzata dagli allevatori come intermediario per evitare di pagare i contributi all'Ue e figurare come se tutto fosse in regola. Molto prima di Belsito, molto prima dei diamanti della Tanzania, c’erano le quote latte.

7. Recuperato solo il 21% dei fondi, il resto pagato da tutti gli italiani

Nel 2014 la Corte dei conti italiana rilevò che, mentre Roma aveva già pagato le multe a Bruxelles, la riscossione nei confronti degli allevatori non era ancora cominciata. Oggi la Corte Ue ci ha condannato perché mancano ancora fondi: si tratta all'incirca di 1,2 miliardi. Secondo le cifre riportate dalla sentenza, infatti, l'Italia dovrebbe recuperare 1,554 miliardi ma diverse centinaia di milioni non sono già più recuperabili per bancarotta del produttore o per annullamento del pagamento da parte dei tribunali italiani. Finora sono stati recuperati solo 282 milioni di euro, il 21% del dovuto. E almeno 500 milioni di euro sono bloccati da contenziosi giuridici.

8. Due mesi di tempo per convincere Bruxelles

Nel 1991-95, si calcolava che l'Italia dovesse pagare 7.800 miliardi a Bruxelles. Siamo riusciti anche a ottenere uno sconto della metà, ma comunque per rimborsare l'Ue abbiamo rinunciato a 1.000 miliardi di fondi europei per un quadriennio. Diciamo che ogni anno di quote latte sforate corrispondeva a 300-400 miliardi di lire di buco che si sono tradotti in meno ai servizi ai cittadini. Fino a che, a un certo punto, l'Ue ci ha detto che non deve pagare lo Stato ma chi ha violato le regole, e quindi ha iniziato a chiederci di recuperare il dovuto dagli allevatori. Il ministro dell'Agricoltura Martina dice che finora abbiamo già pagato 4,5 miliardi di euro per questo pasticcio. Ora però siamo stati condannati in primo grado dalla Corte Ue, l'Italia ha due mesi di tempo per convincere Bruxelles che sta facendo qualcosa, altrimenti rischiamo il secondo deferimento alla Corte di giustizia. E in questo caso una sanzione che con tutta probabilità porterebbe rapidamente il conto a 5 miliardi e oltre.

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