Le Maire, difendiamo interessi Francia
29 Gennaio Gen 2018 1055 29 gennaio 2018

Europa, Parigi ammette gli errori di Merkel e Sarkozy

Il ministro delle Finanze Le Maire rinnega le posizioni del 2010. E si schiera contro i think tank di Parigi e Berlino sia sulla regolamentazione dei titoli di Stato nelle banche sia sulla ristrutturazione dei debiti. In difesa anche dell'Italia.

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da Bruxelles

Lo scudo dell'Italia forse si chiama davvero Emmanuel Macron. O sarebbe meglio dire Bruno Le Maire, il ministro delle Finanze che il leader di En Marche ha preso a prestito dai conservatori e che durante la presidenza Sarkozy era responsabile dell'Agricoltura. E sì, perché mentre in Italia si polemizzava sulla critica di Pier Carlo Padoan alla flat tax di Berlusconi (proposta da «fatina blu») o sulle sue dichiarazioni riguardanti i timori dell'Ecofin circa l'incertezza del voto italiano, proprio lo stesso giorno, il 23 gennaio, e in quello stesso vertice dei ministri delle Finanze europei, Le Maire prendeva una posizione fondamentale per il futuro dell'Eurozona. E dell'Italia.

LA PREOCCUPAZIONE DI ROMA. Quello del 23 gennaio è stato uno dei pochi dibattiti pubblici in seno all'Ecofin, una delle poche occasioni in cui la stampa ha accesso direttamente alle dichiarazioni espresse da ognuna delle 28 nazioni nel corso della discussione. Ma più che discussione, si dovrebbe parlare di giro di tavolo: tutti i Paesi sono stati infatti chiamati a esprimersi sui dossier più importanti dell'anno: il completamento dell'unione bancaria e la riforma dell'Eurozona. Ovviamente il punto di partenza erano le proposte già avanzate dalla Commissione europea o discusse in altri summit, attraverso paper presentati dalle diverse Capitali. E tra queste ce ne sono diverse che preoccupano Roma e non poco.

Per esempio, si prenda l'idea di regolamentare i titoli di Stato in pancia agli istituti di credito. Lanciata per la prima volta e senza troppo successo dall'Olanda durante la sua presidenza di turno del 2016, è stata rilanciata negli ultimi mesi dal numero uno della Bundesbank Jens Weidmann come nuova condizione per ottenere l'unione bancaria, stravolgendo completamente la road map su cui i ministri e i capi di Stato si erano accordati. La proposta è stata oggetto anche di uno studio approfondito del think tank Bruegel di Bruxelles ed è stata ripresentata a dicembre sia dall'Olanda sia nel report realizzato dai maggiori pensatoi di Berlino e Parigi come base possibile di un accordo tra Francia e Germania sulla nuova Area euro. Il tutto mentre la Bce e pure la Commissione europea ribadiscono ufficialmente che non si può procedere alla regolamentazione in modo unilaterale e cioè senza un accordo a livello internazionale. La determinazione con cui la misura, come un fiume carsico, torna nel dibattito ha portato Padoan a esplicitare quanto possa essere negativa per l'Italia: «Peggio del Fiscal compact», ha sintetizzato in una delle ultime interviste.

RISTRUTTURAZIONI PERICOLOSE. Lo stesso si può dire dell'idea di creare un meccanismo di ristrutturazione del debito sovrano simile a quello adottato per le banche. Esattamente come accade per gli istituti di credito, per i quali si è chiarito cosa succede (e chi paga) in caso di risoluzione, alcuni Stati Ue vorrebbero che si decidesse la procedura da seguire anche nel caso in cui a fallire fossero le finanze pubbliche di un Paese membro. Con la possibilità che a metterci i soldi, oltre al Fondo monetario europeo, siano anche i creditori privati che nei titoli di Stato del Paese sofferente hanno investito. L'idea non è affatto nuova, anzi si può dire che è un pallino di Angela Merkel dal 2010, ai tempi del primo salvataggio della Grecia, fatto salvo che in quel caso le banche francesi e tedesche che avevano investito nei bond ellenici furono per buona parte salvate dal denaro di tutti gli europei.

UNA AMMISSIONE DI DEBOLEZZA. Il principio di un meccanismo regolato per i default è stato enunciato molto chiaramente nel "non paper" lasciato in eredità dal ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schäuble nel suo ultimo Eurogruppo, è stato riproposto nel documento dei think tank franco-tedeschi e il 23 gennaio all'Ecofin è stato rilanciato dai soliti olandesi. La questione pone però dei problemi enormi. Già dire ai mercati: "Ora vi spieghiamo chi paga in caso di default di uno Stato Ue" significa ammettere che i Paesi membri possono fallire, e quindi sottolineare che ogni Stato viaggia sul suo debito e i suoi fondamentali e che avere una moneta in comune non significa nulla. Equivale insomma ammettere le debolezze del sistema e permettere ai mercati di specularci. Ma, soprattutto, è un errore già commesso da Merkel e da quello che era il leader del partito di Le Maire, Nicolas Sarkozy. Non è quindi un caso che proprio il ministro francese abbia alzato la voce contro questi progetti.

Sarkozy e Merkel a Deauville nel 2010.

Nel suo intervento Le Maire si è allineato alla Bce che aveva difeso di fronte ai ministri delle Finanze la necessità e l'urgenza di una unione bancaria, rinviata sine die dai Paesi del Nord Europa: «L'unione bancaria è la priorità. Dobbiamo proseguire nella condivisione dei rischi. Sono state prese molte decisioni difficili, molto è stato fatto sugli Npl. C'è un percorso da fare per una ulteriore riduzione, ma mettiamo i progressi davanti a ciò che ancora non va». E poi ha aggiunto deciso: «Sull'unione bancaria bisogna rimanere molto prudenti quando si tratta di debito sovrano. Quando abbiamo aperto questo tema si era aggravata la crisi economica, erano stati dati cattivi segnali ai mercati. Mi ricordo benissimo cosa è successo nel 2010». «Quindi», ha concluso, «invito alla massima cautela in merito. Vorrei la certezza che si raggiungeranno buoni risultati, ma sono estremamente scettico e ho grosse riserve».

PAROLA D'ORDINE: PRUDENZA. A quale dei due dossier si riferisse - se titoli di Stato delle banche o ristrutturazione del debito - lo ha spiegato a Lettera43 direttamente la sua portavoce: «Il ministro sostiene che tutto quello che ha a che fare con il trattamento del debito sovrano debba essere trattato con la massima prudenza». Ed è una presa di posizione fondamentale visto che la riforma dell'Eurozona si fonderà di fatto sul pre-accordo che dovrebbero trovare Berlino e Parigi entro metà marzo.

LE CONSEGUENZE DI DEAUVILLE. Il riferimento agli eventi del 2010 è invece chiarissimo: Le Maire parla della tristemente celebre dichiarazione di Deauville, località sulla costa della Normandia dove Merkel e Sarkò si incontrarono come due amanti nell'ottobre di quell'anno. Mentre i ministri degli altri Paesi europei erano riuniti in un vertice formale, i due leader europei fecero un annuncio a sorpresa spiegando, tra le altre cose, che nel caso di default di uno Stato dell'Eurozona ci sarebbe stato il «coinvolgimento degli investitori privati». Con Andrea Bonanni di Repubblica, l'ex premier Mario Monti lo definì «il momento più alto dell'egemonia franco-tedesca in Europa». Che però coincise anche con l'inizio della crisi dei debiti sovrani terminata con il what ever it takes di Mario Draghi nel maggio del 2011.

UN ERRORE DA NON RIPETERE. I mercati reagirono al messaggio implicito dei due leader: non c'era garanzia sulle finanze pubbliche dell'Eurozona e così iniziarono a prezzare di più i titoli di Stato del Sud Europa e a utiizzare i bund tedeschi come beni rifugio. Per questo Deauville se da un lato fu il culmine dell'egemonia di Parigi e Berlino, dall'altro segnò anche la sua fine a favore di una Eurozona a trazione univoca tedesca. Ora a più di sette anni di distanza, almeno uno dei ministri seduti nella prestigiosa sala del Consiglio sembra aver imparato da quegli errori. E anche se per molti governi, pure insospettabili come quelli del Benelux, sembra valere ancora l'approccio di Schäuble - in cui contano più le regole che i loro effetti economici - è già un passo avanti.

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