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5 Febbraio Feb 2018 1700 05 febbraio 2018

Qual è lo stato di salute delle imprese italiane

Il 2017 è stato un anno positivo. Ma ogni giorno hanno chiuso 36 aziende. Bollino nero per Lombardia, Lazio e Campania. Mentre i marchi del made in Italy continuano a passare in mani straniere. E non sempre è un male.

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La crisi ha reso più leggeri i portafogli e corti gli scontrini. Il peggio, dicono, è passato, ma il periodo della recessione lascia dietro di sé un campo di battaglia che conta più caduti che feriti. Le recenti vicissitudini della veronese Melegatti, sorretta dalla generosità dei consumatori e dell'alessandrina Borsalino, che si avvia al fallimento, ricordano che anche i grandi marchi sono esposti al rischio chiusura tanto quanto le piccole imprese. E rassicura fino a un certo punto il fatto che l'indice Pmi che monitora il settore dei servizi è salito più del previsto a gennaio toccando i massimi da luglio del 2007 a 57,7 punti da 55,4 di dicembre.

Chiudono ancora 36 imprese al giorno

Secondo l'analisi Cribis D&B, nel quarto trimestre del 2017 in Italia sono fallite 3.283 imprese, in media circa 36 attività ogni giorno. Un numero impressionante ma comunque migliore rispetto a un anno fa. A dicembre 2017 infatti sono state 11.939 le aziende che hanno portato i libri in tribunale, l’11,3% in meno rispetto al 2016.

La Lombardia è la regione più colpita

Nord-Ovest e Nord-Est, un tempo locomotive del Paese, registrano i risultati più difficili da digerire. Oltre la metà delle attività fallite (52,2%) si concentra in quattro regioni. La Lombardia, con 2.514 casi nel corso del 2017, e una incidenza sul totale Italia del 21,1%, si conferma quella con il maggior numero di fallimenti mentre la seconda regione più colpita è il Lazio, con 1.531 casi e un’incidenza sul totale Italia del 12.8% seguita dal Veneto (1.014 aziende fallite e relativa incidenza dell’8.5%).

Cappelli Borsalino.

Grandi marchi comprati all'estero

Non ci sono solo grandi marchi scomparsi o in sofferenza, ma anche marchi che hanno fatto la storia del made in Italy che sono passati in mani straniere. Alcuni politici sostengono che il nostro Paese sia diventato una sorta di outlet per i paperoni invasori. La realtà non è sempre così drammatica perché se è vero che, spesso, una acquisizione può portare alla perdita del know how, allo smembramento societario e alla delocalizzazione della produzione, è anche vero che, il più delle volte, consente alle imprese nostrane di approdare in mercati che altrimenti resterebbero preclusi. È il caso della Birra Peroni, acquistata nel 2016 dalla giapponese Asahi Breweries; di Pernigotti, che dal 2013 è divenuta proprietà del gruppo turco Toksöz, della catena di gelaterie Grom, finita alla statunitense Unilever pur restando autonoma o della Pasta Garofalo acquisita dagli iberici di Ebro Foods. Pare destinata all'acquisizione da parte dei cinesi di Fosun anche La Perla.

Italia più predatrice che preda

Secondo il rapporto del Politecnico di Milano Italy inbound: look no further – Foreign direct investments in Italy (focalizzato sulle imprese medio-piccole), non solo nel 57% dei casi l’acquirente è strategico, cioè compra per mettere in cassaforte un investimento sul lungo periodo, ma l'Italia al netto delle incursioni estere appena elencate rimane molto più predatrice che preda: facciamo incetta di aziende che operano fuori dai nostri confini ma restiamo poco appetibili agli investitori stranieri. E questo non è un bene.

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