Borsa: Milano apre in rialzo (+0,59%)
6 Febbraio Feb 2018 1044 06 febbraio 2018

L'indice di Buffett ci dice che la corsa di Wall Street è finita

Si teme un effetto domino che, dagli Usa, contagi anche l'Europa. L'analista ed economista Francesco Daveri: «L’aumento osservato nei valori di Borsa dall’elezione di Trump fino ad oggi non ha corrispettivi nei dati delle aziende».

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L’America è arrivata a un punto di svolta? È finita, cioè, la corsa dei listini? La domanda che sta tenendo appesi gli investitori e che aleggia questa mattina sulle Borse europee, tutte in caduta, non può ovviamente avere una risposta certa. Esiste però un indice molto semplice che ci aiuta a capire come ci siano tutti i presupposti di un ridimensionamento di lungo periodo. Questo indice si chiama indice di Buffett e indica il rapporto tra il valore delle azioni in un determinato Paese e il suo prodotto interno lordo.

LA BOLLA DELLA NEW ECONOMY DEL 2000. Appena la settimana scorsa l’economista Francesco Daveri, in un incontro all’Ispi di Milano, aveva mostrato il diagramma degli ultimi anni che mostra come l’indice di Buffett sia pericolosamente vicino ai massimi toccati prima del crollo della bolla della new economy, nel 2000. Allora l’indice toccò il 151%, per poi crollare drasticamente subito dopo, riprendersi, toccare un minimo del 59,5% nella crisi del 2008 e poi risalire. A metà gennaio, come si vede dal grafico, ha toccato quota 149%.

«È ovvio che ci sia un momento», spiega Daveri a Lettera43.it, «in cui gli investitori si chiedono se non siano stati troppo ottimisti sull’andamento dei mercati. Da quando Trump è stato eletto, ha fatto di tutto per rinvigorire la fiducia degli investitori che inizialmente gli hanno dato credito, poi c’è stata una pausa di riflessione, quindi una nuova ripresa, spinta dall’euforia per la riforma fiscale. Rimane il fatto che l’aumento osservato nei valori di Borsa dall’elezione di Trump fino ad oggi non ha corrispettivi nei dati delle aziende. I multipli (ovvero il rapporto tra gli utili e i fatturati di un’azienda dall’altra e i valori di Borsa, ndr) sono molto alti».

UN RIDIMENSIONAMNETO FISIOLOGICO. Detto in altre parole, l’economia reale degli Usa, che pure cresce, non lo fa così tanto da giustificare i prezzi da capogiro delle azioni delle ultime settimane. Il ridimensionamento, quindi, è fisiologico. Ma quanto andrà avanti? «Vedremo nei giorni a venire se gli investitori si saranno accontentati della presa di beneficio immediata o se invece continueranno a vendere». E i riflessi sull’Europa? «Per ora quello che vediamo da noi è la semplice conseguenza di quanto successo in America. Le cose potrebbero cambiare se chi succederà a Draghi nella Bce non lo seguirà nella linea di difesa a tutti i costi dell’euro che lui aveva sposato con il celebre “whatever it takes”, qualunque cosa serva. Su questo ci potrebbe essere qualche inquietudine sui mercati».

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