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12 Febbraio Feb 2018 0800 12 febbraio 2018

«Prima gli italiani»: lo slogan padre di tutte le bufale

I migranti producono l'8,9% del Pil e costano in welfare e sicurezza meno del 2%. Per Bce e Ocse i cittadini stranieri non danneggiano i "nativi", anzi: sono pagati meno e le differenze riguardano pure le seconde generazioni.

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Luigi di Maio, Ivrea, 14 gennaio 2018: «Prima lavoriamo alle politiche di sostegno alle famiglie italiane». Matteo Salvini, 7 febbraio, Parlamento europeo: «Prima gli italiani». Giorgia Meloni, 30 gennaio, Tg1: «Prima gli italiani è il programma di Fratelli d'Italia». CasaPound, 21 marzo 2017, nota alle agenzie di stampa: «Abbiamo registrato il marchio Prima gli italiani». L'Italia è diventata una Repubblica invasa dagli stranieri? Lo slogan che unisce la destra e la Lega alleate di Berlusconi, il Movimento 5 stelle e il partito neofascista CasaPound sembra essere entrato nel senso comune, a giudicare dalla percezione che gli italiani hanno del fenomeno immigrazione. Il 38% crede che l'immigrazione sia la minaccia principale per l'Italia, preceduto solo dal 40% che indica invece nella crisi economica la priorità di cui occuparsi, secondo il sondaggio Ipsos commissionato dall'Ispi a ottobre 2017. Più della metà, poi, e a dirlo è l'ultima rilevazione Eurispes, è convinta che in Italia ci siano più cittadini di diversa nazionalità di quanti effettivamente ce ne sono, molti di più. Gli stranieri nel nostro Paese rappresentano l'8% della popolazione, ma più del 50% degli italiani è convinto che siano il 16% o addirittura il 24%. Dal 2007 al 2015 il numero di stranieri residenti in Italia è passato da 3 a poco più di 5 milioni.

I CITTADINI STRANIERI PRODUCONO RICCHEZZA. L'affermazione «Prima gli italiani» lascia intendere che questi 5 milioni di nuovi cittadini siano favoriti, privilegiati, che a loro vadano più servizi e tutele rispetto a quelle di cui godono i nativi e che l'accoglienza delle altre migliaia di persone che ogni anno raggiungono il nostro Paese soprattutto via mare dal Nordafrica – un numero che nel 2017 è stato inferiore del 34% rispetto al 2016 – abbia costi insostenibili. È davvero così? Un po' di dati potrebbero tornare utili. L'ultimo documento di programmazione economica e finanziaria del governo Gentiloni dice che, al netto dei contributi europei, nel 2018 le spese per l'accoglienza e il soccorso dei migranti potrebbero arrivare a 4,6 miliardi, lo 0,27% del Pil. Ma i cittadini stranieri che lavorano nel nostro Paese producono anche molta ricchezza. La Fondazione Leone Moressa, che è specializzata in studi sull'immigrazione, calcola che nel 2015 2,4 milioni di migranti occupati in Italia abbiano prodotto 127 miliardi di valore aggiunto, l'8,9% del Pil. Nel 2014 i migranti hanno versato più di 10 miliardi di contributi previdenziali e 6,8 miliardi di Irpef (l'8,7% del totale). Ma quanto costano allo Stato questi nuovi “cittadini”: meno del 2% della spesa pubblica italiana per welfare e sicurezza.

L'8 febbraio la Banca centrale europea, nel suo bollettino trimestrale, ha dedicato una sezione ampia agli effetti dell'immigrazione sul lavoro. I flussi in arrivo in Italia, Germania e Austria sono in crescita, dice l'istituto di Francoforte, ma «l'impatto sulla forza lavoro è rimasto finora limitato». In Europa, la situazione del mercato del lavoro per i migranti resta «meno favorevole» che per i cittadini europei: vengono pagati meno e spesso sono più qualificati delle mansioni che svolgono in misura maggiore di quanto accada ai “nativi”. Tra i cittadini stranieri, dice la Bce, «la percentuale di lavoro temporaneo è più alta, il reddito è più basso e le condizioni di vita e i punteggi dei bambini nel sondaggio Pisa sulle conoscenze e le competenze sono peggiori». In altri termini per i figli dei migranti nati in Europa le cose non vanno meglio, dice la Bce: le differenze con i cittadini europei sul mercato del lavoro continuano anche nelle generazioni successive.

GLI IMMIGRATI? SONO COMPLEMENTARI AI "NATIVI". Dunque nessuna competizione tra migranti e chi li accoglie sul mercato del lavoro? «Studi empirici rilevano che gli immigrati sono complementari ai cittadini nazionali, il che si traduce in un miglioramento della situazione e dei salari del mercato del lavoro nazionale», si legge nel rapporto. «Gli studi condotti in Europa e negli Stati Uniti hanno mostrato soprattutto che gli immigranti apportano competenze, idee e connessioni complementari e riempiono importanti nicchie in settori dell'economia in rapida crescita e in declino». In Italia, il valore mediano degli stipendi dei dipendenti italiani è di 1.300 euro, quello degli stranieri di 1.000 euro.

UN GAP CHE SI TRAMANDA AI FIGLI DEI MIGRANTI. Altre conferme di quello che dice la Banca Centrale Europea si trova in un rapporto dell'Ocse secondo il quale, in media, «il 36% degli immigrati hanno una bassa alfabetizzazione contro il 25% dei nativi: il 64,8% è occupato, contro il 66,3% dei cittadini nati nel Paese ospitante» ma i cittadini stranieri che lavorano «hanno il doppio delle probabilità rispetto ai loro pari “nativi” di vivere al di sotto della soglia di povertà». Anche l'Ocse sottolinea che i figli di immigrati «cresciuti e istruiti nel Paese ospitante devono affrontare svantaggi rispetto ai bambini di genitori nativi. Nell'Unione Europea, il tasso di disoccupazione giovanile tra i discendenti di immigrati è quasi del 50% superiore rispetto a quello dei giovani con genitori nativi. Nei Paesi Ocse non appartenenti all'Ue, i tassi dei due gruppi sono simili». Una dato che vale anche per il nostro Paese, prima gli italiani.

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