Ok a Dpcm su piano ambientale Ilva
13 Febbraio Feb 2018 0800 13 febbraio 2018

Ilva, la trattativa si fa a pezzi

Incontri su piano industriale, ambientale, diritti e salari. Il governo vuole chiudere, ma con i sindacati le posizioni sono distanti. Sullo sfondo lo sfida elettorale Bellanova-D'Alema.

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Il governo vuole stringere, la Fiom frena. E l'accordo sull'Ilva rischia di finire sballottato tra i marosi della campagna elettorale, con tanto di polemica sul Jobs Act. Anche perché proprio in Puglia ci sarà una delle sfide all'O.K. Corral tra il Pd e i fuoriusciti a sinistra, con il viceministro Teresa Bellanova schierata dal Pd nel collegio del Salento contro Massimo D'Alema. L'incontro tra sindacati, amministrazione straordinaria, AmInvest (la nuova proprietà che vede Arcelor Mittal affiancata dal gruppo Marcegaglia) e governo lunedì 12 febbraio a Roma si è risolto di fatto con un accordo sul metodo del confronto, ma non certo sui contenuti. Il vertice è stato preceduto da una lunga riunione ristretta alla quale hanno partecipato, oltre al Ceo di AmInvestCo Matthieu Jehl e al viceministro Teresa Bellanova, il segretario generale della Fiom Francesca Re David e il segretario generale della Uilm Rocco Palombella. A questo pre-incontro non ha partecipato il segretario generale della Fim-Cisl Marco Bentivogli. Da adesso in poi, si è deciso, via a una serie di incontri tematici sui nodi irrisolti: piano industriale e ambientale, quanti posti di lavoro, con quali tutele per i lavoratori e quali salari.

La frenata della Fiom è nelle parole della segretaria nazionale Francesca Re David: «Per noi la vertenza deve ancora iniziare». All'opposto il segretario della Fim-Cisl Taranto-Brindisi Valerio D'Alò ha detto che «è necessario esplorare accuratamente tutte le tematiche ancora non chiare per vedere se ci sono le condizioni per una possibile intesa in tempi brevi». Molti i punti da risolvere, ma essenzialmente riconducibili a due questioni: quante persone lavorano e con quale inquadramento. L'azienda ha parlato di un'occupazione di 10 mila persone circa contro le attuali 14.200. Inoltre vorrebbe una "discontinuità contrattuale" che vuol dire, in altre parole, licenziare e riassumere con le nuove regole. La Cgil su questo ultimo punto proprio non ci sente, gli altri sindacati sono più morbidi. Ma molte incognite rimangono anche sulla sorte dei tre siti dell'azienda - oltre a Taranto -, cosa succederà e come lavoreranno gli stabilimenti di Genova e Novi Ligure? Rosario Rappa, Fiom, prova a tenere il punto sull'occupazione: «Con una produzione di 10 milioni di tonnellate l'anno - otto diretti e due di bramme - a regime tra cinque anni ci aspettiamo la piena occupazione di tutti gli attuali lavoratori».

Il viceministro Bellanova dovrà sfidare nel Salento D'Alema, nel seggio uninominale che per il Lider maximo vale il posto al parlamento

Il viceministro Teresa Bellanova già a gennaio si era data come obiettivo quello di chiudere a febbraio. Adesso comunque vorrebbe una soluzione in tempi brevi, brevissimi. Anche perché sa che più si avvicinano le elezioni più le cose si complicano: alla lunghissima lotta tra il presidente della Regione Emiliano e il premier Renzi adesso si è aggiunto il clima pre-elettorale che la vede coinvolta in prima persona, visto che dovrà sfidare nel Salento D'Alema nel seggio uninominale che per il Lider maximo vale il posto al parlamento. Vero è che per lei, al contrario che per D'Alema, si aprirà comunque il paracadute del listino dell'Emilia-Romagna, ma il testa a testa rimane. Senza contare che già Bellanova è stata criticata da sinistra, come ex Cgil, per il suo appoggio al Jobs Act. Che adesso è parte della trattativa sull'Ilva.

A DESTRA METTONO LA FRECCIA. I due, Bellanova e D'Alema, hanno iniziato a pungersi già il mese scorso. «Massimo D’Alema non sa di che parla» aveva risposto Bellanova alle critiche di D'Alema sulla gestione del caso Ilva, parlando di svolta dell'ultimo governo dopo «decenni di disattenzione o, peggio, colpevole connivenza», parole non proprio casuali o leggere se si ricorda la lunga polemica sul finanziamento dell'ex proprietario delle acciaierie Riva a Pierluigi Bersani per le elezioni del 2006 (98 mila euro). Intanto a destra, fiutando lo scontro fratricida a sinistra, mettono la freccia per il sorpasso: «Assistiamo basiti a uno spettacolo indecente, una continua lite, adesso scivolata quasi in rissa fisica in alcuni casi, con un governo regionale che è impegnato nel litigare col governo centrale. C'è una irresponsabilità totale». Raffaele Fitto dixit, europarlamentare Noi con l'Italia-Udc.

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