Qwant
24 Febbraio Feb 2018 1740 24 febbraio 2018

Come va Qwant, il motore di ricerca europeo alternativo a Google

È sbarcato in Italia a ottobre 2017. Tra attività di lobby e campagne pubblicitarie: «Puntiamo al 5% del mercato del search. Senza sfruttare i vostri dati personali». Cdp francese e Bei tra gli investitori. L'analisi.

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Un po' di lobby, investimenti tecnologici, pubblicità sui media tradizionali. A ottobre 2017 Qwant è sbarcato in Italia. Vuole essere il motore di ricerca alternativo a Google, anche se per adesso si muove su percentuali di traffico molto piccole. Si può costruire un modello di business alternativo in un settore dominato da un solo soggetto?

«RISPOSTE POSITIVE IN ITALIA». Lo abbiamo chiesto al country manager della start up nata nel 2013 in Francia e che vuole conquistare una quota del mercato europeo nelle ricerche online del 5% nel 2020: «Le prime risposte che stiamo avendo da investitori e pubblico italiano sono positive, ma siamo solo agli inizi», spiega Fabiano Lazzarini. In Francia, invece, Qwant ha già oggi una quota del 4%.

VALUTAZIONE EXTRA ECONOMICHE. La storia di Qwant è interessante per capire come valutazioni di carattere extra economico - sensibilità crescente per la tutela della privacy, valutazioni geo-politiche sullo strapotere dell'industria americana, critica dei monopoli - stiano creando nicchie di mercato potenzialmente profittevoli. Sebbene una quota del 5% del search possa sembrare un obiettivo non molto ambizioso, bisogna tenere conto dei volumi di affari di cui stiamo parlando: in Francia il search vale 1,4 miliardi, 800 milioni in Italia.

La homepage di Qwant.

All'apparenza Qwant non è molto diverso da altri motori di ricerca. Nella homepage compare una grande barra dove digitare la parola cercata, appena sotto il simbolo arcobaleno della start up. La particolarità però è che, al contrario di Google, Qwant rinuncia a quello che viene definito il “nuovo petrolio”, ossia lo sfruttamento dei nostri dati personali.

NÉ PROFILAZIONE NÉ COOKIE. Chi usa questo motore di ricerca non viene profilato, non ci sono cookie, i risultati riportati sono uguali per tutti e non personalizzati a seconda della “storia” di chi effettua la ricerca. Così facendo Qwant rinuncia a un'enorme fonte di ricavi, basando il suo modello di business semplicemente sui risultati a pagamento che compaiono in cima a ogni ricerca. Attraverso semplici query si possono scoprire alcuni degli investitori italiani di Qwant: Booking, Amazon, Sorgenia, Facile.it, per citare solo alcuni nomi.

«DIFENDIAMO LA VITA PRIVATA». «In Francia», spiega Lazzarini, «abbiamo visto come le persone siano sempre più consce del fatto che cedere i propri dati permette ad altri di avere informazioni molto precise sulla propria vita privata: è dimostrato come si possano ricostruire i nostri livelli di reddito, la nostra religione, le nostre preferenze sessuali solo analizzando le ricerche online. Più questa consapevolezza crescerà, più crescerà il nostro mercato».

PATRIOT ACT PER I COLOSSI USA. E c'è un tema di sovranità nazionale, ricorda inoltre Lazzarini: «Tutti i grandi gruppi tecnologici sono americani e devono sottostare al Patriot act che disciplina la raccolta dati con regole diverse da quelle europee».

In Italia abbiamo intrapreso una attività di contatti con i diversi organi competenti: Agcom, Antitrust, Garante della privacy

Fabiano Lazzarini, country manager di Qwant

La scommessa di Qwant è stata quella di tradurre queste due preoccupazioni in un modello di business che però, per imporsi, ha bisogno di investimenti e azioni laterali rispetto al semplice sviluppo del prodotto. «Innanzitutto, visto che stiamo parlando di un settore dove c'è una evidente questione di posizione dominante, abbiamo lavorato per far sentire la nostra voce».

DELICATI EQUILIBRI DEL WEB. Questo vuol dire fare lobby in sede europea, e non solo: «In Italia abbiamo intrapreso una attività di contatti con i diversi organi competenti: Agcom, Antitrust, Garante della privacy. Ci saranno audizioni per conoscere il mercato del search, verrà aperta una consultazione pubblica. Soprattutto adesso che siamo sotto elezioni, la questione degli equilibri sul web e delle capacità di orientamento è dirompente».

«DIFFICOLTÀ SUL MOBILE». In seconda battuta, ma intrecciata alla prima questione, c'è il tema tecnologico: «Abbiamo difficoltà soprattutto sul mobile, dove è più difficile per chi possiede cellulari Android staccarsi dai servizi integrati di Google. Abbiamo sviluppato una app per superare il problema». Terza questione, la visibilità, affrontata con una campagna pubblicitaria tutta concentrata sui rischi della cessione dei propri dati personali.

«Vogliamo far capire che essere tracciati significa perdere un po' della propria libertà», conclude Lazzarini. Per farlo servono anche molti soldi: Qwant da questo punto di vista è un altro esperimento interessante perché prevede, al contrario di quanto succede in America, un sostegno finanziario esplicito da parte di soggetti pubblici: la società ha tra i suoi soci, accanto al management, un colosso delle dimensioni dell'editore tedesco Axel Springer, ma anche la Cassa depositi e prestiti (Cdp) francese ha investito una “chip” da 15 milioni e la Bei, la Banca europea degli investimenti, ha concesso un prestito da 25 milioni.

PORTE APERTE ANCHE IN CINA. La politica fa parte del gioco, come d'altronde dimostra anche l'accordo raggiunto recentemente con il governo cinese che permette a Qwant di essere visibile in Cina da turisti e residenti stranieri. In barba a Google, che finora ha invece la strada sbarrata.

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