Mittal
27 Marzo Mar 2018 1257 27 marzo 2018

ArcelorMittal, l'affare indiano finisce in tribunale

Il gruppo, che s'è aggiudicato la gara per Ilva, fa ricorso dopo l'esclusione dalla gara per acquistare Essar Steel, colosso dell'acciaio da 10 milioni di tonnellate l'anno. Intanto a Taranto è tutto fermo in attesa del nuovo governo (e dell'Antitrust).

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In attesa di sviluppi sul fronte italiano, ArcelorMittal affila le armi nella campagna d'India. Il gruppo guidato da Lakshmi Mittal, che si è aggiudicato la gara per Ilva tramite Am Investco, si è rivolto ai tribunali indiani dopo che la sua offerta per le acciaierie Essar Steel Ltd è stata giudicata non accettabile, al pari di quella dell'unico altro concorrente rimasto in corsa, Numetal. Entrambi i concorrenti sono stati eliminati per via della legge fallimentare indiana che, ha chiarito il governo in una ordinanza pubblicata a novembre, vieta a soggetti “promotori” o azionisti di società insolventi di poter partecipare a gare per acquistare asset in liquidazione. Essar Steel ha una capacità di produzione di 10 milioni di tonnellate l'anno (Ilva arriva a 8, per dare un termine di paragone) e la sua vendita è l'affare più grande da quando è stata approvata la nuova legge indiana sui fallimenti. Il gruppo era stato dichiarato insolvente lo scorso agosto.

PARTECIPAZIONI CONTESTATE. A Numetal, un veicolo finanziario guidato dalla banca russa Vtb, è stata contestata la partecipazione detenuta da un trust collegato alla famiglia Ruia, fondatori della stessa Essar Steel. Alla Arcelor Mittal è contestata una partecipazione in Uttam Galva, un piccolo produttore di acciaio indiano, per altro già ceduta.

Lakshmi Mittal.

ArcelorMittal e Numetal erano gli ultimi due concorrenti di una corsa a cui, tra gli altri, aveva partecipato anche Tata. Adesso l'ipotesi più probabile è che si vada a una nuova gara e questo potrebbe essere un pesante stop alle ambizioni di Lakshmi Mittal di giocare un ruolo di primo piano in un mercato in crescita e che, tangenzialmente, è anche il suo Paese di nascita.

Ben concentrato sull'affare indiano, il gruppo rimane per adesso in stand by sul fronte italiano. I due business viaggiano paralleli: eventuali stop o accelerate sull'India non avranno contraccolpi su Ilva, essendo due mercati ben separati. Giovedì 27 marzo a Roma è previsto un nuovo incontro del tavolo con sindacati e governo. Gli altri due incontri che si dovevano tenere dopo le elezioni sono già stati cancellati. Quest'ultimo non ancora anche se, senza il nuovo esecutivo, è difficile aspettarsi grandi passi in avanti.

TEMPI STRETTI. Sulla sorte del gruppo italiano si annidano ancora grandi interrogativi: l'Antitrust europeo deve pronunciarsi entro il 23 maggio sul piano presentato da Am Investco che prevede la vendita di attività da parte di ArcelorMittal e l'uscita dalla cordata del gruppo Marcegaglia, che però ha mantenuto il contratto di acquisto di materia prima a lungo termine. Soprattutto, è un'incognita il nuovo governo: il Movimento 5 stelle si è sempre detto favorevole alla chiusura delle acciaierie, una posizione confermata dai parlamentari grillini eletti a Taranto dopo le elezioni. Manca, infine, la quadra con i sindacati che contestano il piano da 4 mila esuberi. Intanto il tempo stringe: in teoria il contratto per l'acquisto scade il 30 giugno.

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